Susanna Ralaima
pubblicato 6 mesi fa in Letteratura \ Recensioni

La terra di nessuno

Elmet di Fiona Mozley

La terra di nessuno

Nel duemiladiciassette nella shortlist dei nominati al Man Booker prize ha sorpreso la presenza di Fiona Mozley, giovane studente del Regno Unito, con il suo esordio letterario Elmet. In Italia il libro viene pubblicato proprio oggi (27 settembre) dalla Fazi editore, nella traduzione di Silvia Castoldi, bravissima nel riproporre l’essenza dello stile dell’autrice.
Fiona Mozley, che sta svolgendo un dottorato di ricerca in storia medievale, ha dichiarato di aver scritto gran parte della storia durante i suoi viaggi in treno, immersa nella campagna inglese dello Yorkshire. Il titolo richiama proprio questa zona che costituiva Elmet, l’ultimo regno celtico indipendente, evocato anche nell’esergo dalla citazione del poeta Ted Hughes.
Se i riferimenti spaziali tendono a essere precisi, con descrizioni capaci di ricreare l’ambientazione, il tempo rimane più relativo: ci sono le automobili, la televisione e le sigarette, ma anche gli archi e la caccia, non come sport, ma come fonte di sostentamento. Nel corso della lettura si è portati a fluttuare in un periodo indistinto, impregnato di mitologia e storia, che non si può mai del tutto considerare contemporaneo. A guidare il lettore in questo luogo eterno abitato da lupi, cinghiali e conigli, tra il sottobosco odoroso di funghi e pioggia, c’è il quattordicenne Daniel, al quale è affidata la narrazione.

A causa di un episodio controverso di bullismo e molestie, Daniel e la sorella Cathy vengono portati dal padre a vivere in un bosco di frassini, vicino ai binari della ferrovia. È il padre stesso, un uomo davvero enorme dalla forza fisica straordinaria, a costruire la casa su una terra che non gli appartiene legalmente, e Daniel e Cathy piantano semi, scoprono il paesaggio circostante, ballano e suonano strumenti senza preoccuparsi di disturbare i vicini, perché non ne hanno. Il padre di Daniel – che si chiama John, ma per lui è sempre e solo Papà – non capisce la debolezza perché non la conosce: si guadagna da vivere con degli incontri di boxe clandestini, organizzati da girovaghi per le scommesse o per le faide tra clan nemici. In passato è stato assoldato dal ricco proprietario Price per minacciare i debitori più poveri: “Papà aveva visto la violenza, e continuava a vederla, e non riusciva a capire come fosse possibile per una persona difendersi o crearsi un posto nel mondo se non grazie ai soli muscoli e a mani nude.”
La madre di Cathy e Daniel è una presenza lontana, che a volte torna, poi riparte, poi scompare di nuovo. Daniel non la conosce bene, è quasi una sconosciuta per lui, e vorrebbe saperne di più, vorrebbe chiedere al padre qualcosa, ma non lo fa mai e si tiene dentro tutte le domande (perché le parole sono preziose nel loro rapporto, ne hanno quasi una quota giornaliera e, una volta terminate, Daniel non può far altro che rimanere in silenzio. Quindi cerca sempre di risparmiarle, e non chiede mai).
Cathy invece non si risparmia in niente.
La sua personalità emerge con forza fin dall’inizio, si impone sulla scena, ammantata dalla sicurezza che porta il dire sempre la verità, e la sua presenza è così intensa da catalizzare ogni attenzione, anche senza volerlo. Daniel, più piccolo in tutto, prova per la sorella una stima palpabile e un affetto incondizionato, nonostante il loro modo opposto di leggere il mondo: se Daniel, più sensibile e introverso, ha la mente rivolta verso l’interno, Cathy è tutta in tensione verso l’esterno, in un pendolo continuo tra l’andare avanti e il restare ferma.

Il padre di Daniel non vuol far mancare nulla ai suoi figli e garantisce loro un’istruzione atipica da Vivien, un’amica che appartiene al suo passato. Vivien vive in un mondo che Daniel non conosce e che lo sorprende, un mondo fatto di tè e libri di poesia, dove le cose sono morbide e gli angoli dolcemente smussati, non intagliati in modo grezzo nel legno. Daniel, che non si arrabbia quasi mai e non si vede come un ragazzo, ama queste giornate di studio e intreccia con la donna un rapporto particolare dai confini sfumati: i due ci regalano alcuni dei dialoghi più belli di tutto il romanzo sulla vita, sulle speranze del futuro, sui rimpianti e sulle motivazioni che spingono le persone ad andare avanti:

«E tu cosa sei, Daniel?».
«Non lo so».
«Cosa sono tuo padre e tua sorella?».
«Non lo so».
«Beh, se non lo sai tu, come faccio a saperlo io? Però so che sono dei fanatici. Quando gli importa di qualcosa, gliene importa fino in fondo. Gliene importa più che a chiunque altro. Loro non fingono, come farebbe un attore. Non gli interessa di essere visti mentre fanno qualcosa. La fanno e basta».

Basterebbe questo per avere un ottimo libro, ma Fiona Mozley compie un ulteriore passo in avanti e la trama si sviluppa tra ricatti e lotta di classe: attorno alla figura gigante di John si iniziano a radunare tutte queste persone stanche e povere, e stanche di essere povere, che ormai lavorano per vivere su una terra che prima era pubblica, di loro proprietà. Lo stile spezzato e rapido costruisce un testo denso: l’autrice mette in luce con abilità chirurgica una serie di temi fondamentali, l’identità di genere, le discriminazioni sociali, le apparenze che contano più della verità, il senso di comunità che si riaccende nei momenti bui, l’aura di potenza che può dare solamente la paura e la perfezione dei ricordi passati.
Ciò che colpisce maggiormente è la capacità di Fiona Mozley di far osservare al lettore tutto questo dal punto di vista di Daniel; leggendo ci si immerge nel ragazzo quattordicenne che si trova ad affrontare una serie di ingiustizie o deve fare i conti con delle confusioni delle quali non sempre riesce ad afferrare tutte le implicazioni. Daniel, quieto e ingenuo, rimane affascinato dalle persone, dalle tute nuove dei suoi vecchi compagni di scuola e dalla bellezza dei ragazzi che non hanno mai torto, non distingue il diverso valore di alcune parti del corpo di una donna e di un uomo, non riconosce appieno la gravità della situazione che si è creata con Price, e questo crea uno straniamento continuo.

Non si avvertirebbe lo stesso spaesamento (e al contempo la stessa empatia) se il punto di vista fosse quello di Cathy, che per certi versi è molto più simile al padre, Cathy che ha le gambe lunghe e preferisce correre invece che studiare da Vivien, Cathy che si sente crescere nella sua bara, che sa dissociarsi dal dolore che le infliggono, ma che non può vedere chi ama soffrire, Cathy e le sue convinzioni quasi dogmatiche.

Il romanzo, dopo un crescendo che tiene con il fiato sospeso, con un climax degno di un film, si chiude – senza voler fare spoiler – con un’attesa. E per usare ancora le parole di Danny: “Una vera casa è una questione di attesa. Di farla nostra, di lasciarle mettere radici, di ancorare lei e noi al susseguirsi delle stagioni, dei mesi e degli anni.”.

 

 

 

L’immagine in evidenza è tratta da: https://fazieditore.it/catalogo-libri/elmet/