Claudio Musso
pubblicato 7 mesi fa in Recensioni

“La ricreazione è finita” di Dario Ferrari

“La ricreazione è finita” di Dario Ferrari

Marcello, ti laurei in Lettere, ci impieghi dieci anni, giusto il tempo per godertele per bene queste lettere, cibi pregiati che vanno gustati lentamente, mentre ti sussurri negli angoli autoassolutori della mente:

Tendenzialmente cerco di non muovermi, di procrastinare fino a quando tutte le possibilità sono evaporate e posso finalmente tornare a crogiolarmi nel mio bozzolo di inconcludenza. Oppure mi lascio trascinare dall’inerzia, e a un certo punto mi trovo ad aver fatto qualcosa senza aver mai realmente deciso di farla, cullato da una rassicurante bambagia di irresponsabilità.

In questo lungo periodo non hai avuto le spalle coperte dai genitori per poterti parcheggiare, come altri, in ateneo ad libitum e ti sei dovuto mantenere facendo il cameriere nel weekend o dando ripetizioni, a dodici euro all’ora e a servaggio, a chi non poteva permettersi un professore vero.

Poi, raggiunta la meta, ti trovi in quel passaggio decisivo tra l’eternità della giovinezza e la realtà della senilità, alla Svevo, con la consapevolezza di non avere, in fondo, concluso nulla. E davanti a te, mentre togli un po’ di polvere da quello che sei diventato, si staglia l’immagine monolitica di tuo padre, uomo pratico e salace, il quale ti ricorda che – anziché andare dietro a Kafka e a Pirandello nei corridoi della Normale di Pisa – avresti potuto rilevare l’avviato bar di famiglia a Viareggio, la città in cui vivi con un certo campanilismo, e diventare finalmente uomo.

Ora è tempo di immaginarsi un futuro professionale o gettarne le basi. Del resto, chi si laurea in Lettere o insegna nelle scuole (ma non sei portato) o si deve inventare un lavoro in qualche azienda – perché, secondo alcuni spiriti illuminati, il mercato del lavoro ha sempre bisogno di umanisti. Mentre ti stai cercando di disintossicare da appelli, revisioni di bozze, copisterie e discussioni più volte riscritte, non hai preso in considerazione una terza possibilità.

Pensi di avere definitivamente chiuso con l’università e con le sue correnti e controcorrenti di potere, con i posti di dottorato già assegnati, con quel ‘coro a bocca chiusa’ di assistenti domiciliari dei professori ordinari o di ricercatori del posto perduto e neanche retribuito. Ma non è così: l’università non si è dimenticata di te, forse perché quando eri solo un laureando ne hai carpito i misteri ora non ti lascia più andare. Suona proprio come un destino beffardo nel trattenere un outsider come te e non uno studente di origine controllata?

C’è infatti una borsa di studio in palio come dottorato, 1200 euro al mese per studiare tre anni. Decidi di tentare, più per dispetto nei confronti di tuo padre che per una reale voglia di contribuire alla ricerca nelle Humanities. Anche se l’idea di passare trentasei mesi, finalmente retribuiti, ciondolando tra biblioteche e manoscritti, in qualche modo ti solletica. Così ti trovi come davanti a un computer nella prevendita dei biglietti on line di un concerto che tuttavia, dopo pochi istanti, sono andati esauriti. Rimani male anche se conosci la geopolitica degli atenei, sempre aperti per collaborazioni esterne ma profondamente chiusi al loro interno. Speravi in quel posto, anche senza vista palco, posto che però è già stato assegnato a un altro. Fin qui tutto normale, alla Normale.

Aveva ragione tuo padre, è ora di cercare un lavoro vero (aggettivo sui cui potresti discutere) e dare un contributo più concreto alla società? Eppure alla massima autorità di Italianistica a Pisa non sei dispiaciuto, certo non hai il phisique du rôle mentale che si aspettava, ma quel sopracciglio alzato rivelava un discreto interesse riguardo a quello che potevi fare per gli scranni accademici.

