Jenny Bertoldo
pubblicato 5 mesi fa in Letteratura \ Recensioni

“La famiglia di Pascual Duarte” di Camilo José Cela

una palude di memorie d’amore e d’orrore

“La famiglia di Pascual Duarte” di Camilo José Cela

La famiglia di Pascual Duarte è un romanzo dello scrittore spagnolo e premio Nobel Camilo José Cela, riedito recentemente (settembre 2020) dalla casa editrice Utopia.

Il romanzo, pubblicato nel 1942 dalla casa editrice spagnola Aldecoa, apre la stagione della letteratura spagnola del dopoguerra (che in Spagna è da intendersi come il periodo che va dalla presa di potere del dittatore Franco fino alla sua morte, cioè circa dagli esordi degli anni Quaranta alla fine degli anni Sessanta). Il libro inaugura anche una nuova tendenza della letteratura spagnola, definita tremendismo – inizialmente in senso dispregiativo, caratterizzata da una letteratura scabrosa, con trame e linguaggio crudi, personaggi violenti o emarginati. Questa letteratura infrange spesso dei tabù morali: ecco perché già dall’anno successivo il libro venne ritirato dal commercio per via della censura.

È il personaggio principale, Pascual Duarte, a essere ritenuto un esempio di piena immoralità, specialmente dalla Chiesa. Il potere clericale nel regime franchista esercita un’influenza enorme su ogni questione. Nel 1946 il romanzo viene riedito – dalla casa editrice spagnola Destino – e questa volta passa indenne le maglie della censura, grazie a un prologo scritto dal critico Gregorio Maragnon, che lega Pascual Duarte alla tragedia greca, in particolare al mito di Oreste. La rilettura in chiave mitica del romanzo porta a considerare l’intera vicenda decontestualizzata da una precisa dimensione storico-politica, permettendo così di eludere gran parte delle critiche.

La famiglia di Pascual Duarte è ambientato in Estremadura, nel piccolo villaggio di Badajoz, e narra la vita di Pascual Duarte, un contadino che vive in condizioni di estrema povertà. A causa di una serie di eventi legati alla propria vita familiare, vive in un crescendo di infelicità e umiliazione. Circondato di miseria, maldicenze e ipocrisia, compie violenze sempre maggiori, fino a delitti estremamente cruenti.

Già dal titolo si evince come la famiglia e le sue dinamiche siano estremamente vincolanti e incisive per il protagonista: in tal senso il romanzo è erede di quel concetto di determinismo imperante nel secolo precedente. Tuttavia, pagina dopo pagina la figura di Pascual si deforma agli occhi del lettore: ora vittima, ora spietatissimo carnefice. Anche per questa ragione è stata possibile una rilettura dell’opera che fa di Pascual un eroe da tragedia greca: scrive Aristotele nella sua Poetica che il vero eroe tragico non si distingue né dalla virtù né dal vizio; ora innocente, ora colpevole, l’eroe tragico muove sentimenti contrastanti nello spettatore (fra terror e pietas, senza permettere la prevalenza dell’uno sull’altro). E così Pascual, in un crescendo di chiaroscuro, si autodefinisce ora iena, ora tenero agnello.

Lo stile di Cela accompagna il lettore con grande maestria lungo l’arco di trasformazione del personaggio: senza accorgersene, entra in profonda empatia con Pascual nella parte iniziale del romanzo. Il protagonista sembra infatti bramoso di giustizia sociale e inorridisce per i soprusi verso i più deboli, come il fratellino Mario, un bambino colpito da una grave forma di disturbo mentale, sadicamente picchiato dall’amante della madre. Sembra poi volersi ribellare a un destino particolarmente avverso, come quando la moglie Lola, incinta, cade da cavallo e perde il bambino.

La lotta di Pascual, contro le ingiustizie ma anche contro un crudele volere divino, crea una tale pietas nel lettore da lasciarlo totalmente confuso quando la rabbia induce il protagonista a uno spietato massacro.

