Culturificio
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

“La compagna Natalia” di Antonia Spaliviero

“La compagna Natalia” di Antonia Spaliviero

Quando ho ascoltato l’audiolibro de La compagna Natalia, letto da Lella Costa, ho provato una forte empatia nei confronti dello sguardo dell’autrice e della storia che ha raccontato. Mi ha divertito, mi ha commosso, mi è sembrato una perla rara.

Ho quindi indagato sulla scrittrice e, leggendo la sua breve biografia sulla pagina di Sellerio, oltre alle tre parole chiave teatro, scuole e fabbriche, mi ha colpito una frase:

questo è il primo dei romanzi che non ha pubblicato.

Questa frase, ai miei occhi, ha ammantato la sua figura di un alone di interesse e soprattutto di mistero sempre più fitto. Quindi ho indagato ancora.

Antonia Spaliviero è morta nel 2015, e quest’opera è stata pubblicata postuma grazie al marito, lo sceneggiatore Gabriele Vacis, e alla figlia Giulietta, anche lei sceneggiatrice.

Ho scoperto, proprio dalle parole della figlia su alcune interviste e sui social, che l’autrice ha iniziato a scriverla quando era molto giovane, addirittura quando viveva coi genitori ed era adolescente, e ha continuato fino a poco prima di morire. Aveva lasciato un labirinto di pezzi buffi e profondissimi, stralci diaristici fatti di rimandi a vecchi appunti, in parte stenografati.

Spaliviero ha vissuto gli anni di piombo, scrive Giulietta, anni di uomini. Lessico famigliare, il celebre romanzo di Natalia Ginzburg, esce nel 1963 e sorge spontaneo chiedersi da un lato se la scelta del nome del brillante omonimo personaggio sia legato a questa scrittrice incredibile, e dall’altro se sia stata la stessa «maledetta periferia pettegolona» di Settimio Torinese, così abilmente descritta nel testo, ad averla portata a non crederci abbastanza. A non credere di essere abbastanza immaginifica da poter trarre un vero romanzo dai suoi diari, dal suo retroterra così apparentemente noioso.

Qualunque siano state le circostanze che l’hanno portata a non credere abbastanza in sé stessa e nel suo sguardo, mi piace pensare che lei e il suo sguardo, per tutto quello che Antonia aveva voluto essere, abbiano portato le sue persone a crederci al posto suo: le amiche, la figlia, il compagno di vita.

Antonia Spaliviero si è dedicata a una scrittura sociale, di teatro fuori dal teatro, nelle fabbriche e nelle scuole. Per questo, forse, La compagna Natalia è sostanzialmente un romanzo corale, che inquadra una classe.

L’autrice immagina l’esistenza di una scuola ironicamente beffarda – «istituto tecnico semiserio per aspiranti salme aziendali», o «istituto tecnico senza senso per annoiate senza avvenire». Concretamente, si tratta di una singola aula in un istituto di periti tecnici tutti maschi, uno spazio dove un gruppo di ragazze cresce e scopre il mondo.

Tra quelle quattro mura si snoda un racconto di costume all’altezza di Jane Austen, dove «le pupe e i cow boys» si osservano da lontano, tra fischi che oggi definiremmo catcalling e starnazzamenti esilaranti. Qui le ragazze costruiscono la loro educazione, scoprendo qualcosa in più di quello che si imparava all’oratorio del paese.

La voce narrante, infatti, di cui sappiamo solo il cognome – Munari – è incuriosita da tutto ciò che non riguarda gli insegnamenti morali cattolici della propria infanzia. Ha una voglia naturale di vita, di amore e intensità, di letteratura e politica, che piano piano si trasforma in coscienza di classe e di genere.

Il passaggio dalle scuole medie alle superiori per i ragazzi è un periodo fatto di voci che da acute diventano gravi in modo incontrollato e di «barbette approssimative», e per le ragazze di tante altre cose, simili eppure così diverse da quelle dei maschi.

