Caterina Marchesini
pubblicato 3 settimane fa in Altro

L’Elogio della Follia, o Morias Encomion

come nasce l’opera di Erasmo da Rotterdam

L’Elogio della Follia, o Morias Encomion

Qualsiasi cosa gli uomini dicano di me comunemente (so bene infatti quanto sia cattiva la reputazione della pazzia anche tra i più pazzi), l’argomento che sto per esporre basta largamente a dimostrare che sono io qui presente, io qui presente, dico, e nessun altro a rallegrare uomini e dei con la mia potenza divina. Ecco la prova: non appena mi sono presentata a parlare in questa riunione affollatissima, tutti i visi sono stati improvvisamente rischiarati da una nuova e non comune allegria, avete spianato immediatamente la fronte, mi avete applaudito con un riso amabile e pieno di benevolenza…

Inizia in questo modo, con l’entrata in scena della Follia personificata che si rivolge al pubblico per una sua orazione, l’opera di Erasmo da Rotterdam. Ma vediamo come la sua creazione ha avuto origine.

Nell’estate del 1509, mentre si trovava a Roma, Erasmo venne informato dell’avvento al trono di Enrico VIII e delle possibilità di impiego per lui se si fosse stabilito in Inghilterra, dato l’atteggiamento favorevole del re verso gli uomini di lettere. Fu così che decise di intraprendere il viaggio al quale viene riferita la nascita dell’Elogio. Ce lo spiegano le sue stesse parole.

Nei giorni scorsi, di ritorno dall’Italia in Inghilterra, per evitare che tutto il tempo da passare a cavallo andasse sprecato per chiacchiere prive di ogni finezza colta, ho preferito riflettere tra me e me su argomenti che riguardavano i nostri studi comuni o procurarmi il piacere di ricordare tanti amici lasciati qui, insieme coltissimi e amabilissimi. Fra loro mi venivi in mente al primissimo posto, mio caro Moro.

Erasmo si riferisce a Tommaso Moro.

Dunque, visto che decisi che qualcosa andava comunque fatto e non mi sembrava il momento giusto per una composizione seria, mi è parso il caso di scrivere per gioco l’elogio della Pazzia.
Come ti è venuta in mente questa saggia idea? Dirai tu.
Anzitutto il tuo nome di famiglia, Moro, così vicino alla parola follia quanto tu sei estraneo alla cosa, ha creato in me un’associazione mentale.

Infatti in quell’epoca era ampiamente in uso scherzare sull’accostamento Moro e Moròs (pazzo).

Sospettavo poi che saresti stato la persona più indicata per apprezzare questo prodotto scherzoso del mio ingegno; perché questo tipo di umorismo, non incolto e non privo di mordente, ti riesce gradevolissimo. […] Benché tu sia solito dissentire radicalmente dalle opinioni volgari, dotato come sei di un’intelligenza straordinariamente acuta, sei capace di essere con tutti un uomo per tutte le stagioni, comportandoti con eccezionale mitezza e disponibilità verso gli altri: ti fa piacere riuscirci. Perciò non ti limiterai ad accettare volentieri questa piccola declamazione come un ricordo dell’amico, ma ti farai carico anche di difenderla, trattandosi di un’opera dedicata a te ed ormai tua anziché mia.

L’autore parla di “piccola declamazione” ed è importante ricordare come l’Elogio della Follia appartenga al genere dell’oratoria epidittica o dimostrativa, che ha come fine non un obiettivo pratico ma il puro piacere estetico degli ascoltatori, ottenuto attraverso il biasimo o la lode.
L’Encomion Moriae, infatti, è un paradossale elogio di una realtà considerata comunemente negativa. Erasmo è sin dal principio consapevole delle critiche che pioveranno su questa sua opera; al riguardo scrive che, essendo lui un dottore in teologia, saranno pronti ad accusarlo di trattare argomenti leggeri o frivoli per un teologo, appunto, o eccessivamente aggressivi, e quindi in contrasto, con la moderazione di un cristiano. Ed infatti proprio un professore di teologia criticherà l’opera di Erasmo in una lettera scritta all’autore stesso, e alla quale Erasmo replicherà a difesa del suo Encomion.

