Daniele Lisi
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

Le confessioni di un italiano

Due ipotesi per una lettura postcoloniale dell’opera

Le confessioni di un italiano

Nievo scrisse Le confessioni di un italiano da giovanissimo, nel 1857. Aveva ventisei anni, era attivo politicamente e, oltre alla laurea in diritto, godeva di una poliedrica carriera letteraria. Coerentemente alla sua vita, così satura d’impegni e veloce, impiegò appena nove mesi per la scrittura di uno dei romanzi più voluminosi della nostra letteratura. Ma oltre a essere voluminoso, Le confessioni, va detto, è un capolavoro. È un capolavoro, perché, nonostante sia privo della revisione dell’autore – vista la misteriosa morte nel Mediterraneo che lo colse pochi giorni prima della fatidica data del 17 marzo 1861 -, sulla scia delle Ultime lettere di Jacopo Ortis e su quella dei Promessi sposi, oltre a porsi come terza tappa fondante dell’agognato romanzo italiano, si pose come preludio più prossimo a quello contemporaneo.
Come tutti i capolavori, il romanzo preso in esame offre una moltitudine di spunti critici, destinata mai a esaurirsi. Quello che più mi ha colpito, però, è stata la sagacia dell’autore padovano nell’aver saputo tracciare le tappe focali del risorgimento con consapevolezza. Nievo dà l’impressione di sbaragliare la convinzione tutta marxiana, per cui ogni essere umano è inconsapevole del suo vissuto storico. Sembra quasi che i manuali di storia del risorgimento siano partiti proprio da questo romanzo per tracciare il percorso, oramai egemonico e con tutte le sue contraddizioni, degli anni antecedenti all’unità d’Italia.
Tuttavia, cimentarsi nella scrittura di un romanzo storico non vuol dire sempre celebrare un determinato evento storico. La letteratura, citando Francesco Orlando, non poche volte agisce da negativo fotografico e con Le confessioni, Nievo, nonostante dimostri di desiderare l’unità d’Italia ed esalti il patriottismo, avanza dure critiche ai francesi. Anzi, li ritiene, sommati all’incapacità politica dell’Ancien régime, i responsabili del risorgimento. Opinione da un lato non negativa per chi come Nievo voleva l’unità d’Italia, mentre dall’altro garante di una riflessione storica che apre nuovi ipotetici scenari.
I francesi, infatti, a leggere Nievo, nel periodo del giacobinismo (dal 1796 al 1799), vessilliferi della triade liberté égalité fraternité, esportando bonariamente i loro paradigmi socio-politici in Europa, fecero al contrario – almeno per quel che riguarda l’Italia – una vera e propria azione di colonialismo. Non è un caso se i protagonisti italiani, che nel romanzo inseguono il sogno della rivoluzione francese, vengano declassati a «pedoni senza cervello» (Le confessioni di un italiano, p. 328) ammaliati dal «baccanale della libertà» (ivi, p. 329).
Se si vuole leggere Le confessioni come documento storico del colonialismo francese è bene riprendere l’incipit della Certosa di Parma, in cui Napoleone è descritto come il nuovo Alessandro Magno e gli italiani come «un popolo addormentato» (La certosa di Parma, p. 7). Ma non solo. Stendhal nelle pagine successive del proprio romanzo descrive la Lombardia, appena assediata dai francesi, come una terra di quiete ritrovata, dove tutti cantano e danzano (cfr. ivi, p. 9).
Per Nievo non è lo stesso. Anzi, siamo di fronte a considerazioni antitetiche e lo scenario del capitolo decimo delle Confessioni, qualcosa a metà tra un inferno dantesco ambulante e la Guernica di Picasso, ne è la prova lampante: «a Portogruaro», scrive Nievo, c’è «un parapiglia del diavolo» (Le confessioni di un italiano, p. 328) e pullula di «masnade di sicari» (ivi, p. 342). Giace proprio qui il negativo fotografico: i francesi non esportarono timidamente i loro paradigmi politici, li imposero ferocemente. Altro che progetti repubblicani. Dittature nel vero senso della parola.
