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pubblicato 3 mesi fa in Recensioni

Gli spazi lisci della poesia: “Carcere della terrestrità” di Francesca Fiorentin

Gli spazi lisci della poesia: “Carcere della terrestrità” di Francesca Fiorentin

La vita, perduta nei suoi ripetitivi ritmi quotidiani e terrestri, sembra assomigliare a un carcere: lo dicono, in modo intellettualmente raffinato, i versi di Francesca Fiorentin, che appartengono alla recente silloge intitolata appunto Carcere della terrestrità, uscita nel 2021 per Macabor.

Per «terrestrità» si deve intendere, credo, la materialità di un’esistenza ormai completamente depauperata di accenti spirituali (da leggersi in chiave rigorosamente laica), schiacciata in un’esistenza terrestre che si configura come una plumbea gabbia. La vita non è fatta solo di oggetti, di praticità, di valori economici e di ambizioni materiali; è fatta anche di aspirazione a una dimensione intessuta di bellezza estetica e interiore, una bellezza che è possibile regalare anche agli altri. Ed è quello che si propongono di fare i versi contenuti in questa silloge: condurre una strenua lotta contro un lento e graduale processo di disumanizzazione, di reificazione dell’esistenza.

La vita si può ridurre a una «prigione della ragione calcolatrice» mentre un’invisibile bufera «schiaccia le vite nelle pagine della storia» (come leggiamo in due fra i primi componimenti della raccolta). Ma queste vite schiacciate – compresse da un continuo scorrere del tempo che le trasforma in «storia», anzi in «pagine di storia» – possono riemergere e portare a compimento il loro percorso di ritorno a una dimensione umana. La lotta contro la disumanizzazione può trovare una sicura alleata nella letteratura e nella poesia stessa o, comunque, nella cultura in generale.

Nella raccolta coloro che, in un certo senso, aiutano la poeta a battersi quotidianamente sono altri poeti, scrittori e scrittrici, sinceri esseri umani pervasi di una cultura militante. Incontriamo quindi Virginia Wolf, lo scrittore islandese Halldór Laxness che si trasforma in «una nuova vita, un angelo / dalla remota Islanda», Simone Weil che «trovava in un sorriso operaio / la gratificazione del sacrificio», Max Brod e Kafka, «i miei affetti di sangue, scontati, non scelti, / i miei affetti spirituali, contati, scelti / fallace miracolo» e, poi, Fernando Pessoa, emblema di questa strenua e incessante lotta di liberazione.

Lo stesso Pessoa, intrappolato nel suo lavoro di traduttore di corrispondenza commerciale, iniziava la sua lotta nel momento in cui liberava la propria vocazione poetica:

Quando la penna incide un segmento / in una ornamentale leggera ondulazione / è la fine della numerazione, chiudi il quaderno a quadretti, la linea scivola sotto i tuoi piedi / si allunga davanti al tuo cammino / strade si aprono, visioni di paesi lontani. / Sovrappensiero ti portano, stanco, / in questo o in quel luogo, / dove mai sei stato, dove hai paura di andare / e che non puoi non esplorare: / il tuo pensiero vive dentro le cose gettato.

Infatti, come scrisse nella sua nota autobiografica, «l’essere poeta e scrittore non costituisce una professione ma una vocazione».

La vocazione, la libera spiritualità intellettuale deve infatti sempre lottare contro chi intende l’attività letteraria e poetica in modo molto più materiale, come coloro che, gonfi d’odio, «fagocitano libri e non rispondono / se non con un giudizio accademico, di parte; dall’alto del loro silenzio / presi dalle opere notevoli / che già hanno passato la prova / del giudizio della storia».

Sono quelli che, intrappolati in meccanismi materiali e «terrestri», giudicano i frutti di libere vocazioni poetiche «con fronte aggrottata», come i «Catoni» moralisti che elevano il loro fiero cipiglio contro Encolpio, il protagonista del Satyricon di Petronio. Se per costoro i libri sono meri oggetti che fanno parte della loro vacua professione di accademici da salotto, la poeta può forse avere come unici amici sinceri proprio gli stessi libri: e allora sarà «dannato il destino che a me / per amici sinceri diede libri».

La poesia di Francesca Fiorentin offre anche raffinati affreschi di spazi e di ambienti. Nuove prigioni terrestri, vere e proprie somatizzazioni del «carcere della terrestrità» sono gli interni borghesi, caratterizzati da «aria chiusa», in cui lo spazio è «appena sufficiente / per camminare celebrando / un patrimonio che dai muri ruggisce». Ambienti chiusi nei quali si celebrano i fasti dell’istituzione perbenista della famiglia («ecco la famiglia, l’eccellente famiglia»), «come se in quella breve generazione ci fosse / una storia epica del mondo / ma naturalmente / è macchiata di sangue innocente» (Casa borghese).

Tali spazi chiusi probabilmente si trovano anche in quei «casermoni dai muri di mattone bucato» che connotano la periferia di Milano, come leggiamo in un’altra composizione della raccolta: una spazialità perduta tra edifici che «nascondono ogni orizzonte / dove le persone / nulla sanno se non combattere per un benessere materiale minimo». A questi interni soffocanti e a questi spazi esterni senza orizzonti, caratterizzati quasi come un vero e proprio carcere, si contrappongono le «carovane nomadi libere nel deserto / splendore di idee miti persone / lascio correre in me silenziose / e per vedere e ascoltare, / tabula rasa sia io, ora».

