Lucio Gava
pubblicato 5 mesi fa in Cinema

La non del tutto popolare Cortina

Vacanze di Natale 35 anni dopo

La non del tutto popolare Cortina

“Ti do il permesso di non dire Carino qui” dice Jerry.
“Ma dove siamo” risponde Katerina Huff.
“A casa, me l’hai detto tu, portami a casa”.
“Questa non è casa mia”.

“E no, questa è la tana di Ezechiele Lupo. Vieni porcellina” dice infine un Jerry Calà Billo a Katerina Huff Samantha nello chalet del primo, in una delle scene più riuscite del film, dove, non una, ma due donne sono nascoste nell’armadio.
Questo film racconta una storia che ha luogo durante le Vacanze di Natale dei non meglio precisati anni Ottanta. Il film esce nel 1983 diretto da Carlo Vanzina. L’intrattenitore e valentino Billo seduce una Samantha delusa dall’indifferenza del compagno Roberto Covelli, cioè Christian De Sica.

Questo è il primo di una lunga e redditizia serie di film nazional-popolari, popolari ma non troppo, che negli anni a venire verranno chiamati cinepanettoni. Nel cast entra una Stefania Sandrelli in fiore, una delle due donne recluse nell’armadio, moglie delusa ma pronta a ritornare ai piedi del benestante marito Guido Nicheli, caratterista della milanesità cafona; un Claudio Amendola da far luccicare gli occhi, Antonella Interlenghi, Riccardo Garrone e perfino Moana Pozzi.
Avremmo pagato, e pagarono all’epoca i nostri genitori quasi tre miliardi delle vecchie lire per partecipare al clima di spensierata italianità di quella Vacanza, dove essere insolenti ma ricchi, meglio se con l’aereo privato, era non solo snob, ma sembrava essere persino motivo d’orgoglio. Non solo perché Cortina è la vetrina della società capitalista, dove chi possiede, quindi è e può, ha potere di comprare qualsiasi cosa, esposta o non esposta nelle vetrine dei negozi. La fedeltà è merce rara e tutto è in vendita per un po’ di piacere, e ridere di se stessi in fondo è la miglior medicina nella vita, ci insegnano i protagonisti del film.

Sembrerebbe che essere italiani sia quasi bello e tra le eterne musiche di Lu Colombo con Maracaibo, Marcella Bella, Bandolero con Paris Latino, Marco Ferradini con Teorema, Vasco Rossi, Nada e Antonello Venditti, è difficile dimenticare l’indimenticabile.
In quella dimostrazione di forza e di stupidità che è la Cortina dei ricchi italiani senza distinzioni di latitudine, noi ci sentiamo a casa, nonostante siano passati trent’anni e più, non solo non vorremmo perdere il sorriso di Christian De Sica, che anche nei momenti di impasse sessuale, sfodera la sfrontatezza giusta.

Ma vorremmo essere di fianco a Calà al pianoforte, perderci per le vie colme di neve di una città nostrana, familiare, nostra. Vorremmo ridere ancora di noi stessi, respirare il calore delle tavolate di fronte al focolare, distanti dai problemi veri. Vorremmo ritrovarci lì, insieme a quelle icone che hanno fatto grande il piccolo schermo italiano, riempiendo le nostre case di programmi più o meno intelligenti. Se l’intelligenza non è altro, declinata nei vari campi del sapere, che pensare al rapporto, al significato e alla sintassi tra l’esistenza di un Eterno Universo Infinito e una temporale esistenza limitata, umana.
E se il popolo, la massa di questa intelligenza non ne ha troppa da vendere, nemmeno in cambio del piacere, tantomeno della fedeltà, non ci azzarderemo a cuor leggero a definire popolari tali film di Vanzina, tale primo Vacanze di Natale. Questi sono film improntati all’economicità, pregio di chi sa ragionare economicamente.
Se solo la pellicola fosse finita prima, due minuti prima di passare in Costa Smeralda, dove la compiacente voce narrante ci fa ritrovare i nostri eroi abbronzanti al mare, invece che nella tristezza degli adii, della neve cadente e nell’albergo deserto, reso silenzioso pure l’intrattenitore Billo, allora avremo avuto del riguardo a definire commerciale tale film, ritrovati in questi attori amici, noi stessi, intelligenti o meno, economi o meno, ricchi o meno, vacanzieri o meno.
Riflettere la baldanza appena vissuta e non la sua continua ricerca, che infine è il motore della vita, ma anche la condanna a non poterla riflettere come fa l’arte, distingue appunto l’opera d’arte dal prodotto artistico, con buona pace dei nostri alacri padri.

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