Anita Orfini
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

“Indice sommario di sbiadimento” di Pietro Polverini

“Indice sommario di sbiadimento” di Pietro Polverini

Memoria – monca statua equestre

Galoppi veloce ma

Non possiedi braccia

Eduard Limonov, Kropotkin e altre poesie (1967-1968)

La casa editrice peQuod scommette sul poeta Pietro Polverini e sul suo esordio Indice sommario di sbiadimento. La raccolta è frutto di un labor limae durato quasi dieci anni. Fin dall’esergo, è tangibile l’orma evanescente di poeti e poete per lui fondamentali, orma che traccia il cammino delle liriche su cui interrogare il ricordo. E proprio le innumerevoli influenze e citazioni letterarie rischiavano di rendere il testo di Polverini una poesia puramente derivativa, priva di slanci originali. Il continuo ritorno ai “maestri immensi”, al contrario, non è che il seme di una poesia attuale, che sa di Novecento. Qui non vi è spazio per la boria poetesca, la penna sciatta di chi crede che la lirica sia affare semplice. Ci troviamo invece davanti a un preciso studio metrico e stilistico e a un’attenzione e un rispetto verso la forma poetica che rifuggono le ingenuità degli esordi. Le parole scorrono fluide, non si inciampa in rime cantilenanti né si viene inondati da versi ricercati ma vuoti e banali, tutt’altro.

I titoli delle tre sezioni in cui si articola il testo (Claritate novi sideri, La storia delle nostre vacanze, Ingrediamur in caliginem) coincidono con il percorso che intraprende – o, forse, subisce – l’Io lirico. Nella prima (il cui titolo è scaturito da una suggestione puramente casuale), il pungiglione della memoria spunta dalla trama dei ricordi e comincia a tormentare con le sue domande. Si continua con un intreccio di richiami a Belluno di Patrizia Valduga, Un posto di vacanza di Vittorio Sereni e Preparativi per la villeggiatura di Remo Pagnanelli. Le vacanze tornano in questa sezione al loro etimo latino “vacare”. Ed è proprio una “vacanza” l’oggetto di queste liriche scaldate dal sole ed erose dal sale dell’Adriatico. È poi un’espressione di Bonaventura da Bagnoregio a portare il soggetto in “ciò che è oscuro”, facendolo precipitare in una vertigine senza appiglio e rovinare sui detriti della memoria ormai priva di immagini o parole.

«Dilla per me, Johannes, la parola».

(Patrizia Valduga, Belluno)

Vorrei sapere delle parole

il numero: apprese

obliate, annotate.

Ora ho una corolla di nomi

che si spunta e sbiadisce:

non lasceranno traccia sulle

increspature delle labbra.

Delle parole vorrei sapere

forse fiato, forse voce

quale sarà la mia ultima:

tutto pieno di sonno e nebbia

potrei dire “acqua” o “lenzuolo”.

Quella di Polverini è una poetica costruita su due grandi antitesi. Lo “sbiadimento” di quell’indice sommario del titolo è pensato come due stadi paralleli: scolorire per sottrazione di tintura da un lato, dall’altro scolorire per eccesso, per lo strabordare di qualcosa. Il tema della memoria è concepito come elemento bifronte, custode al tempo stesso di funeree rovine e di semi e germogli.

Si viaggia sul fil di lama con passi polverosi sotto il sole d’agosto per arrivare in rincorsa verso l’acqua, verso quel confine dell’oblio che tutto inghiotte e consuma. È un’estate inclemente, “apocrifa”, un falso d’autore che sapeva già di autunno, di lontananza e valigie chiuse. È il tentativo di slegarsi dal ricordo che tormenta, ferisce, sfianca, dal ricordo di un sentimento che altro non è stato che uno «sperpero di battiti».

Con la fine dell’estate – e dell’amore – non rimarrà che la cera ormai solida della fiamma votiva spenta, non rimarrà che aspettare l’autunno e il suo gelo e i ricordi, affidati ora a un oggetto ora a un’immagine, si affievoliscono, perché non vitalizzati dal caldo slancio dell’appagamento.

«Scegli la rosa della tua memoria»
(Carlo Betocchi, Il sale del canto, 1980)

È uno stelo, non una selva
che si imbianca, perde liquore
ora stilo senza vena.

È uno stelo poi torna
in questo acquario
terso senza selva

con luce che non torna:
resta in un piccolo punto
riportami là, lì ero tutto
.

Il desiderio di tornare al luogo e al momento in cui c’è stata vita si trasforma, dall’eterno e tormentoso ritorno della sofferenza, a un più placido e inerme sguardo di impotente rassegnazione. Il saluto dell’altro in un giorno d’estate rimane ormai sull’orlo del ricordo, in una traccia dai contorni sfocati:

qui nella bianca stanza d’estate

dove tutto in un punto si raccoglie

così poco esisti

La ricerca dell’altro si ritrova bloccata nella dimensione onirica in cui si fa più concreta la distanza o in quella rarefatta ma più reale del ricordo in cui persiste una forma: «per dirti / che se gli occhiali si fanno appannati / di coltre biancofumo o di bruma senza / visione, resti ancora in controcampo».

La ricerca di una guarigione, di una lingua salvifica rimane però un flebile fiato, poco adatto a parole durature. Si immola così l’ostia all’altare dell’altro che – ateo d’amore – porge il calice col vino sconsacrato gettando l’Io in un baratro verso l’oscuro e distante abbraccio che allontana, non si fonde con la pelle. Sono, queste, relazioni che non hanno uno scudo e il racconto del legame ormai spezzato non può essere rammendato neanche dal filo della poesia.

In ultima analisi, cos’è questo Indice sommario di sbiadimento? Un salmo laico sulla forza delle parole «suture per cucire / lo spazio monco tra chi dice ‘io’ / e questa bianca valanga di nulla».