Susanna Ralaima
pubblicato 4 settimane fa in Letteratura \ Recensioni

Le divorce non interrompu

La rottura di Hélène Bessette (Nonostante edizioni, 2016)

Le divorce non interrompu

Nell’interessante catalogo della casa editrice triestina Nonostante edizioni, spicca la sezione Scrittura bianca, chiaro riferimento alla definizione di Barthes delle scritture del neutro.
In una veste grafica molto elegante vengono riproposti in questa collana testi legati al milieu del Nouveau Roman (su tutti i due romanzi di Alain Robbe-Grillet, Le gomme e Il voyeur), ingiustamente poco conosciuti in Italia.
Questa volta ci siamo occupati del romanzo epistolare La rottura di Hélène Bessette.

Il titolo scelto da Nonostante edizioni è quello della prima stesura, che fu però sostituito nella prima edizione francese da N’avez-vous pas froid, su decisione della casa editrice Gallimard.
Il romanzo si dipana attraverso una serie di lettere che vanno dal 26 dicembre 1960 al giugno del 1961. A scriverle è il pastore protestante Georges, che tenta di concretizzare attraverso le parole il suo divorzio dalla moglie Dora.
Dora ha abbandonato la comunità e il tetto coniugale, mettendo tra loro molti chilometri di distanza, anche a causa della presenza di Érida, l’amica perfetta di ieri diventata amante di oggi del marito. Questa terza presenza infatti complica (o semplifica?) una separazione già di per sé certa.

Ti amo ancora, lo sai? Mi trovo in uno di quei curiosi momenti della vita in cui si amano due donne. Amo ancora la prima per abitudine per affetto per amicizia.
Amo già la seconda. Per passione. Per follia. Per novità.
L’immaginazione l’esaltazione l’illusione e il sogno.

Seppur consapevole dell’effettiva fine della loro lunga relazione, Georges talvolta sembra volersi aggrappare ad ogni possibilità di ritorno della moglie, posticipando il divorzio. Nelle sue continue lettere (che molto spesso sembrano più un soliloquio) viene espresso il suo punto di vista, le sue esigenze e le sue reazioni, mentre le risposte di Dora sono fuori dalla scena, e solo ogni tanto possono essere intuite dalle lettere successive di lui e dalle sue domande.
Tra le parole di G. – questa la sua firma nei quarantaquattro testi – emerge il senso di colpa, il dissidio tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, il timore del giudizio della gente e di Dio, la paura per le conseguenze di un divorzio in una comunità religiosa (“Non abbiamo il diritto di rompere. La rottura è impossibile.” scrive in una lettera particolarmente accorata). Georges cambia idea nel giro di due giorni, si contraddice e torna indietro, esprime i suoi sentimenti per l’amante e poi li nega, alternando lucide analisi a parti quasi deliranti e più scollate dalla realtà. Ma questo suo oscillare in un continuo pendolo tra senso di colpa e tentativo di assoluzione di fronte alla moglie e alla comunità è una prolungata finzione: le sue parole sono soltanto una posa ben studiata che Bessette sa ricreare con grande attenzione.

Tutto il romanzo in generale allude fortemente a una pièce teatrale, con Georges, cinico, fatalista e disilluso per sua stessa definizione, che segue un copione nelle frasi che scrive, che riporta espressioni non sue provando a piegarle alla situazione.
La sua è una perfetta recita, nella quale si trova ad interpretare una serie di ruoli: il filosofo e il credente, l’ateo materialista, il marito ancora innamorato, l’idealista, l’uomo infedele, il pastore rassicurante. Più volte inoltre scrive alla moglie di vedere come unica soluzione l’allestimento di una commedia: fingere che ci sia ancora amore tra loro due, mettere in scena una concordia matrimoniale in questa casa di bambole (è molto interessante la suggestione di un confronto tra Dora e la Nora di Ibsen, notato da Annalisa Lombardi nella postfazione) ormai devastata. Ma la commedia è destinata sin dall’inizio, in una metamorfosi circolare, a diventare melodramma.

Nel corso di tutte le lettere si parla sempre d’amore, di un amore che però è fatto solo di parole perché non c’è più e perché forse non c’è mai stato. La scrittura di Bessette è serrata, talvolta senza virgole, molto spesso interrotta dal punto fermo, assoggettata alla disperazione e alla confusione di G. anche attraverso lo spazio bianco e l’accapo, fortemente funzionale; in questo libro pieno di emozioni, la lettera raggiunge il livello più alto di espressività poetica, non tanto nel significato quanto nel significante, con le frasi che si fanno verso.

L’unica opera prettamente teatrale di Hélène Bessette si intitola Le divorce interrompu: in questo romanzo poetico il lettore invece ha la possibilità di assistere a una completa dissezione, quasi chirurgica, di un divorzio senza soluzione di continuità.

E se amare vuol dire soffrire.
Allora sei tu che amo.

 

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