Peppe Giorgianni
pubblicato 3 settimane fa in Altro

L’insostenibile leggerezza del caso

qual è il confine tra causa e caso?

L’insostenibile leggerezza del caso

Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla.

È Milan Kundera che ci parla. L’autore ceco – nel suo massimo capolavoro, L’insostenibile leggerezza dell’essere,  non perde occasione per ricordarci quanto sia spesso il caso a muoverci e commuoverci, a giocarci, a scombinare i nostri programmi, il nostro essere.
Il romanzo è tutto un lungo susseguirsi di casi. L’incontro di Tomàs e Tereza, per esempio, è il fine ultimo di una lunga serie di eventi casuali che sembrano tendere tutti a far sbocciare l’amore tra i due. Sono inezie, stupidaggini, piccoli difetti agli ingranaggi della quotidianità, che permettono agli amanti di entrare in contatto.

L’intera storia sembra il trionfo di un immaginifico ma ineluttabile destino, congiunzioni astrali, affinità elettive, che rendono quasi aderente magneticamente il loro vissuto al loro stesso essere. Come se il caso scegliesse, ogni singola volta, ciò che essi devono vivere e lo suggerisse con piccoli accorgimenti, piccolissime spinte.
Spinte che, una dopo l’altra, riempiono di senso il nostro vivere. Cos’è l’uomo senza la sua carica di sentimento? Cosa è il sentimento senza il caso? Senza la forza di un Dio, di un volere superiore, di un Destino scelto per noi che infonde la sua legittimazione suprema alle nostre azioni, le riempie di vivo valore?
Ciò che sostiene Kundera è che solo ciò che vediamo come a noi destinato ci profonde quella carica di spirito romantico che riesce a imprimere alla nostra vita un significato più elevato, ci fa sentire parte di un progetto illuminato, santo, anche laicamente.
Ciò che si ripete ogni giorno – l’eterno ritorno dell’uguale, acerrimo nemico dello scrittore ceco – è solo causa, a noi conosciuta, e dunque priva di mistero, di senso.
Ma come distinguiamo caso, splendido, elevato, e causa, meccanica volgarità umana, conoscibile e ripetibile, priva di sentimento? Questo confine non è così marcato. Cosa indichiamo con caso?

L’evento sconosciuto, apparentemente scollegato dal nostro volere, che fa sì che io sia qui e ora e stia vivendo, non sapendo assolutamente il perché, non potendo controllare la mia esistenza.
Questa ignoranza impossibile da sconfiggere, o la nostra inettitudine a controllare un evento, lo riempiono di mistero. Permettono all’uomo maturo di retrocedere all’età libera per eccellenza, ovvero l’infanzia, quando non a caso il bambino sta ancora scoprendo il mondo.
Da bambini noi non conosciamo. La conoscenza del nesso causale spesso non ci appartiene ancora, o non è abbastanza strutturata per analizzare le infinite complessità dell’esistenza.
Nell’ignoranza ci si abbandona in modo totale all’evento riconoscendolo a noi superiore e partecipandovi con sommo coinvolgimento. Non avendo le misure per analizzarlo ci troviamo inglobati e inermi dinnanzi alla grandezza del caso. Cos’è il caso, dunque, se non il primo moto, la prima causa che non ci è dato conoscere? Il primo ingranaggio difettoso che permette il caos creativo?

L’illusione del libero arbitrio totale è la morte del caso. Il destino è quello che ci scegliamo, sembrano dirci sempre più spesso gli annunci televisivi, gli spot pubblicitari, cercando di far leva sul narcisismo e sulle punte di arroganza che albergano in ognuno di noi.
Ciò che ci viene presentato come un atto di grande volontà si rivela essere un’ancora per una palude di immobilità.
L’uomo, dichiarando a sé stesso di poter scegliere il proprio destino, arrogandosi così il massimo libero arbitrio, afferma di conoscere la prima tra le prime cause. E la prima tra le prime cause, per quanto si possano spingere oltre l’arroganza e la hybris, è inconoscibile. Siamo noi stessi.
Chi può affermare di conoscere la prima tra le prime cause? Chi può affermare di conoscersi radicalmente?
Chi cede a questa superbia si nega la possibilità del mistero, la possibilità di partecipare al ballo infinito del cosmo, di vivere la bellezza dell’ignoto, di ciò che non ci è dato sapere e che ci divora liberandoci dalla leggerezza dell’anima per regalarci la pesantezza liberatoria del destino.
Qual è il confine tra caso e causa? Nessuno, non esiste alcun confine. Essi si mescolano all’infinito, si mescolano nel segreto insvelabile di noi stessi.
Ci conosciamo, ma non possiamo conoscerci. Scegliamo la Vita, ma da Essa siamo scelti.
Noi siamo la causa, noi siamo il caso.

 

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