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pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

“La memoria dell’uguale” di Alfredo Zucchi

scienza e ritualità dell’identico

“La memoria dell’uguale” di Alfredo Zucchi

Che l’identità si schiuda a una memoria, cioè che l’uguale in qualche modo divenga, è un paradosso solo apparente. L’assunto di partenza per affrontare i racconti de La memoria dell’uguale di Alfredo Zucchi (Alessandro Polidoro Editore, 2020) è questo: l’id-entità, cioè l’essere qualcosa, non è un fatto conchiuso, ma si colloca in una temporalità, e perciò nello sviluppo di una memoria. Che questa memoria di sé, dell’identico a sé, si riversi in una tautologia violenta, è invece l’assunto di arrivo. Nel discorso che segue proverò a capire cosa c’è in mezzo tra i due.

Anzitutto, conviene evidenziare che i nove testi de La memoria dell’uguale sono fra loro indipendenti – sul piano della fabula – anche se partecipano in qualche misura a un universo comune. È lo stesso autore, in un’intervista rilasciata ad Antonio Esposito per Italians Book It Better, a dichiarare: «Il punto è la membrana che li tiene uniti [i racconti] e che permette questo gioco: un gioco di ricorsività, slittamento, approfondimento». Possiamo quindi pensare a un universo che – superiormente alle nove trame – si conserva nella sua complessità seguendo una determinata logica.

Se, tuttavia, ogni singolo racconto obbedisce a un suo peculiare ordine logico (la possibilità di morire più volte, ad esempio, o lo scambio di gerarchia tra sognatore e sognato), che determina un certo funzionamento della realtà o surrealtà in quel caso raccontata, dobbiamo immaginare che le nove logiche dei nove racconti partecipano a un sistema superiore che le precede e che coincide con l’universo generale teatro di queste storie. Questa Logica – dato anche il suo carattere imperscrutabile e metafisico, su cui tornerò più avanti – la chiameremo “pre-logica” o “logica trascendentale”.

Al di là della definizione, comunque, quello che qui effettivamente ci interessa è la natura della pre-logica o logica trascendentale o Logica; e la natura di questa pre-logica è assurda.

L’incipit del racconto Sul bordo di un evento è del resto abbastanza chiaro: «Con gli occhi di un uomo il mondo è infinitamente grossolano». Per leggere (questo) Zucchi occorre dunque immaginare i nove racconti come episodi – ed episodi non nel senso di momenti di una serie temporale, bensì di possibilità eventuali in cui si manifesta un cosmo – che discendono da questo universo assurdo (cioè oltre il pensiero umano). Più avanti, nell’intervista già citata, si legge infatti che «la membrana» è «una sorta di cornice i cui tratti però non vengono mai definiti del tutto: è una cornice ambigua, simbolica».

Sulla base di questo, possiamo ora concretamente concludere che definire la pre-logica risulta per noi – dotati di occhi “grossolani” – di fatto impossibile. L’universo pre-logico è il sottotesto oscuro su cui si muovono i nove racconti; tanto possiamo sapere, e da questo non svelamento dipende la resa dell’intero libro, i cui eventi si consumano appunto secondo rationes a noi estranee e inattingibili.

È per questo che Clelia Attanasio, autrice per Neutopia di un’ottima riflessione sul libro, definisce l’universo generale de La memoria dell’uguale in termini di «possibilità» («Ciò che caratterizza questa realtà non è più l’evento in sé, controllabile e accettabile, ma la mera e cruda possibilità che qualcosa accada»); deve farlo non solo perché concretamente gli accadimenti dei racconti appaiono ai nostri occhi regolati da schemi aleatori (quantistici, per dirla ancora con Attanasio), ma anche perché gnoseologicamente noi ci troviamo al di qua di una scienza che tenta di definire (invano) una pre-logica che si trova invece al di là del nostro mondo (ergo, della stessa scienza).

Posta questa indeterminatezza (per noi) dell’universo generale zucchiano – ancora con Attanasio: «l’imperfezione del caso e il possibile sono gli elementi che fanno da perno fondante del fantastico» – possiamo ora osservare le logiche dei singoli racconti. Ognuno di questi, accennavamo, si fonda su un accadimento – o meglio su uno schema, su una «possibilità» di essere – per noi (fisicamente, razionalmente) incomprensibile. Nel caso de Il dono, ad esempio, la realtà – sovrapposta al sogno – è suscettibile di inversioni spazio-temporali a seguito di un evento non previsto, mentre, perpendicolarmente, la gerarchia sognatore-sognato viene ribaltata. In La memoria dell’uguale occorre che il lettore accetti la possibilità che si possa morire più volte; oppure, in Un errore di mira, che la gravità possa essere sconfitta.

In che modo le logiche dei singoli racconti possano costruire la pre-logica dell’universo, si è visto, non è dato sapere, ed anzi questo mistero è il sostrato inaccessibile su cui si fonda la possibilità del libro in quanto letteratura. Rimane certo, comunque, che il significato di ogni racconto si innesta non tanto sulla sceneggiatura, quanto sulla stessa regola dei mini-universi di ogni racconto. I personaggi risultano infatti assottigliati in personaggi-funzione («oltreuomini e oltredonne», per dirla con Attanasio): senza rinunciare a una forma di illusione di realtà (comunque votata a un contesto per intero surreale), come ad esempio nelle scene di sesso o di violenza, i personaggi equivalgono nella maggior parte dei casi a pedine in mano a un Ordine (che è un Caso, per gli uomini «grossolani») in qualche misura incontrovertibile. Ne viene ad esempio che molti personaggi sono individuati, in stile kafkiano, solo dalla lettera iniziale puntata.

