Maria Concetta Fontana
pubblicato 4 settimane fa in Cinema e serie tv

“Saltburn”, il fascino perverso di perdersi

“Saltburn”, il fascino perverso di perdersi

It’s a murder on the dancefloor

You’d better not kill the groove
DJ, gonna burn this goddamn house right down

Dopo l’esordio alla regia con Una donna promettente (2020), Emerald Fennell torna dietro la macchina da presa con l’altrettanto chiacchierato Saltburn (2023), addentrandosi nei meandri oscuri e allo stesso tempo glam del ceto benestante britannico degli anni Duemila.

Disponibile su Prime Video, il film vede protagonisti due giovani studenti di Oxford, Felix e Oliver: il primo è popolare e di ricca famiglia, abituato a un certo stile di vita, mentre il secondo proviene dal contesto opposto e fa fatica a inserirsi nell’ambiente snob del college, che può frequentare soltanto grazie a una borsa di studio. Proprio l’appartenere a due mondi diversi attrae l’uno all’altro.

Fare amicizia con Felix permette a Oliver di cambiare il proprio status, e questa ascesa raggiunge il suo apice quando l’amico lo invita a trascorrere l’estate con lui a Saltburn, la residenza di famiglia da cui prende il nome il film. Uno spazio in cui a dominare sono il labirinto e le forme circolari, per evidenziare un girare in tondo con il rischio continuo di perdersi.

I suoi ricchi proprietari sembrano anestetizzati nelle loro emozioni, pronti a vivere soltanto di quelle altrui, soprattutto di gente che si trova nei gradini più bassi della scala sociale e in qualche modo ha bisogno di loro. Fino a che non si stufano.

Quando invece qualcosa di tragico li riguarda, fanno quasi finta di nulla, rinchiudendosi nella loro alterigia, come se niente potesse scalfirne l’algido e indolente distacco. Esattamente come recita la canzone con cui si conclude il film: c’è un omicidio sulla pista da ballo ma meglio non rovinare l’atmosfera, e continuare a ballare.

Fennell mostra il mondo dei privilegiati che frequentano Oxford più per una questione di lignaggio che merito, e si credono destinati quasi per diritto divino a dominare, guardando tutti dall’alto in basso senza andare oltre la superficie, abituati a giudicare più la forma che il contenuto.

In questo ambiente fatto solo di apparenze e ostentazione, i giovani rampolli non si fanno scrupoli a far sentire Oliver un intruso, inadeguato a stare con loro sia a Oxford che a Saltburn.

Lui però non demorde, sembra ingoiare le umiliazioni senza batter ciglio, e riesce con grande abilità manipolatoria a ottenere ciò che vuole, insinuandosi in questo mondo.

Oliver fissa, spia, studia Felix, che all’inizio non si accorge nemmeno dell’esistenza dell’altro.

Interpretato da Jacob Elordi, Felix sembra sovrastare Oliver per posizione sociale, popolarità e anche prestanza fisica, ma finisce per esserne a sua volta catturato.

Oliver non ha nulla, ed è proprio questo che lo seduce di lui, la sua tragica situazione familiare, le dipendenze dei genitori e le difficoltà economiche, a cui vuole cercare di porre rimedio aiutandolo. L’unico modo per essere considerati degni di attenzione è avere una storia interessante da raccontare, fatta di eccessi e drammi.

Perché in fondo è come se questi nobili decaduti si nutrissero delle tragedie degli altri; alla disperata ricerca di qualcosa di reale, mentre loro, estranei al mondo, vivono nell’ipocrisia, troppo impegnati a rimirarsi e a riempirsi di complimenti vuoti.

Se la famiglia di Felix accoglie Oliver a Saltburn colpita dalla sua storia difficile, e dalla bellezza dei suoi occhi, Oliver è invece affascinato dall’imponenza dell’abitazione e da quello stile di vita che sembra ancorato a un passato ormai lontano. In una delle scene più intense e rivelatorie del film, Venetia, sorella di Felix, lo paragona a una falena che sbatte contra la finestra attratta dalle cose luccicanti e fa di tutto pur di entrare. Un gioco di potere ambiguo in cui chi sembra e pensa di detenerlo si rivela facilmente influenzabile, vittima del suo stesso egocentrismo.

Oliver si diverte a stuzzicare la loro vanità in quello che è anche un gioco di specchi, che si ripete in varie scene ed è richiamato dalla stessa locandina del film dove si riflettono le varie versioni dei personaggi. Come se avessero diverse personalità, quella che vedono tutti, e altre sotterranee, tenute nascoste.

La regista l’ha definito un film sui vampiri, e non mancano infatti accenni al sangue freddo dei protagonisti, attratti dalla luna piena e pronti a succhiare la vita di chi li circonda. Figure dalla personalità gelida e a tratti inquietante rese reali da una fotografia che dona loro luce e consistenza, riscaldandoli in qualche modo.

Proprio come in Una donna promettente, inoltre, sono presenti riferimenti religiosi – il protagonista afferma di aver letto la Bibbia durante l’estate – e mitologici, come il labirinto e le corna che Oliver indossa alla sua festa di compleanno, ispirata non a caso alla commedia shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate che vede come protagonista Teseo, colui che secondo la leggenda riuscì a sconfiggere il Minotauro.

Con influenze cinematografiche che vanno da Call me by your name ad atmosfere alla Harry Potter, Fennell confeziona un film dall’estetica pop in cui si diverte a raccontare il decadente fascino per gli eccessi dell’alta società britannica, attraverso inquadrature che catturano attimi di un’estate surreale e al di fuori del tempo, tra amori e morti che si intrecciano morbosamente.

A dare forza alla sceneggiatura le prove attoriali, tra tutte quella di Barry Keoghan che attraverso i suoi sguardi e un’apparente vulnerabilità riesce a dare potenza a un personaggio ambiguo come Oliver, che non accetta di essere considerato un perdente e riesce a sedurre gli abitanti di Saltburn e lo spettatore, fino all’ormai iconica scena finale sulle note della hit degli anni Duemila, Murder on the dancefloor.