Poi, come capita con i biglietti acquistati, qualcuno rinuncia e, alla fine, il terzo posto per il dottorato, la medaglia di bronzo, è tuo. E così, in poche ore, da post-adolescente attempato e irrisolto diventi un ricercatore in erba con la sensazione di entrare in un mondo che non ti appartiene. Ti sembra – lo affermi con quell’autoironia sempre pungente – di fare la figura del campagnolo che si veste da damerino per andare a un barbecue dove trova gli altri in felpa e canotta. Questi ultimi, lo scoprirai presto, sono parte di un’enclave all’interno della quale tra colleghi ci si fanno pure dei complimenti ma sempre con un sapiente e diabolico uso, in una scala digradante, dei termini: colto, dotto e erudito, che rivelano cosa realmente pensano del tuo ‘io’ accademico, loro che sono i prodotti, i perpetuatori e le vittime del sistema universitario in cui da anni si muovono (o sono mossi?).

Nel frattempo il professore ti aspetta nel suo studio, fortunatamente non è invitato a un congresso in un angolo remoto del mondo. Pensi di sciorinare a quell’eminenza grigia il tuo progetto comparatistico: Borges e de Unamuno lettori del Don Chisciotte ma, spiacente, è lui a scegliere per te lo scrittore, uno solo e anche minore, del quale dovrai occuparti per i prossimi tre anni e lo fa, invitandoti a volare più basso, con una «orazion picciola» che reca in sé gli agguati di una mente insidiosa:

Insomma il mio consiglio è: restringa il campo della ricerca, lo definisca con precisione e diventi la massima autorità su quel fazzoletto di terra. E così che funziona l’accademia. Si conquisti un feudo in cui è inattaccabile, e chiunque vorrà attraversarlo dovrà pagarle una gabella: leggerla, e soprattutto citarla. Poi da lì potrà espandersi, col tempo. Ma senza un feudo non va da nessuna parte.

Il tuo feudo diventa allora lo sconosciuto Tito Sella – che il professore conobbe decenni prima quando, è risaputo in Facoltà, maneggiava eskimo e molotov –, una penna dimenticata del Novecento italiano che meriterebbe una riscoperta. Wikipedia, immediatamente consultata dopo la visita al Chiarissimo, ti dice che, più che uno scrittore, fu un terrorista in Versilia negli anni di piombo… e, se vai a chiedere alla gente, qualcuno, in effetti, si ricorda di Sella e della sua banda, specie quando fu fatto saltare in aria il carro allegorico del Carnevale di Viareggio del 1977 in cui ci si faceva beffe dei «compromessi sposi» con figure in cartapesta di Berlinguer e Moro in posizioni omoerotiche. Quel carro, lo scoprirai sempre dopo, rappresentava un simbolo: vederlo saltare in aria era un messaggio chiaro dalla periferia al cuore dell’Italia per dimostrare l’assurdità di quella proposta politica, tanto più che l’autore dello stesso carro era un picchiatore missino.

La tua ricerca darà un volto alla Brigata Revachol, di cui Sella è stato un componente non perfettamente allineato, «con la loro militanza approssimativa e casereccia», un gruppo di cani sciolti, un po’ anarchici e un po’ rivoluzionari, che decidono di mettere in atto qualche azione di disturbo contro il sistema e, lasciatasi prendere la mano, diventano terroristi per caso. La loro composizione, un po’ come le formazioni partigiane di un tempo, è davvero eterogenea: c’è l’impiegato statale, il bagnino don Giovanni, l’operaio, il fornaio, l’intellettuale anarcoide e il cripto violento, un gruppo dove c’è chi dà una veste intellettuale agli istinti di uno e chi dà corpo agli esili pensieri di un altro. E c’è anche un tale Barabba – nomen omen? –, uno studente universitario acuto e lapidario, omerico e misterioso, che sparirà quando si arriverà all’ultimo sacrificio di Sella.

Persone, queste, che, pure nella loro diversità di approcci, sono concordi sul fatto che:

Per mantenere acceso il fuoco rivoluzionario non ci si poteva rintanare in una comoda nicchia ai margini del sistema, ma bisognava stare al cuore, nelle dentellature dei suoi ingranaggi più centrali e spietati.

Questi uomini fanno proprio un motto, ribaltandone il senso: «La récréation est finie». Si tratta di una frase pronunciata da De Gaulle agli studenti del Maggio francese con l’invito, dopo la protesta, a tornare a casa e studiare. Perché sono convinti che la ricreazione è finita, il tempo di giocare a fare i rivoluzionari è passato, bisogna cominciare a fare sul serio con una coscienza combattente più radicale. Non ti pare vero che, probabilmente negli stessi luoghi che oggi frequenti, decenni prima giovani come te, a confronto con un mondo che gli toglieva speranza e respiro, abbiano pensato di riformarlo dall’interno? Non è sotto sotto quello che vorresti fare anche tu all’università? Una volta entrato in quella bolla – osserva chi ti ha preceduto – potresti fare qualche piccolo avanzamento di carriera. Potresti. Ma sai che gli unici veri movimenti ammessi in ateneo sono le genuflessioni ai baroni.