Ma la stessa esistenza del memoriale, scritto come forma di pentimento dal carcere, rivela ancora la presenza di sentimenti umani (come il senso di colpa o la volontà di espiazione) in un personaggio folle e delirante, creando ulteriori sfumature con cui lo spettatore deve confrontarsi.

Il romanzo presenta un notevole apparato paratestuale: se il fulcro della narrazione è naturalmente incentrato nel testo, cioè nel memoriale scritto in prima persona dal protagonista, le informazioni che ricaviamo dal paratesto svelano al lettore un’enorme quantità di informazioni. Questo corposo apparato paratestuale ha inoltre la funzione di creare una struttura a palinsesto, moltiplicando i punti di vista sulla storia. Si tratta di un riferimento alla teoria del prospettivismo, nata anzitutto in ambito filosofico con Leibniz, ripresa poi da Nietzsche e, in Spagna, da Ortega y Gasset, per poi estendersi all’ambito narrativo. Tale teoria si basa su un nuovo concetto di verità: non esiste una verità né una realtà oggettuale, ma molteplici verità e realtà a seconda del punto di vista adottato. Diversi punti di vista permetterebbero dunque una conoscenza più profonda della verità.

Il libro si apre infatti su una nota del trascrittore: Cela utilizza il topos del manoscritto ritrovato, che riprende da una lunga tradizione spagnola (il chiaro e celebre richiamo è in primis al Don Quijote). Questo trascrittore rimane una figura anonima e ambigua, che sostiene di aver rinvenuto il manoscritto e di averne, con gran fatica, ricopiato il contenuto, sebbene fosse scritto in una grafia quasi illeggibile. Inoltre, dice, le pagine non erano ordinate né numerate. Il lettore è qui di fronte al venir meno dell’autorialità: lungo tutto il romanzo regnerà l’incertezza, da parte del trascrittore, del lettore, e addirittura dello stesso Pascual.

L’indebolimento dell’istanza autoriale è una tendenza della letteratura spagnola del dopoguerra: con l’avvento della dittatura e dell’obbligo di autocensurarsi e censurare decade il narratore ottocentesco stabile e onnisciente, come se ormai nessuna voce potesse stagliarsi chiara ad affermare una certa verità. All’interno del regime dittatoriale tutto è incertezza, paura, in bilico fra realtà e allucinazione, e così la voce di narratori e personaggi.

Dopo la nota del trascrittore leggiamo la clausola testamentaria di un certo don Joaquin Barrera Lopez, che, avendo ricevuto il manoscritto inviatogli da Pascual, ordina che sia dato alle fiamme per gli orrori narrati.

Il corpo centrale del memoriale è composto da diciannove capitoli nei quali Pascual Duarte ripercorre gli episodi della propria vita, in una sorta di autoanalisi ma anche di autocensura. Questi confessa che alcuni fatti siano talmente scabrosi da dover essere ammessi. Si tratta anche qui di una tecnica di Cela per riferirsi al silenciamento personal, ovvero l’autocensura cui gli scrittori erano obbligati per non incorrere nel mirino della censura.

La famiglia di Pascual Duarte è un romanzo ambivalente: da un lato si tratta di un’opera accessibile a tutti, grazie ad una trama lineare, con un climax travolgente ed un finale sconvolgente per qualunque lettore. Dall’altro, è in grado di sorprendere anche il lettore più esperto ed esigente: la struttura corposa ed elaborata del romanzo fa sì che maggiore sia l’attenzione e la capacità di penetrazione del testo, maggiori siano gli indizi reperibili che l’autore ha disseminato fra le pagine.

La figura di Pascual, con il suo marcato chiaroscuro, trasporta il lettore nella sua palude di amori, delusioni, desideri e follia, a tratti convincendolo quasi a sprofondare con lui, a tratti creando una viscerale repulsione, fino a generare un turbamento empatico che fa di quest’opera un capolavoro della letteratura spagnola e di Pascual un personaggio indimenticabile.