Spaliviero ci racconta dei loro sussurri, delle amiche che si chiedono come sia «strabaciarsi», di come le più timide imparino da quelle più intraprendenti, in un frangente della vita in cui un giorno si è infanti e il successivo donne sagge.

Natalia sembra sapere tutto. Non sembra mai una bambina. Osa sempre, «è volontà nuda e cruda». Sa quali sono le letture giuste, esce con uomini maturi, usa parole che mettono in soggezione come «sfruttati», «aristocrazia operaia», «paternalismo». È atea. È comunista. E il comunismo, riflette Munari, sembra proprio il lato cattivo della comunione.

Natalia sorride con sufficienza e fastidio ironico, ma anche con un’offerta erotica. Per la voce narrante, Natalia è presentata come un’adolescente regale e bellissima, baciata dagli déi. Solo un suo sorriso dà la motivazione a sognare un futuro migliore, la spinge a voler studiare e imparare. Per lei, diventare amica di Natalia significa farsi aprire dei mondi, essere messa di fronte alla verità.

Natalia è un alter ego e scoperchia il vaso di Pandora del tema del doppio. Tacciato come invidia o competizione, il sentimento controverso e ineffabile che spesso si lega alle amicizie femminili descritte tra le pagine dei libri è stavolta declinato come un’ammirazione profonda, viscerale, che per contrasto porta a capire sé stessi, vedendo come sono fatte le altre, le loro differenti opportunità e talenti.

In adolescenza, ma non solo, le ragazze e i ragazzi tendono a sovrapporre le loro identità per sentirsi protetti, per sentirsi parte di qualcosa. Nel romanzo viene raccontato in modo grazioso e semplice come le ragazze imparino quanto essere diverse sia una ricchezza, una ricerca di equilibrio accompagnata talvolta, perché no, anche dall’invidia, dalla rivalità e da tutto il corollario dei peccati capitali, ma soprattutto dal sostegno e dalla protezione reciproche. Il gesto che fa Natalia di offrire un fazzoletto alla narratrice in lacrime per lei vale più di mille baci appassionati, e rivela come l’amore accende, ma la sorellanza salva.

Il rapporto tra Natalia e la narratrice, quindi, anche se può sembrare sbilanciato, in definitiva non lo è. Natalia è sicura di sé, ha perfino un anno in più, e si pone sempre come quella più grande, con più esperienza. All’inizio è perfetta, ma a un certo punto molti misteri sulla sua vita rivelano tante difficoltà. L’abisso che la porta a fare fatica a guardarsi dentro durante le lezioni di lettere, che la porterà a vivere tanto dolore, la riporta su un piano di vulnerabilità e bisogno che riguarda la conclusione della storia.

Nella seconda metà del romanzo, infatti, la voce narrante e Natalia si scontrano, perché Natalia è sempre contro: contro l’ora di religione, contro l’imperialismo americano, le romanticherie inutili. A queste priorità così impegnate e opposte rispetto a tutto ciò che conosceva, la protagonista reagisce, per un periodo, con una battaglia anticomunista. “Credi di essere anticonformista ma sei solo presuntuosa.” Le dice, smettendo di parlarle. “Non è una di noi”, dice alle altre compagne.

La lotta che le due ragazze si fanno termina grazie agli occhi di tristi di Natalia, che un giorno la portano al primo e unico pianto narrato nella storia – la protagonista invece piange spesso – e nei confronti del quale tutto ciò che le divideva scompare. Due eventi squassano infatti la vita della protagonista e distruggono l’ingenuità della prima metà del romanzo. Uno, appunto, riguarda Natalia. Un altro, invece, riguarda «l’unico maschio con cui si poteva parlare», Gianpiero. Per Munari, Gianpiero è come un fratello, con cui parlare di quanto Piccole donne sia meglio dei Ragazzi della via Pal.