Oltre a Kafka, poi, come molti recensori hanno già ampiamente e giustamente evidenziato, in riferimento a Zucchi è utile tenere conto della letteratura sudamericana, ad esempio di Bolaño (il gusto per l’investigazione, che ora spiegherò avere un ruolo meta-testuale importante), oppure di Borges (la pratica delle citazioni e dei libri nei libri, nonché il procedere pseudo-saggistico, argomentativo più che mimetico, della narrazione), e aggiungerei anche il meno citato Márquez (il cui Cent’anni di solitudine mi pare un sottotesto significativo per quanto riguarda il ruolo del libro che racconta – o scrive – la storia di un’etnia parallelamente al suo svolgersi, in Il ponte).

Unendo questi richiami intertestuali con lo studio dei personaggi, si ottiene quella che io chiamo la “scienza” del libro. Con questo intendo il rapporto che la voce narrante intrattiene con la materia narrata, che è un rapporto di incessante analisi: il tono borgesiano, distaccato, che assume il narratore non è solo funzionale al rafforzamento del patto narrativo (una normalizzazione, anche con Kafka, dello straordinario), ma anche alla conduzione di uno studio razionalizzante (per quel che può) l’assurdità dei temi. Ecco dunque il ruolo dell’investigazione, bolañiana, che a sua volta compare non solo come tema di alcuni racconti (ad esempio in Un uomo come tanti, in cui si inscena un processo, oppure ne L’Esatto, il cui protagonista è un detective, e precisamente – si noti – un «Detective Trascendentale»), ma soprattutto come misura meta-testuale, cioè come pratica in cui si realizza la relazione narrante-narrato, che è una pratica di indagine sul senso.

Quando diciamo che il narratore guida il lettore, in questo caso, possiamo dire perciò che lo fa perché si trova, come il lettore, al di qua del racconto, cioè al di qua delle logiche assurde, nonché della pre-logica, su cui i racconti-evento e il libro-mondo si fondano; perché si trova, dunque, nella scienza. Al di là dei racconti, quindi anche della scienza, si colloca invece quel mistero di cui si parlava prima, che ci si svela però adesso anche sotto un altro aspetto, che la scienza – dato il suo limite metafisico («i posteri, semmai ce ne saranno, perdoneranno l’imprecisione e la confusione delle mie note») – può solo registrare: una certa ricorrenza tautologica (che viene a chiamarsi “caso” proprio dacché è inspiegabile) sovrapposta a un’energia violenta.

In questa dicotomia si rintraccia il senso del titolo del libro. Come si scriveva in apertura, l’id-entità, l’essere uguale a sé, può muoversi nell’arco di una memoria, quindi di una temporalità; e può farlo, aggiungiamo ora, perché per quanto incomprensibile una ratio comune ai vari racconti esiste e si esercita nella tautologia. Lo schema di un eterno ritorno – sebbene calato in un impianto causa-effetto di volta in volta diverso – ricorre praticamente in tutti i testi: c’è nella «palude della ripetizione» de Il dono, negli omicidi reiterati de La memoria dell’uguale, nel rispecchiamento vita-libro de Il ponte, e così via. Altrettanto costantemente tale ritorno si associa ad episodi di violenza, anche questi di genere vario: legato all’eros in La memoria dell’uguale, di taglio onirico ne Il dono, rituale in Esecuzione

Proprio quest’ultimo aspetto, riguardante il rito, è il più universale (che in un contesto tautologico vale a maggior ragione anche: verso la stessa direzione) e quello che meglio spiega il senso del violento nella tautologia. Per comprenderlo, occorre intanto ricordare come l’etimologia di “rito” rimandi a questioni di ordine numerico, da una parte, e di scorrimento, dall’altra: la struttura della ritualità richiede necessariamente, infatti, una costanza e un ritorno dell’uguale.

Per eleggere la serie a rito, poi, bisogna considerarne la parte simbolica, simbolizzante, che sia in grado di funzionare come autorappresentazione e autolegittimazione, dunque come liturgia. Ecco svelata allora la connessione che qui ci interessa tra violenza e tautologia: ne La memoria dell’uguale la violenza permette i sacrifici su cui si fonda quella liturgia cui partecipano i personaggi e che consolida la sacralità (la non-scienza) della pre-logica; lo fa proprio in quanto la pre-logica rimane il fondo scuro e imperscrutabile al di là della scienza: richiede atti di fede e sacrifici.

Lo schema tracciato dai racconti di Zucchi (che, si è capito, sono indipendenti solo in apparenza) prevede allora che la letteratura si estenda nell’ordito di una «membrana» liminare tra il fondo oscuro e la venuta alla luce delle storie.

In questo schema generalmente e violentemente tautologico, l’imprevisto può avere conseguenze enormi («Capì che il tempo è illusorio, che il suo corso è modificabile ma non privo di conseguenze»), ed è di base l’input delle trame: ai personaggi-sacerdoti la facoltà di redimersi attraverso una ritualità che è sacrificio («l’equilibrio andava ristabilito ad ogni costo»); al lettore il compito terrestre di operare una scienza, smascherare – per quel che può – l’ignoto.

di Antonio Francesco Perozzi