Francesco Del Vecchio
pubblicato 2 settimane fa in Recensioni

M. il figlio del secolo

di Antonio Scurati

M. il figlio del secolo

Cosa si prova a scrivere un romanzo storico? Cosa attraversa la mente dello scrittore mentre si ritrova a percorrere un viaggio organizzato nei minimi dettagli, che conduce dritto alla meta: cosa si prova a narrare qualcosa di cui si conosce già il finale? E per di più questo finale è il peggiore dei finali possibili?

La risposta di Antonio Scurati è netta, costante. È dettagliata nella ricerca delle fonti che pervadono in maniera portentosa la narrazione e cercano quasi di subissarla con i Fatti. Fatti con la maiuscola, il cui unico scopo è quello di mettersi in proprio e costituire un romanzo parallelo.

Ora quello che voglio sono i Fatti. A questi ragazzi e ragazze insegnate soltanto Fatti. Solo i Fatti servono nella vita

scriveva Dickens in “Tempi difficili”: sembra di sentir risuonare queste parole dopo ogni capitolo del romanzo di Scurati.

Anche se più di capitoli si tratta di brevi carrellate cinematografiche. Una raccolta di piani sequenza che restringono progressivamente il loro orizzonte, la loro distanza per piombare con implacabilità su personaggi difficili da inquadrare quasi cent’anni dopo, mentre si è seduti alla propria scrivania cercando di far dialogare un solito ignoto con il lettore come se lo si conoscesse, di ritrarre il suo punto di vista come se fosse il miglior amico o il peggior nemico. Probabilmente è questo il pregio fondamentale di “M. Il figlio del secolo”: riuscire a raccontare i suoi protagonisti come se la penna in mano ce l’avessero loro. Si tratta di un’operazione consapevole e ben congegnata, in cui storytelling e fonti si contaminano.

Dunque, nel romanzo di Scurati c’è Margherita Sarfatti, la bionda intellettuale che concedendosi a Mussolini in qualche elegante stanza d’albergo del centro lo ha salvato dalla barbarie dello squadrismo per farne un leader moderno, colto, astuto. C’è “il generalissimoItalo Balbo, colui che ha fatto della camicia nera una divisa ufficiale e dell’olio di ricino una metodologia ben codificata. C’è Luigi Facta, l’inutile faccendiere giolittiano dai baffi grossi come la sua mancanza di polso, lasciato al suo destino dal Re in una mattinata d’ottobre del ’22. C’è l’indomabile nazionalista Gabriele D’Annunzio, defraudato dai fascisti della sua idea di marciare su Roma e preso a cannonate da Giolitti il giorno di Natale. Ma soprattutto, c’è lui.

Il-presidente-del-consiglio-più-giovane-della-storia, tutto in una parola perché il concetto è uno e uno soltanto, uno come il leader che deve mettere a tacere Montecitorio e le sue negligenze. Uno come la parola che lo descrive: Duce.
È lui il figlio del secolo, il prescelto, l’uomo cui il popolo si è appellato per mandare a casa questi mestieranti della politica e fare dell’Italia una potenza mondiale. Lui, non Gabriele D’Annunzio e nemmeno Nicola Bombacci, il “Cristo degli operai”, il leader socialista che arringa folle di lavoratori promettendo una rivoluzione da attuarsi rigorosamente il giorno dopo, mai lo stesso.

Come in una qualsiasi giornata scolastica però bisogna prendere le presenze. L’assenza da registrare è una, sola e fragorosa: Vittorio Emanuele III. L’Italia di Scurati non è una monarchia, né tantomeno una repubblica: assomiglia piuttosto ad un ammasso informe di piccole individualità e grandi interessi. In altre parole, un caos.
Esattamente per questo motivo il mutismo selettivo del monarca assume una connotazione simbolica. Lungo le ottocento pagine del romanzo la sua presenza aleggia come quella di uno spirito onnisciente e disinteressato, mai coinvolto in un dialogo diretto perché incapace di far vibrare la propria voce. Ancora una volta, la precisa scelta stilistica si accorda alle necessità di narrazione storica.

La vera protagonista del romanzo però è un’altra, e risponde alla parola “violenza”: sfogliando “M.Il figlio del secolo” le mani del lettore si sporcano di sangue. Del resto il clima descritto da buona parte della narrazione è quello del “biennio rosso” e del successivo “biennio nero”, come lo avrebbe poi definito Giovanni Amendola. Scontri di piazza che lasciano il posto a raid ed esecuzioni, nel corso di un’escalation che trasforma la violenza da strumento a metodo, e da metodo a scopo. Uno squadrismo che da strumento di difesa dalle agitazioni rosse nelle mani dei gruppi agrari e industriali diventa una prassi politica, un metodo di governo. Fino a diventare lo scopo dello Stato fascista: annichilire chiunque si frapponga tra il Duce e il potere egemonico.

Scurati ci insegna anche una cosa: che alcune dinamiche non cambiano mai. Possono trasformarsi, mutare pelle e trasferirsi nel sottosuolo ma non cambiano: la violenza, un po’ come l’energia, non si perde né si acquista ma si trasforma. Dunque, chissà se l’indole violenta che ha opposto in un passato più recente settori del popolo al Palazzo sotto forma di terrorismo o proteste studentesche, oggi non si manifesti nella veste di commenti in fondo ad un qualsiasi post di una delle massime cariche dello Stato. D’altronde come l’autore afferma in una pagina del suo romanzo esistono leggi immutabili:

a volte, come a Ferrara, basta un cattivo raccolto per propagare il panico. Che cosa meravigliosa il panico, questa levatrice della Storia! Cesare Rossi ripete in continuazione che proprio questo potrà essere il loro miracoloso baratto: odio in cambio di paura. I nuovi fascisti sono tutta gente che fino a ieri tremava per la paura della rivoluzione socialista, gente che viveva di paura, mangiava paura, beveva paura, si coricava nel letto con la paura. Uomini che frignavano nel sonno come bambini e quando la moglie gli chiedeva “cosa succede caro?”, tirando su con il naso, rispondevano “niente, non è niente, dormi”. Adesso alla borsa valori dei pezzenti stanno scambiando il metallo pesante dell’angoscia con la valuta pregiata dell’odio mortale”.

E il loro eroe è il figlio del secolo.

 

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