La narrazione ci accompagna nel guazzabuglio di pensieri di Munari, e il tema del doppio diventa una cifra potente nella determinazione della sua identità. Alla fine dell’infanzia impara a contestare l’autorità, e sente la propria fede entrare in contrasto con le pulsioni peccaminose in un’età in cui ci si innamora di tutti: del prete, delle amiche, dei fidanzati delle amiche. La protagonista preadolescente, infatti, racconta le sue recenti difficoltà a pregare, e se ne imbarazza.

Altri temi emergono nella narrazione, e la fede è una chiave di lettura imprescindibile per capire l’educazione delle ragazze nelle periferie del Nord Italia degli anni Sessanta e Settanta. L’oratorio maschile è descritto come «un sogno di possibilità» da chi, come Munari, stava in quello femminile: era fatto di campi per lo sport, e addirittura c’era il bar. La parrocchia era un ambiente di educazione informale che pure, nel corso della storia, assume una nuova dimensione grazie all’arrivo del giovane don Franz, un prete apertamente antifascista. Nella visione dell’autrice per il cattolicesimo c’è scampo e possibilità di dialogo con i valori, solo apparentemente antitetici, del comunismo. È insinuato che Gesù stesso volesse liberare dalle oppressioni. Dio è interrogato da Munari nei momenti di maggiore dolore: perché aveva permesso tutto questo?

Munari pensa anche alla famiglia. Con il padre, che lavora in officina, ha un’alleanza ridanciana. Anche quando lei gli dà le notizie più spiacevoli, lui non si scompone e si limita a dire «Porca l’oca» o «Maria Vergine». La mamma, invece, detta le regole e dà le prescrizioni punitive. Il fratello maggiore ammira gli antifascisti e le regala il libro di Kerouac. A quel tempo, molti operai erano immigrati, a partire dal papà di Natalia che era arrivato dal Salento.

Tornando alla scuola, due parole vanno spese sulla profia di lettere: descritta come un’anziana signorina («addirittura di trent’anni o più»), la sua autorità viene facilmente minata dalle provocazioni di Natalia che, a differenza delle sue compagne, sapeva chi erano i fascisti. Eppure il giudizio iniziale della voce narrante sulla profia, all’apparenza una donna timorata, debole, per nulla sovversiva, impacciata, che le faceva quasi pena, è forzato a un ripensamento.

Un giorno in classe esordisce con: ma quanto era bello Jack Kerouac? E da quel momento le ore di lettere diventano le più piacevoli. All’«istituto per salme» improvvisamente si parla di avventura, scoperta, amore. Di Blowing in the wind, di The sound of silence. Come la musica, anche la lettura nell’orizzonte culturale della periferia di Torino è un’opportunità, talvolta anche costosa, di saperne di più sull’amore, sulla politica. La città è descritta come un «ultramondo» dove guardare le vetrine.

Questo romanzo è sbarazzino, gioioso e ironico, con un linguaggio e delle espressioni forse datate ma ancora spassosamente sferzanti.

Mi ha commosso poi per l’accento del nord e la voce dolce e seria di Lella Costa, per uno scenario che sembra un posto come tanti altri – Settimio Torinese – ma che ho l’impressione di conoscere bene. Mi ha commosso anche la prospettiva delle ragazze, soprattutto in relazione all’educazione, figlie degli operai che conoscono solo la morale cattolica e sono costrette alla compostezza. Una cosa che può sembrare “d’altri tempi”, circoscritta al passato, ma che in molti luoghi non lo è.

Spaliviero contrappone tutto ciò all’ironia, allo scandalo, all’ingenuità che si trasforma in saggezza, rimanendo sempre leggera e potente. È un romanzo fine, discreto ma complesso, energico e indimenticabile. Dentro ci sono l’amicizia, la scuola, l’amore, Dio, la politica, la vita e la morte. Lo consiglio a chiunque.

di Rosa Rosanò