Vediamo da chi sei circondato, Dottor Gori.

C’è una fidanzata di corredo, centratissima, studentessa modello di medicina ben inserita nella borghesia cittadina; alcuni amici che vivono alla giornata e si consolano in qualche bevuta di gruppo per ricordare gli anni che furono; una madre, docente di storia dell’arte in pensione, che ricorda una cariatide, e un padre spiccio che, costretto a tenersi al passo, deve vendere nel suo bar cappuccini al latte di soia, cornetti vegani o barrette proteiche che tiene solo per disprezzare chi le ordina, per non parlare di te che immancabilmente gli ordini, per indispettirlo, un ginseng.

Poi i colleghi universitari, che quando parlano ti fanno sentire se usano il punto e virgola e trovano la loro unica soddisfazione nel vedersi pubblicati articoli accademici lunghi dieci righe ma strabordanti di note a pie’ di pagina, tra omaggi sperticati e volute omissioni, un campo di battaglia tra studiosi di altri atenei; infine c’è il tuo professore che, con la sua autorevolezza, è come Mourinho, il coach che ti fa sfiancare a ogni allenamento, che pretende quello che sei convinto di potergli dare ma che, quando arriva la partita, mette le sue spalle larghe tra te e il mondo e ti protegge.

E poi c’è Sella, il tuo prossimo compagno di viaggio, che ti permette di diventare un po’ archeologo dei suoi scritti, con ampi risvolti autobiografici, e un po’ speleologo di te stesso. Tra biblioteche, emeroteche e soggiorni a Parigi, più ti addentri nell’oggetto del tuo dottorato per caso e più avverti chiaro il tentativo di quell’uomo di riscattare, con pochi ma schietti mezzi, i subalterni. Tuttavia fai fatica a comprendere la convivenza nella stessa persona del letterato sensibile, empatico e umano, e del terrorista sanguinario che alla tua età è già in carcere.

Ti rimane un dubbio: forse la narrazione che si è fatta su Sella è da rivedere? Le riflessioni dunque si complicano, inizi a rimuginare perché vuoi capire un mondo di valori e di azioni che non conoscevi, un mondo che ha fatto il suo corso senza che tu ne sapessi nulla, un mondo che si è autogiudicato senza appelli.

E lentamente comprendi chi vuoi essere tramite la progressiva decifrazione e identificazione con la vita di un altro giovane, Tito. Il tutto con la costante interferenza e triangolazione della letteratura.

Con La ricreazione è finita (Sellerio 2023), Dario Ferrari scrive un romanzo verista. La focale, sempre arguta, è puntata sulle università italiane, su quelle corti in cui vige un’etichetta estremamente codificata, su quella generazione che ha provato a cambiare le cose ma, come diceva Gaber, ha fallito e ora è sostituita nelle aule della vita da un’altra generazione che non intende sacrificare il particolare per l’universale, e inoltre sulla rivolta montante negli anni di piombo, che si avvalse di soggettività minori e autonome con azioni non di guerra ma di guerriglia. Il risultato è una biografia parallela di Marcello e di Tito calati nell’Italia di oggi e di ieri, che si racconta a briglia sciolta e che introietta la domanda urgente su come si possa salvare il mondo, in fondo da sé stesso.

Interessante è il modo in cui le pagine di Ferrari si aprono al lettore. Queste sono spesso attraversate dall’orizzontalità del comico più che dalla verticalità dell’ironico, dall’aderenza ai modi parlare che restituiscono il sapore della verve viareggina della gente comune, del dogmatismo più stringente dei rivoluzionari, della leziosità degli accademici, del passatismo di una generazioni di ‘grandi’ solo all’anagrafe, e dalla centrale consapevolezza di chi non vuole giocare per vincere ma per fare saltare il banco, mandando all’aria una serie di sistemi che molti conoscono e di cui accettano i diktat. Perché, dopotutto, c’è sempre il tempo di riprendere la ricreazione là dove è stata interrotta…