Anita Orfini
pubblicato 4 settimane fa in Letteratura russa

“Invidia” di Jurij Oleša

homo homini lupus

“Invidia” di Jurij Oleša

Lui, Andrej Babičev, è il direttore di un consorzio alimentare. È un grande salsicciaio, pasticcere e cuoco. Mentre io, Nikolaj Kavalerov, sono il suo buffone.

Pubblicato nel 1927 e riproposto da Carbonio Editore nel 2018 (Zavist’, tradotto da Daniela Liberti) Invidia di Jurij Oleša racconta la storia di Nikolaj Kavalerov che, nella Mosca degli anni Venti – e dunque della NEP (la Nuova Politica Economica) – viene raccolto e salvato da Andrej Babičev dal ciglio della strada sul quale era stato scaraventato dopo una rissa in una birreria.

Il racconto corre lungo i binari della dicotomia fra Babičev e Kavalerov. Il primo, amato e osannato da tutti, il secondo maltrattato e mal tollerato da chiunque abbia la sventura di scontrarsi con lui (persino i mobili, a detta sua!). Il conflitto fra Babičev, incarnazione dell’homo sovieticus, ovvero di quell’uomo nuovo figlio di tempi altrettanto moderni, e Kavalerov che rappresenta invece la figura del mantenuto non è altro che una chiara metafora della lotta fra innovazione e stasi negli anni post-rivoluzione. Nikolaj ben raffigura il personaggio del sognatore: è un uomo profondamente disilluso dalla vita e dall’amore, ha perso ormai ogni speranza e i suoi sogni di gloria sono ormai un lontano ricordo. Odia e invidia tutti, è un vanaglorioso, un bugiardo patentato forse proprio a causa del suo sentirsi schiacciato dall’inarrestabile e inesorabile rombo del tempo. Si sente di ingombro a tutti, spazzato via com’è da chiunque lo incontri. È attanagliato da un terribile senso di colpa causato dalla sua incapacità di tenere testa al mondo che cambia. È ormai destinato a essere travolto dall’ondata travolgente di Babičev, dal suo spirito imprenditoriale e dalla sua voglia di vivere. L’io narrante è quello dell’invidioso Kavalerov. Attraverso i suoi occhi osserviamo il mondo moscovita e i personaggi che lo popolano. Quello di Nikolaj però è uno specchio distorto dal sentimento che pervade e arde nel suo corpo: l’invidia. Kavalerov travisa le parole di Babičev e crede che lo disprezzi:

Quando parla con me non lo fa mai in maniera normale. È come se le mie domande non avessero nulla di serio. Mi sembra sempre che come risposta otterrò un proverbio, un ritornello o semplicemente un mugolio.

Il successo di Babičev sia in campo economico, grazie alla mensa Četvertak (un quarto di rublo) da lui ideata, sia in campo sociale grazie alla generale approvazione che riscuote, non fanno che acuire il senso di inferiorità del protagonista. Sebbene egli si trovi in una condizione del tutto subalterna, dorme difatti sul divano del suo benefattore, ciò non gli impedisce di ritenersi superiore dal punto di vista intellettuale. Kavalerov è orgoglioso della propria fantasia e della sua indole da poeta e sognatore e disprezza con tutto sé stesso quella rozza pignoleria e diffidenza che riscontra invece nel suo avversario. Le manie di persecuzione e l’ossessione che il protagonista nutre nei confronti del salsicciaio lo trascineranno nel delirio più nero, lo porteranno a dichiarargli guerra e a dedicare la sua grottesca vita alla distruzione del suo nemico.

Nonostante ciò, ritiene di essere indispensabile alla riuscita del lavoro del suo benefattore, il desiderio di emularlo è sempre molto forte in lui poiché crede che quello sia l’unico modo per raggiungere la gloria. Naturalmente però, Kavalerov è convinto che il suo metodo per arrivare alla vetta del successo sia di gran lunga migliore! La competizione che c’è fra i due in realtà esiste solo nella mente di Nikolaj. Andrej, d’altronde, ha ben altro a cui pensare.

L’eventuale uccisione di Babičev per mano di Kavalerov rappresenterebbe dunque la morte del nuovo mondo a cui il poeta sognatore non riesce a stare dietro, nonché l’unico gesto degno di nota di una vita altrimenti del tutto insignificante.

Lo uccida. Lasci di sé il ricordo onorevole per essere stato il sicario del secolo. Schiacci il suo nemico sul limitare delle due epoche. Lui si dà grandi arie perché si trova già lì, è già un genio, un cupido che svolazza con un rotolo di pergamena in mano presso la porta del nuovo mondo, e con quella sua alterigia già non la vede più.

Le cose peggiorano quando fa la sua comparsa Volodja, un calciatore preso sotto l’ala protettiva da Andrej. Egli altro non è che il vero doppio di Nikolaj. Su di lui, infatti, l’invidioso trasferisce i suoi sogni di gloria e le sue pulsioni sessuali. Kavalerov non sopporta il suo successo sui campi da calcio né il posto che ha conquistato nella vita di Babičev o nel cuore della nipote Val’ka, con la quale è infatti fidanzato. Ai suoi occhi Volodja è un usurpatore che gli impedisce di realizzarsi. Nikolaj si mette così al lavoro su un progetto: la costruzione di una macchina chiamata Ofelia e che gli servirà per dimostrare a tutti che non è un pazzo di cui farsi beffe ma solamente un incompreso. Il macchinario, ideato da Ivan, uno dei fratelli di Babičev che diventerà non solo la mente del piano ma anche la voce dei pensieri di vendetta e rivalsa sociale di Kavalerov, era stato pensato come la macchina delle macchine.

E così l’ho disonorata, vendicando il mio secolo che mi ha donato quel cervello che è contenuto nella mia scatola cranica, il mio cervello che ha creato una macchina straordinaria… E a chi dovrei lasciarla? Al mondo nuovo? Loro ci ingurgitano come fossimo cibo, ingoiano il diciannovesimo secolo come un boia il coniglio… Masticano il tutto e poi lo digeriscono.

Il congegno, perfetto sotto ogni aspetto e in grado di poter svolgere qualsiasi mansione, viene però alterato dal suo creatore trasmettendo alla sublime creazione Ofelia dei sentimenti umani triviali evitando così che la sua perfezione possa contribuire allo sviluppo di quel nuovo mondo che invece ha masticato e poi gettato via sia Ivan che Kavalerov.

È possibile trovare una propria collocazione all’interno dei margini di una nuova società che vede nell’omologazione l’unica soluzione? Qual è il destino di chi non accetta il cambiamento? Oleša ce lo suggerisce nelle ultime pagine del suo racconto. Lascio a voi il compito di trovare la risposta.