Culturificio
pubblicato 3 settimane fa in Recensioni

“Il bambino di pietra. Una nevrosi femminile” di Laudomia Bonanni

“Il bambino di pietra. Una nevrosi femminile” di Laudomia Bonanni

Nevrosi d’angoscia. L’avrà capito a colpo d’occhio. Lo sapevo da me. L’angoscia invincibile, sofferenza dal profondo, più sconvolgente tormentosa crudele di un dolore fisico. E la testa, questo mal di testa sempre pronto a insorgere, che fa turbinare pensieri ossessivi in un cervello formicolante. Stress da intossicazione emotiva. Anche la nobile melanconia prodotto di una scarica di adrenalina. Melancolia come pazzia. Ciclotimia, intollerabile alternativa. Altra bilis… nero pozzo… desiderio di morte… Sono stata colta dal turbinio cerebrale.

Cassandra si costringe a rivolgersi a un terapista per curare la sua nevrosi. La nevrosi è diventata tanto inibitoria da necessitare l’intervento di un professionista, un vecchio conoscente di famiglia perso di vista negli anni ‒ «Mi ha ricevuta perché si ricorda del casino» ‒, ai tempi della casa in campagna e delle estati trascorse lì da bambina.

Nonostante le perplessità e le resistenze iniziali ad affidarsi a un soggetto che non sia sé stessa, nonché a dissotterrare episodi dimenticati proprio adesso che si considera una donna «emancipata e sotto certi aspetti spregiudicata», intraprende il percorso terapeutico come qualcosa di ineluttabile.

Il bambino di pietra di Laudomia Bonanni è il resoconto scritto, suggerito dall’analista e narrato in prima persona, di Cassandra. Una narrazione nevrotica, come la sua protagonista, che Cliquot riporta in libreria dalla sua prima pubblicazione (1979), quando arrivò terzo al Premio Strega (vinse La chiave a stella di Levi), restituendo lustro a un’autrice cardine del Novecento letterario italiano ma purtroppo poco letta e conosciuta.

Il flusso di coscienza di oltre cento pagine che costituisce il corpo del libro si muove come un animale guardingo tra le pareti della memoria: i sensi sono allertati a cogliere ogni significato visibile o taciuto della sua intera esistenza. Sbrogliare la matassa per Cassandra vuol dire indagare nel suo matrimonio, nella sua vita da ragazza e, ancora prima, da bambina; attraverso la narrazione, la protagonista vuole dissezionare eventi che si sono rivelati determinanti soltanto a posteriori e che vanno ripresi, rivisti, reinterpretati.

Il rifiuto delle norme sociali e il disgusto per la «vita di relazione» sono cause o conseguenze della Cassandra che scrive? La donna di Bonanni è, certo, indipendente, incapace di piegarsi al destino di femmina, di piegarsi persino alle leggi irrevocabili della natura. Ma quell’istinto primordiale è frutto di una scelta precisa o di un orientamento connaturato alla sua persona?

Scriverà: «Non mi si disse niente, come se il sangue dovesse essere una bella sorpresa – e detestai la parola donna».

Dalla più tenera età Cassandra stenta, infatti, a comprendere le virtù che una donna dovrebbe coltivare e che le zie con cui cresce continuano a professare come un credo religioso.

Di contro, la figura materna è il simbolo del potere matriarcale e delle connotazioni negative di quel potere: la predilezione per i figli maschi, il bisogno di sfamarli; la durezza costante; e poi la sua riluttanza nei confronti della Cassandra bambina, come se non l’avesse desiderata («Avevo intercettato non so come che mia madre non mi voleva, era stato mio padre a volermi. Ma i due maschi nato dopo essa sembra averli voluti»). Non sarebbe necessario chiamare a rapporto Freud per comprendere quanto il rapporto madre-figlia sia determinante per la formazione dell’individuo adulto.

È per questa congenita tensione alla violazione dei modelli già percepita da ragazza e per l’eterno conflitto interiore e familiare che la mancata maternità diventa lo snodo fondamentale della vita di Cassandra e, ovviamente, del romanzo. Per sineddoche, potrebbe rappresentare il punto di partenza (o di arrivo) per ogni donna: identificare la femminilità con la procreazione, retaggio religioso e culturale duro a morire, per Cassandra è un’aberrazione, una sorte impossibile da scegliere, uno sbaglio della natura. Dirà più volte di essere una donna a metà, «a mezzo busto», incapace di recuperare la parte perduta (o mai posseduta) e quindi destinata a non conformarsi mai alle altre.

Lo stesso titolo del romanzo, Il bambino di pietra, richiama il concetto di maternità. Lo racconta Bonanni all’interno del libro come uno di quegli episodi che, da piccoli, sconvolgono senza saperlo. Un ritaglio di giornale, ritrovato dopo trent’anni, riporta una notizia di cronaca torinese: una donna operata d’urgenza in ospedale ospitava nel suo ventre un bambino di pietra, un corpicino «che sembrava fatto di alabastro». Ricordi che riemergono e che sono prezioso materiale per l’analista ma, prima ancora, per la donna che li riesuma dal passato.

In questo resoconto sfaccettato della sua vita, la prosa si adatta alla materia: è nevrotica, a tratti telegrammatica, perché deve assecondare lo stato d’animo della protagonista. Si fa più distensiva solo nella parte centrale, quando Cassandra, così come le è stato consigliato dal suo medico, comincerà a scrivere qualsiasi cosa le passi per la testa. Qui la scrittura rallenta, anche se si fa più frammentata perché segue il flusso naturale del pensiero, incapace di sostare in maniera logica sulle cose ma sollecitato dall’esterno quasi casualmente. Solo sul finale riprende a essere più incalzante, discontinua, nevrotica appunto, per assecondare l’esigenza del momento, che è quella di una donna che sta soffrendo di depressione ansiosa.

Quando chiesero a Laudomia Bonanni se il suo libro fosse autobiografico, la scrittrice rispose che lo era nella misura in cui lo è ogni libro per qualunque autore. «L’ho scritto perché è stato un argomento che mi si è imposto. La protagonista donna è un po’ la protagonista di tutto quello che ho scritto»; ma Cassandra è, a tutti gli effetti, l’emblema letterario della donna del secolo scorso, delle lotte di indipendenza e di rivendicazione dei diritti.

«Non ho sensi materni. Quello che provo è solidarietà femminile e una sorta di ammirazione quasi intimidita. Non escludo che ci sia del morboso, quel tanto d’insopprimibile nella mia natura».

di Giovanna Nappi