Culturificio
pubblicato 1 settimana fa in Recensioni

“L’ospite e altri racconti”

Le stanze della follia

“L’ospite e altri racconti”

I racconti di Amparo Dávila sono grida disperate a cui nessuno sembra prestare orecchio. Eppure l’orrore è vicinissimo, al nostro fianco. Non alieno come il weird lovecraftiano, ma accucciato nelle pieghe della quotidianità, appiattito negli spazi familiari; è la deformazione dietro la maschera ordinata del prossimo, un segreto irrivelabile così ben conservato che finiamo per dimenticarcene.

Lo confessa la stessa autrice nel saggio-manifesto El canto de las sirenas: lo sconosciuto che le interessa non è il distante quanto l’ignoto dell’anima, che definisce «l’asse delle mie storie»; la mostruosa costante dei suoi lavori è «l’essere umano […], insignificante forse nella sua realtà apparente, ma enorme nel mistero della sua esistenza». La creatura più perturbante tra tutte.

Ma è un manifesto poetico, in forma di novelle, anche la selezione portata finalmente in Italia per la traduzione di Giulia Zavagna grazie alla lungimiranza di Safarà Editore, sempre alla ricerca di voci oblique: con L’ospite e altri racconti (Cuentos reunidos), una delle più autentiche rappresentanti del neofantastico si unisce al coro – armoniosamente a maggioranza femminile – di penne che hanno molto del meraviglioso; Dávila è la nota perfetta tra la strega Mary Butts e Barbara Comyns, di cui condivide l’onnipresenza della morte e l’ineluttabile fallibilità delle relazioni umane.

Dodici storie che sono precisa e angosciante fenomenologia della psiche, un urlo contro la convinzione di Tzvetan Todorov secondo cui «la psicanalisi ha sostituito la letteratura [neo]fantastica». Perché se è vero che l’immaginario di Dávila differisce da quello della più tradizionale narrativa di genere resta comunque espressione mascherata dell’inconscio: i suoi terrori ambiguamente sovrannaturali non si contrappongono alla realtà, semmai svelano allo sguardo il profilo più duro delle sue ombre. L’opera di questa autrice è insomma mimesi fantastica, una scrittura per silhouette.

La matrice radicata nel reale è sottolineata dalla sua formazione a lungo da autodidatta: più che Borges, Cortázar, Kafka o Poe – che non riusciva a leggere perché le dava il mal di pancia e ora, quasi diabolicamente, campeggia sulla copertina safariana – sono solitudine e incomunicabilità, paura, malattia e lutti a insegnarle cosa e come scrivere. La polvere alzata dalle ruote dei carri e dagli zoccoli dei muli che trasportano i morti da seppellire non lontano da casa; l’eco delle voci dei fratelli scomparsi, aggrappate agli angoli delle pareti come ragnatele; il silenzio dei passi di un padre assente ma dalla voce vibratamente scettica riguardo il talento della figlia.

Queste le basi della sua letteratura esperienziale – in un’intervista ricorda una cameriera con un figlioletto, il capofamiglia spesso via, il rapporto difficile tra i genitori: ed ecco il liquido amniotico de L’ospite, il racconto che dà titolo alla raccolta.

Per eco, i personaggi dell’antologia sperimentano estremi, ma avverabili, episodi: metamorfosi, bilocazione, divisione temporale, incontri con doppelgänger.

Dávila afferma di «camminare su una linea intermedia tra fantasia e realtà», dove «né l’uno né l’altro è assoluto: nella realtà c’è tanta fantasia, come nella fantasia c’è la realtà». Verità e immaginazione, lucidità e follia si completano, non sono mondi diversi. Solo usci di stanze di una stessa abitazione dove passiamo la vita – e lei, Dávila, signora dei cuentos della soglia, li varca con la stessa familiarità di una regina massaia.

Le donne sono grandi, misere protagoniste di questa narrativa della disperazione, sottoposte a costanti e spesso mute minacce che non interrompono la loro solitudine. Mito delle femministe moderne, Dávila, che non si è mai definita tale, non intreccia però gineprai esclusivamente femminili: a differenza di Poe – con cui in compenso condivide molto altro, anche a detta di Cortázar – non vede alcuna romanticizzazione nella tragedia di una donna fatta a pezzi, più o meno letteralmente.

Pur riconoscendo lo svantaggio di essere donna in una società patriarcale è perfettamente consapevole delle condivise miserie culturali, se non naturali: i ruoli sociali sono corsetti spezzacostole che sia gli uomini sia le donne indossano sotto il vestito buono della civiltà, capace di piegare entrambi fino alla deturpazione.

Oscura e illuminatissima, Dávila va oltre il genere, entra dentro i personaggi maschili e dà loro autentica vita, liberando l’isteria dallo stereotipato vincolo uterino: si strugge patologicamente per una donna l’autore masochista di Frammenti di un diario; il marito della buona Flora, protagonista di Fine di una lotta, è ancora così disperatamente ossessionato dalla crudele Lilia da incontrarla in compagnia di sé stesso per strada; e ne Il funerale, l’imposta immobilità casalinga spinge alla farneticazione un pratico uomo d’affari.

L’autoritarismo, le convenzioni borghesi e la fame di un futuro volto verso un vivere superfluo e inconsistente portano i personaggi all’infelicità. Tutti costretti a desiderare ciò che viene inculcato loro come desiderabile: un patrimonio ingente e una lunga lista di giovani e attraenti amanti senza alcuna importanza; o – come per Tina Reyes dell’omonima storia – domeniche più cosmopolite, un appartamentino alla moda, una bella famigliola conformista.

Gli sventurati di Dávila non possono fare altro che rinchiudersi in relazioni sterili dettate da necessità pratiche o fantasie prestabilite, che puntualmente si rivelano spaventose illusioni come ne L’ultima estate.

María Camino si rese conto, un giorno, che José Juan Olaguíbel avrebbe potuto rappresentare un rifugio per lei, o forse la sua unica salvezza. Avrebbe potuto sposarlo, viaggiare molto, andarsene lontano, dimenticare… Aveva soldi in abbondanza […]. Lottando contro la sua naturale timidezza, cominciò a essere più gentile e a chiacchierare con lui. (La cella)

Vivendo di nulla, la realtà piccolissima in cui i personaggi sono intrappolati finisce inevitabilmente per trasbordare dall’ordinario. E l’anima, allora, non coincide con i confini e va come fuori registro. Ecco l’unheimlich freudiano citato nella prefazione di Alberto Chimal, autorità della letteratura fantastica iberoamericana: per definirlo con le parole di Mark Fisher in apertura all’edizione italiana del suo The Weird and the Eerie, «lo strano all’interno del familiare, lo stranamente familiare, il familiare come strano».

Le strutture narrative de L’ospite e altri racconti sono semplici e ripetitive quanto sfuggenti le forze in atto e la frammentazione di tempo e spazio: come negli incubi più profondi, raramente districabili per mezzo di una logica anche solo sensoriale,  dove sembra non esserci il caposaldo di causa-effetto.

Lettore, un avviso finale: di pagina in pagina, proseguire sarà sempre più faticoso. La tua partecipazione monopolizzata, il reiterarsi di storie incredibilmente simili nell’ossatura ti farà superare la soglia invisibile: eccoti, sotto l’effetto di un’ipnosi letteraria; dolorosa, che ti strappa l’intimità. Soffrirai di un’intensa, benefica claustrofobia: ciò che è sepolto sarà dissotterrato, una sincera liberazione.

di Ornella Soncini