Avendo parlato poco fa di colonialismo, quello che intendo mostrare in questo articolo è un piccolo schema, da cui si può evincere un’affinità strutturale tra le azioni dei francesi, riportate da Ippolito Nievo, e quelle del colonialista, egregiamente analizzate da uno dei vertici dei postcolonial studies, Homi K. Bhabha nel suo saggio Location of culture del 1994.
Con l’ausilio di Said e di Lacan, Bhabha nel quarto capitolo del suo saggio, Sull’imitazione dell’uomo. L’ambivalenza del discorso coloniale (pp. 123-33), dimostra come ogni progetto coloniale si regga su un’ambivalenza di fatto: l’uguale-ma-non-troppo. Il colonizzatore impone al colonizzato di essere uguale a lui, ma non troppo, perché solo con questo scarto può dominarlo. Al colonizzatore non giova produrre un colonizzato uguale a lui. Ciò creerebbe confusione, minaccerebbe la gerarchia dei ruoli ed è tutta qui l’ambivalenza, cui ho alluso. Il colonizzatore, sotto l’egida spoglia di promesse di giovamento culturale politico, ambisce a ri-creare il proprio paradigma politico leggermente diverso da quello vigente nella sua terra natale, anche a costo di sacrificarne i punti cardine, tanto l’importante è dominarlo, il colonizzato.
Bhabha, per esempio, ci mostra come un precursore dell’illuminismo dalla stazza di Locke nel Secondo trattato abbia minato le topiche del suo pensiero e quelle future della cultura illuminista. Lo schiavismo per il filosofo inglese è sì «un esercizio del potere intollerabile», ma anche una «forma legittima di proprietà» (p. 124). Proprio a questo mi riferivo, quando ho detto che il colonizzatore è disposto a sacrificare i costituenti topici della propria cultura politica.
Nelle pagine successive è bene fare luce su un’altra evidente prova di ambivalenza del discorso coloniale: il carrierismo. Bhabha mostra come il colonizzatore, ambendo a dominare il colonizzato, sia disposto anche a cedere a quei colonizzati, che possano garantirgli sicurezze in termine di ordine e di dominio, una fetta del suo potere. Un esempio chiave di ciò è la strategica figura del traduttore (cfr. ivi, p. 126). Il colonizzato, che a detta del colonizzatore è più vicino per civiltà a lui, è quello che meglio può essere impiegato nei centri nevralgici del potere.
Infine, per arrivare alle conclusioni, quello che in via non definitiva, ma con l’auspicio di un ulteriore approfondimento, desidero far notare è che le parole di Nievo e le sue descrizioni sdegnose verso l’assedio dei francesi rispecchiano la fenomenologia bhabhiana del colonizzatore (i francesi) e del colonizzato (gli italiani) almeno su due punti:
1) Il progetto politico francese esportato uguale-ma-non-troppo. Ecco le parole di Nievo: «l’eroe Buonaparte con una dozzina di piastricciatori lombardi si dava attorno per improvvisare un ritratto abbozzaticcio della Repubblica francese una e indivisibile» (p. 471, corsivo mio) e ancora, a proposito della Repubblica romana I^: «per sanare i guasti d’un dispotismo cancrenoso e immorale, nulla di meglio che una dittatura vigorosa e leale» (ivi, p. 507). Anche Nievo come Bhabha vede i progetti politici dei francesi come abbozzaticci e anziché di repubbliche, si tratta di dittature.
2) Il carrierismo: durante le sue avventure, Carlo Altoviti, il protagonista, vede come Sandro il mugnaio, dopo aver represso un gruppo sedizioso di contadini genovesi, diviene colonnello e, addirittura, avrà un’ascesa non da poco, quando, al termine del giacobinismo, Napoleone tornerà in Italia con la corona di imperatore.

(L’edizione delle Confessioni e della Certosa di Parma da cui cito sono le seguenti: I. NIEVO, Le confessioni di un italiano, a cura di Ugo M. Olivieri, Milano, Feltrinelli, 2017; STENDHAL, La certosa di Parma, a cura di Franca Zanelli Quarantini, con un saggio di Paul Valery, Milano, Mondadori, 1980, 2011²³).

 

L’immagine in evidenza è tratta da: https://www.britishinstitute.it/en/news-events/events/cultural-programme/166/il-ruolo-dell-inghilterra-nel-risorgimento-italiano