Marco Miglionico
pubblicato 3 anni fa in Letteratura

La condanna della sensibilità

la poesia sofferta di Isabella Morra e Antonia Pozzi

La condanna della sensibilità

Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio,
finché gli cade in gola da se medesimo.
Io sono quella che tu fuggi.

(da Operette morali, Dialogo della natura e di un islandese)

Nella storia della nostra Letteratura sono diffusi i casi in cui la poesia è stata ispirata dal profondo dolore e dalla passione dei sentimenti. Il modo di soffrire la solitudine, fisica o psicologica, di reagire agli eventi tragici dell’esistenza, abbattono con più veemenza chi è destinato alla sensibilità, come -senza troppa ironia- Paolo Sorrentino afferma nel suo recente capolavoro, La grande bellezza.
Sono più o meno note le dolenti rime di alcune poetesse italiane, che spesso dovettero combattere per l’affermazione contro limiti di genere, di condizione e di più intima natura. Prima fra tutte, non per ragioni puramente cronologiche, mi sovviene in mente Isabella Morra. La sua vita si lega a un fatale episodio di sangue e barbarie: la 790_imagegiovane donna venne prima reclusa in un castello di Valsinni, perché in relazione epistolare col poeta spagnolo Diego Sandoval de Castro, feudatario del circonvicino territorio di Bollita (oggi Nova Siri); infine fu uccisa a soli 26 anni dai suoi fratelli (siamo nel 1546). Era facile che ragioni politiche, la famiglia di Isabella era di parte francese, il poeta invece stava con Carlo V, si abbinassero alle recenti dicerie popolari su una relazione sentimentale, e non solo ideale, tra la giovane e il baldo spagnolo.
Che i due fossero legati sentimentalmente, per quanto fatale sia stato il solo sospetto, a noi poco importa. Ciò che conta è la bellezza appunto dei versi di lei che accompagnavano le lettere, clandestinamente portate a Don Diego dal precettore della fanciulla. I suoi sono versi che Benedetto Croce, tra i primi illustri critici a interessarsi della sua vicenda, definì propri di un’illustre poetessa, stupendosi della loro bellezza dal momento che Isabella, reclusa in un castello, non aveva certamente contatti col mondo letterario contemporaneo, proprio nel tempo in cui si affermavano le Rime alla maniera petrarchesca di Gaspara Stampa e di Vittoria Colonna.Isabella-Morra (1)
L’approfondimento di Benedetto Croce ai primi del ‘900, sulla base di uno sparuto Canzoniere riordinato post mortem da Don Diego, contribuì alla rivalutazione della sua poesia. Croce, che in Basilicata giunse per studiare quel posto che tanto costò a Isabella, ebbe modo di verificare quanto la condizione d’isolamento, prima spaziale e poi psicologico, avesse pesato su quei versi così ardenti di passione, ma sublimi e leggiadri grazie all’anelito poetico che li anima.1

Nelle descrizioni di desolazione tracciate da Isabella si rintracciano la sindrome angosciosa del Dante peregrino tra i gironi infernali; i suoi versi alludono, ma non sempre, all’imperante stile petrarchesco (allora volgeva già alla svilita maniera!); tutte tracce ugualmente capaci di condurre la giovane poetessa alla descrizione della propria infelicità. I suoi versi sono tristi e talvolta alludono alla morte, desiderata come è desiderata nelle migliori pagine della lirica greca superstite. Isabella Morra, con sapiente capacità formale, identifica l’ambiente circostante, così ostile, con l’asprezza della propria condizione, anticipando -secondo taluni critici- i sentimenti leopardiani nei confronti del natio borgo selvaggio.
In una poesia Isabella chiede al torbido Siri, che scorre nella valle, di spiegare al padre lontano la sua pena, come nei migliori esempi della poesia romantica.

Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch’io sento da presso il fine amaro,
fa’ tu noto il mio duolo al padre caro,
se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo.
Dilli com’io, morendo, disacerbo
l’aspra fortuna e lo mio fato avaro,
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice e le tue onde io serbo.
Tosto ch’ei giunga a la sassosa riva
(a che pensar m’adduci, o fiera stella,
come d’ogni mio ben son cassa e priva!),
inqueta l’onda con crudel procella,
e dì: – M’accrebber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella.

Le stesse immagini di desolazione, in dialogo panico con l’animo oppresso -come spiegava Eugenio Montale- e utili a pozzi4“effondere il sentimento nelle cose trasfigurate”2, sono nella dolorosa poesia di Antonia Pozzi.
Nata a Milano nel 1912, la Pozzi fu una brillante studentessa di Filologia all’Università di Milano e, dalle lettere e dal diario in nostro possesso, sappiamo quanto vivaci fossero i suoi interessi culturali e i suoi scambi intellettuali. L’italianista Maria Corti, in alcune pagine3 , la ricorda per quella ipersensibilità che, tuttavia, la condusse fino al limite dei crepacci sull’abisso, come una “montagna in perenne espansione”. Era, secondo il ricordo della Corti, una donna forte, ma oppressa dalle restrizioni del padre, dal pressante ambiente religioso nel quale era stata educata e nella contemplazione della natura di piante e cose simili affrancava il suo animo. A ventisei anni, anche lei, perse la vita: si suicidò assumendo una dose eccessiva di barbiturici, ma la famiglia -per negare qualcosa che era ritenuto scandaloso- parlò sempre di una fulminante polmonite.
Le stesse pressioni, che continuarono a manipolare la sua memoria, furono così pesanti in vita. Antonia Pozzi inevitabilmente accolse le influenze poetiche dell’oscuro crepuscolarismo italiano e dell’espressionismo pozzitedesco. Come la stessa Pozzi conferma in una delle sue lettere, «la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare»4. La mestizia che viene dalla sua sensibilità trasforma l’ambiente circostante o ne accoglie i riferimenti più cupi, giacché cupa è l’anima sua. Leggiamo in alcuni versi

le corolle dei dolci fiori
insabbiate.
Forse nella notte
qualche ponte verrà
sommerso.
Solitudine e pianto –
solitudine e pianto
dei larici.

Molto più forti i versi da Naufraghi

Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi

che disegnano un’immagine efficace, recuperata anche nella poesia di Elsa Morante, Addio. I versi sono dedicati all’amico Bill Murrow, morto suicida, e lì compare, nell’ultima redazione del Mondo salvato dai ragazzini, la metafora della rete spinata, come i rovi di Antonia, che nascono in noi e ci divorano, restando infine l’unica ombra del nostro aver vissuto.

Forse, io devo accettare tutte le norme del campo:
ogni degradazione, ogni pazienza.
Non posso scavalcare queste rete spinata
mentre al tuo grido innocente non c’è risposta

 

1 da B. CROCE, Sulle prime stampe delle rime di I.M., in Aneddoti di varia letteratura, vol. I, Bari, Laterza, 1953.

2 da E. Montale, prefazione a ANTONIA POZZI, Parole, Mondadori, Milano 1964.

dalla curatela all’edizione di una delle sue opere

4 da Diari e altri scritti, nuova edizione a cura di Onorina Dino, note ai testi e postfazione di Matteo M. Vecchio, Milano, Viennepierre, 2008.