Ecco che i versi di Fiorentin dischiudono nuovi spazi «lisci» che si contrappongono a quelli «striati» delle città e degli interni borghesi, perduti in percorsi obbligati fra le stanze di un appartamento o fra le strade di un quartiere di periferia. Come scrivono Deleuze e Guattari in Mille Piani, lo «spazio liscio» è quello del deserto attraversato dalla «macchina da guerra nomade», un apparato esterno allo stato, che quest’ultimo non è stato capace di striare. Lo «spazio striato», invece, è quello urbano, percorso dalle griglie delle macchine del controllo materiale e mentale, che si dispiega poliziescamente e burocraticamente in luoghi e ambienti dei quali ormai già tutto si conosce, senza più nessun conturbante segreto da essere celato o scoperto.

La stessa emergenza legata alla diffusione del Covid-19 ha creato una diffusa disumanizzazione all’interno della società basata sul cieco sviluppo capitalistico. È stata un’altra occasione per striare lo spazio, se così si può dire. Non solo per mezzo di decreti e leggi particolari ma anche – e questo non poteva sfuggire allo sguardo poetico dell’autrice – tramite l’annullamento e la distruzione di amicizie a causa di diversi modi di interpretare la situazione emergenziale. Amicizie forse già fragili, basate sull’inconsistenza, se è bastato il demone virus ad annientarle:

Spezzate le amicizie – disse il virus, dolente / dev’essere il mondo / e solo e braccato e – / le strade soggette a leggi / amici o sorelle – dopo di me / l’economia in attacco / pulizia sia della prosperità della classe media / e più poveri i poveri […].

Come la terribile Fama virgiliana, il virus ha percorso il mondo e ha dettato leggi e divisioni, ha innalzato barriere, anche nelle menti di coloro che si sono creduti i più strenui difensori delle libertà individuali. E tutto ciò, nell’ottica di un’artefice di versi che aprono a spontanei e sinceri aneliti di libertà non egoistica e individuale, è davvero inaccettabile.

Allora, per portare avanti la lotta, forse, l’unico modo è possedere nel proprio sguardo quegli spazi lisci che solo la poesia sa dischiudere: una poesia creatrice di varchi, di passaggi («il varco è qui?», si chiedeva Montale ne La casa dei doganieri), di aperture verso un altrove. È necessario, allora, riappropriarsi anche di una dimensione mitica e sacrale, propria dello spazio liscio e desertico, che negli odierni processi di cieco sviluppo capitalistico si è ormai irrimediabilmente perduta. C’è bisogno di una nuova investitura sacrale, che permei lo stesso corpo (quella stessa investitura che Maria Callas-Medea, preda della sua disperazione, andava cercando contro la razionalità di Giasone nel film Medea di Pasolini), ed essa non può avvenire se non «nei più deserti luoghi»: «Sabbia alzata dal vento / nei più deserti luoghi / colora il corpo di argento / terrena investitura / non un seppellimento». In un rintocco ritmico e sonoro in cui la parola «vento» rima, librandosi lontano, con «argento» e con «seppellimento», è lo stesso corpo dell’autrice che deve farsi tutt’uno con quelle spazialità desertiche, quasi uscendo dalla materialità ingabbiatrice. È forse il superamento del «carcere della terrestrità», divenire vento e divenire poesia, suono, brusio barthesiano che stordisce e annienta le barriere borghesi di case e strade tutte uguali, è l’«assolato orizzonte» che si staglia come un «dolce miraggio»:

Le pulsazioni vitali / uscirono profughe / verso un dolce miraggio nel vuoto dell’assolato orizzonte / e impetuose – al loro simile / non un addio diedero / alla argentea moneta di scambio.

D’altronde, il «carcere della terrestrità» si può spezzare anche per mezzo di una maggiore apertura nei confronti dell’ambiente e della natura, dalla quale l’umanità si è sempre di più allontanata: anche tale apertura presupporrebbe un nuovo approccio sacrale verso tutto ciò che ci circonda, perché «la natura aspettava da secoli / refrigerio / era allora perdurante gelo e nebbia».

La lotta poetica contro la disumanizzazione si inerpica attraverso gli spazi lisci; gli stessi versi «si deterritorializzano», per richiamare un altro concetto di Deleuze e Guattari. E in questa loro uscita dal territorio battuto e abusato, si avventurano in orizzonti assolati per raggiungere forse il più dolce miraggio: l’annientamento di ogni barriera per riscoprire finalmente una dimensione più umana, intrisa di una bellezza che rischiamo di perdere. La lotta non può finire, anche a costo di consumare inesorabilmente «ogni fibra del corpo»:

Se l’ultima risorsa abbandonassi, la rabbia,

mi stenderei nel letto per sempre

fredda e di vita vegetale aspettando

passiva nutrizione.

Cosa conviene non so

scontrarsi per ideali, “andare avanti”

consumerà in ogni caso ogni fibra del corpo.

di Paolo Lago