Inoltre, quasi a giustificarsi nei confronti di coloro che parlano di frivolezza e giocosità del tema trattato, egli fa notare che non è lui il primo, ma che si tratta di una pratica in uso già da tempo tra illustri e autorevoli scrittori. Cita, ad esempio, Omero che si è divertito con la Battaglia delle rane e dei topi; Ovidio con Il Noce, in cui un albero di noce si lamenta si essere ingiustamente preso a sassate dai passanti; ed altri, tra i quali Policrate, Isocrate, Seneca.
A difesa di questa “frivolezza letteraria” Erasmo, in un commento dedicato al figlio di Tommaso Moro, dice:

Vorrei che fossi persuaso che un grande artista è sempre all’altezza del suo compito… se non che in una materia bassa l’arte viene ancora più ammirata.

E parla di “ingiustizia” poiché si domanda come mai a tutte le professioni vengano concessi i loro divertimenti, mentre agli studi dovrebbero essere assolutamente proibiti. E dice:

Ingiustizia tanto maggiore se il discorso disimpegnato ha implicazioni serie e lo scherzo è trattato in modo da riuscire più utile al lettore di naso un po’ fino che non le argomentazioni seriose e magniloquenti di certuni, come quando si lodano retorica o filosofia con un’operazione faticosamente elucubrata.

Erasmo crede fermamente in un forte legame tra gioco e attività letteraria, anche sul piano pedagogico.

Trattare cose serie in modo vuoto e superficiale è il colmo della cialtroneria; trattare argomenti leggeri in modo da creare l’impressione che si è fatto tutto fuorché parlare a vanvera è invece l’apice della finezza briosa.

Quanto alle accuse nei confronti della sua “aggressività satirica”, Erasmo risponde che è sempre stato concesso agli scrittori il diritto di divertirsi a satireggiare la vita ordinaria, purché tale licenziosità non si trasformasse in “furore indiscriminato”, per usare le sue parole.

E poi fa notare come uno che critica il comportamento della gente astenendosi attentamente da attacchi personali non dà l’impressione di voler “attaccare”, bensì, in un certo qual modo, di insegnare o ammonire.

Del resto, fatemi il piacere, quante critiche non rivolgo a me stesso.

Egli stesso, dando prova di autoironia, si inserisce in una satira della follia universale dicendo che, non tralasciando alcuna categoria, mostra di essere indignato contro i vizi in generale e nessuno in particolare. E quindi nessuno può sentirsi offeso. Spiega di aver evitato attacchi personali, moderando lo stile in modo da lasciar intendere al lettore sensato di aver cercato il piacere del gioco più della mordacità della satira, passando in rassegna debolezze più bizzarre che disgustose.
E conclude sempre col riso.

Ma se qualcuno non dovesse placarsi neanche con questi argomenti, tenga almeno conto che venir criticati dalla Follia è un titolo di merito; e siccome l’abbiamo rappresentata come oratrice, dovevamo rispettare la coerenza del personaggio. […]
Stammi bene, eloquentissimo Moro, e difendi vigorosamente la tua Moria.

Si chiude così la lettera di Erasmo dalla quale si evince quali siano stati gli spunti che hanno dato vita all’Elogio, pubblicato nel 1511 e destinato a diventare il suo scritto più noto e, come disse lo storico Huizinga, imperituro perché composto da un “Erasmo ludens” che, con esso, “diede al mondo ciò che nessun altro poteva dare”. Nonostante il tono scherzoso e irriverente, il linguaggio usato da Erasmo è colto, è quello tipico degli intellettuali.
Vano cercare di capire quando la Follia scherzi o quando parli sul serio.

Nessuno si aspetti però che io spieghi me stessa con una definizione, tanto meno che mi divida.

La follia non è un concetto univoco, non può essere spiegata e definita, perché è un insieme di possibilità che interagiscono tra di loro. Infine, nell’Elogio, la Follia personificata chiude il suo lungo discorso, il quale tocca varie tematiche, in modo altrettanto irriverente e sarcastico.

Ma da un pezzo mi sono dimenticata chi sono e continuo a saltare oltre i limiti. Se comunque sembrerà che ho detto qualcosa di troppo sfacciato o di troppo audace, tenete conto che a parlare è stata una donna e per di più la Follia. Ricordatevi intanto il noto proverbio greco: Spesso anche il pazzo parla opportunamente.
Vedo che aspettate la conclusione; ma siete troppo pazzi a pensare che mi ricordi ancora di quanto ho detto, dopo aver scodellato una simile zuppa di parole.

 

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