Culturificio
pubblicato 4 settimane fa in Recensioni

La linea del colore: il gran Tour di Lafanu Brown

di Igiaba Scego

La linea del colore: il gran Tour di Lafanu Brown

“Signorina, l’oceano è gelido d’inverno, si copra bene durante la traversata.” Lafanu non lo guardò nemmeno. Occhi fissi al molo che lentamente ma inesorabilmente si separava da quella nave grassa di passeggeri. Acqua tutt’intorno. La stessa acqua che aveva visto in ceppi i suoi antenati. E ora lei andava nella direzione opposta a quella degli schiavi. Andava a cercare una specie di libertà».

A febbraio di quest’anno è uscito per Bompiani La linea del colore, ultima fatica della scrittrice romana Igiaba Scego, già autrice di Pecore nere (Laterza 2005), Oltre Babilonia (Donzelli 2008), La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010), Roma negata (Ediesse 2014) e Adua (Giunti 2015).

Si tratta di un romanzo particolare e sicuramente ben congegnato, in cui linee temporali e luoghi geografici si intrecciano nei destini di due donne, la pittrice americana Lafanu Brown che si trova a Roma nel 1887, e Leila, ragazza di oggi alle prese con la propria identità, la famiglia e la crescente consapevolezza di trovarsi in un mondo comodo per chi ha le possibilità e pieno di ostacoli per chi è alla ricerca di una vita migliore.

Le protagoniste trovano un’ancora di salvezza nell’arte, Lafanu dipingendo, Leila raccontandola, in quanto curatrice di mostre. È una vita alla ricerca per entrambe, che infatti viaggiano per il mondo in più di una occasione, allo scopo più o meno inconscio di liberarsi dei propri traumi e fragilità per riuscire a trovare una nuova libertà.

Il primo punto di contatto tra queste due donne, così lontane nel tempo, è un luogo, o meglio, una fontana: la fontana dei Quattro Mori di Marino, comune non molto distante da Roma. Leila si trova lì per festeggiare la sagra dell’uva, invitata da una sua amica e dalla madre, che afferma allegramente: «Si mangia la porchetta e si beve tanto vino! una delizia!». Veniamo a sapere così che Leila è musulmana e alla sagra non mangerà né berrà perché sia la carne di maiale che il vino sono haram, proibite per lei.

Eppure Leila si sforza di non sembrare un pesce fuor d’acqua nel giorno di festa. Quando si trova di fronte alla fontana, fulcro dei festeggiamenti e a tutti gli effetti fonte di gioia per le persone intono a lei, ha una sorta di epifania, un momento di paralizzante smarrimento seguito a qualche tempo di distanza da una fondamentale chiarezza mentale:

Fu allora che il futuro mi apparve chiaro. In quel momento decisi, ma ne fui consapevole solo nei giorni seguenti, che avrei aiutato le persone a guardare meglio […] Io avrei dato al prossimo degli occhi nuovi per guardare il mondo che attraversano ogni giorno. Lenti per capire il passato e per acchiappare il futuro.  

Ma cosa ha scatenato questo tumulto in Leila?

Le statue della fontana dei Quattro Mori di Marino rappresentano la sofferenza degli schiavi incatenati come un orgoglio da celebrare e da tramandare. Leila riconosce quella sofferenza e la rivede, la rivive, nella storia della cugina Binti, la quale tenta di lasciare Mogadiscio e raggiungere la tanto agognata Europa. Purtroppo “da qualche parte tra la Libia e il Niger” finisce prigioniera di uomini che non le tolgono la vita ma ogni possibilità di viverla pienamente.  Quando Binti riesce a ritornare a casa non è più la stessa persona. Non è più una persona. Il libro alterna la storia di Leila a quella di Lafanu e di certo non è un caso che i capitoli in cui si racconta la storia della giovane curatrice d’arte siano intitolati «Incroci»: è proprio questa struttura a specchio che evoca i punti di incontro tra le protagoniste e rende la lettura intrigante.

 Il corpo nero, il corpo di donna, il corpo al lavoro, il corpo erotico, il corpo in viaggio: vengono rappresentate le sofferenze e le lotte di chi, per un verso o nell’altro, non appartiene, è fuori posto nel suo angolo di mondo. Tutte le donne presenti nel romanzo rappresentano un filo strappato, una realtà univoca che tiene in apparenza, ma che, una volta squarciata la tela, si dimostra fatta di mille sfaccettature.

Attraverso le storie di tutti i personaggi che appaiono nel corso del romanzo, vengono affrontati i temi della ricchezza e della povertà, della schiavitù e della libertà, dell’amore e dell’odio, della malattia e della cura, del viaggio e della fuga.

In un periodo come questo, in cui un po’ tutti ci sentiamo sulle montagne russe del mondo e facciamo fatica a pensare che a un certo punto la giostra rallenterà per farci tirare il fiato e magari dare un’occhiata al panorama, questo libro, un po’ romanzo di formazione, un po’ ricerca storica e un po’ reportage di attualità cerca di spiegare che linee rette e confini precisi non sono di questo mondo e che le traiettorie umane somigliano di più a incroci.

di Elena Garbarino