Eleonora Reggiori
pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

“Hey, stranger”

qualcosa sul libro di Claudia Durastanti

“Hey, stranger”

Di La straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo) si sono dette tante cose, il libro è arrivato tra i cinque finalisti del Premio Strega 2019, anticipato dai commenti entusiastici di – quasi tutti – quelli che l’hanno letto è passato di mano in mano, finché non è arrivato anche nelle mie. Non era programmato che io mi fermassi a scrivere qualcosa su questo libro, ma per qualche motivo mi capita di farlo esattamente a un anno di distanza dalla sua uscita nelle librerie.

È vero che La straniera è un libro magnifico, non faccio che aggiungermi alla coda di gente che ha trovato nella Durastanti una scrittrice elegante e capace di raffinate involuzioni. Non è, innanzitutto, un romanzo. Non è nemmeno un’autobiografia, nonostante quella sulle pagine sia di fatto la sua vita. Se dovessi dare dei riferimenti penserei a Emmanuel Carrére, Annie Ernaux, anche una certa Simone De Beauvoir se vogliamo, ma poi non è niente di tutto questo.

Il libro è un memoir ordinato per temi, un po’ La coscienza di Zeno, non segue un ordine cronologico, e tutto va a contribuire alla costruzione di un quadro generale molto complesso, anche se l’impressione iniziale – con la storia dell’incontro dei suoi genitori – è quella di essere davanti a un romanzo familiare molto classico.

Lo scarto immediatamente successivo dà la misura dell’operazione che la Durastanti intende fare: un resoconto scritto della sua vita, qualcosa di simile – a mio avviso – a quello che aveva fatto anche Paul Auster in Diario d’inverno. Non è la storia di una vita che ha qualcosa da insegnare a chi la legge, tutt’altro. Come non si ricava alcun insegnamento dall’elenco infinito delle case in cui Auster ha vissuto, così non c’è nessuna catechesi nelle pagine di Claudia Durastanti, solo la chiara intenzione di riordinare e concludere, comprendersi meglio e farlo attraverso il processo di scrittura, il quale può essere, lo è quasi sempre, una difficile negoziazione tra l’idea precisa che nella mente ha una determinata silhouette e la forma linguistica che non è mai adeguata, ma abbastanza pregna.

Questo la Durastanti lo sente in modo particolare perché, dice, non ha ancora imparato a sentirsi comoda in un sistema linguistico che spazia dall’inglese all’italiano, padroneggiando perfettamente entrambi, e che mette in luce le mancanze di entrambe le parti.

È in qualche modo questo il suo essere straniera: nata a Brooklyn da genitori italiani, trasferitasi in un paesino della Basilicata ancora piccola, sempre a metà tra due contesti agli antipodi, e poi mai a proprio agio nemmeno a Londra, nonostante l’idea di appartenere all’Inghilterra; dall’asfalto ai sassi e comunque sempre sentendosi fuori luogo, con la sensazione continua di essere un’impostora.

La vita di Claudia Durastanti fa gara con i grandi romanzi, comunque. I suoi genitori sono sordi, i suoi parenti sono quantomeno originali, vive gran parte della sua vita tra episodi di violenza domestica e disillusione, lei stessa rivede nella sua infanzia qualche riferimento dickensiano. Ma non è la drammaticità la prima cosa che emerge, non è nemmeno la sensazione che il libro lascia una volta chiuso. La scrittura in qualche modo esorcizza una vita fatta di rinunce e povertà (povertà non estrema, ma giusto quella che ti fa sentire diverso), e quello che resta è una narrazione tenera, commossa, di una bambina con le reebok bianche e una ragazza poi che difende Fernanda Pivano anche davanti alle sue scelte di traduzione opinabili.

Il libro è bizzarro e schizofrenico a tratti, non potrebbe essere altrimenti. Il fatto che i suoi genitori siano entrambi sordi, una condizione già di per sé non comune, porta la stessa Durastanti a leggere gran parte delle esperienze della sua vita alla luce di una diversità congenita, il suo essere straniera non è soltanto in riferimento ai viaggi infiniti da un continente all’altro, ma è una condizione più profonda, una incapacità di identificarsi con qualsiasi luogo, scambiando ogni città per qualcos’altro di mai uguale. Una storia d’amore, un lavoro, una condizione.

Inevitabilmente viene trattato il tema della disabilità, vissuto da lei in prima persona. Ma i suoi genitori non hanno mai accettato di trincerarsi in un’idea di disabilità convenzionale, non hanno mai voluto far imparare la lingua dei segni ai figli, rendendoli ancora una volta alieni rispetto a tutti i CODA (children of deaf adults). E le famiglie, comunque, non hanno mai voluto accettare che i due non sentissero, a partire dallo zio che regala alla madre un walkman, arrivando a chi le si riferiva come «la muta». Claudia Durastanti è molto lucida nel rendersi conto di come sia stato vivere la disabilità dei genitori in un contesto di negazione e normalizzazione che normalizzazione non è mai.

Walt Whitman ha scritto, tra le tante cose, una che non mi dimenticherò mai ed è questa: «And such as it is to be of these more or less I am», il penultimo verso della quindicesima sezione di Song of myself.

Come in quella sezione Whitman passa dalle prostitute al Presidente degli Stati Uniti d’America, così la Durastanti parla della terza classe di un treno tra Delhi e Calcutta, di John Cage e Topolino, di Pavese, degli appartamenti di East London e tutto questo fa parte di lei, tutto va a costituire la materia originale e unica di una persona che non solo non si lascia definire dalla violenza, ma nemmeno dalla meraviglia e dallo stupore. Unica, aliena.

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