Culturificio
pubblicato 2 settimane fa in Di parola in parola

Margine – Marco Rovelli

l’unica prospettiva da cui si può cogliere “la pelle del reale”

Margine – Marco Rovelli

Lo scrittore Marco Rovelli ci parla di “margine”, tema principe delle sue narrazioni, che raccontano di esistenze liminari e identità frantumate.


Osserva il mondo dal margine. 

Senza cardini né giunture. 

Dall’estremità del dissenso. 

Strappa le cose al sole che nasconde 

alla luce che riverbera 

e non rischiara. 

  

Scrissi questa poesia una ventina di anni fa, quando abitavo sul limitare di un bosco, in una sorta di cenobio dove “ricordarmi di me stesso”, come esortava René Daumal. E, negli anni, lì sono sempre tornato, al limitare del margine. È dal margine che si comprende la forma delle cose. È raccontando ciò che sfugge alla vista quando si è installati nel centro delle cose che si racconta la forma del mondo. Bisogna inoltrarsi nelle cose nascoste, quelle che non si dicono, e che non essendo dette non hanno nemmeno lo statuto dell’essere, né la dignità dell’esistenza: solo lì, da quella prospettiva, da quella notte necessaria, si può finalmente arrivare a toccare, per qualche istante, la pelle del reale. 

 Il libretto in cui pubblicai quella poesia del margine aveva il nome di Corpo esposto. E in tutti i miei libri seguenti non ho fatto che provare a dire la forma del margine. Vite liminari, vite che sfuggono alla presa della visibilità dello Spettacolo.  

Più o meno tutti i miei libri hanno a che fare con il margine: con quella Differenza, con quell’Alterità che viene negata in quanto tale, in molte modalità. E certo, si potrebbe dire che continuare a raccontare il margine, mettendo in forma la Differenza, ha sempre significato per me raccontare me-in-quanto-differenza: il desiderio di dislocarsi sempre, di differire da me stesso (di essere desiderio, in sostanza), la necessità di dischiudere l’identità, di ritrovarsi continuamente in un altrove. Raccontare il margine in quanto Differenza significa dire che le identità sono sempre potenziali prigioni, le prigioni della maiuscola che de-finisce (Dio, Patria, Famiglia: per ogni maiuscola c’è un’esclusione in atto). Mettere bombe alle prigioni dell’Identità, essere forma fluens, un’identità sempre esposta all’alterità, e dunque al divenire. 

Prigioni: non a caso Lager italiani, il primo libro di narrazioni, dopo il corpo esposto delle poesie, fu un libro sui migranti reclusi nei campi di internamento allora chiamati CPT, luoghi sacrificali di espulsione dell’Altro. Un’alterità presa dentro una esemplare sospensione della legge, una legge che non vale per il non-cittadino, il quale può essere privato della libertà senza aver commesso alcun reato. Quei campi sono il margine del nostro mondo, che, all’epoca, non venivano raccontati nelle pagine dei giornali. Perciò decisi di andare a incontrarle, quelle persone “clandestine”, ovvero (etimologicamente) quelle persone che stanno nel buio. Che non hanno voce, non hanno volto, non hanno nome. Incontrarle, farle raccontare, restituirle a una storia, a un divenire. E raccontare quella storia, perché possa essere udita, raccontando l’incontro mio con quella storia. E ho continuato andando nei luoghi del margine del nostro paese, là dove la produzione ricade sulle spalle di quegli invisibili clandestini: nelle campagne del sud (e del nord), nei cantieri del nord (e del sud). E venne fuori Servi. Dopodiché ho continuato a traversare altri margini, ascoltando e raccontando storie di morti sul lavoro, ovvero di vite cancellate, che restano nel silenzio, perché considerate tributo necessario alla macchina produttiva: e venne fuori Lavorare uccide

Ma anche la terra dove abito è una terra del margine, una terra di confine. La terra apuana, dove forti sono, o erano, le memorie resistenti di anarchici, antifascisti, partigiani, ribelli. E raccontare le resistenze – come ho fatto con Il contro in testa, e dopo con un libro di storie partigiane, Eravamo come voi – significa raccontare il margine che si prende la scena, che irrompe al centro, con le proprie istanze, la propria soggettività, la propria visione, la propria volontà. E da quale postazione raccontare queste memorie? Da un luogo del margine a me caro, un’osteria di campagna che era un margine a tutti gli effetti, un luogo premoderno, proletario e sottoproletario. Nostra patria è il mondo intero è uno dei canti anarchici più noti: e allora, il margine che passa da quell’osteria di campagna dove risuonano canti di lotta è il medesimo che passa nella pianura desertica irachena dove sono andato ad ascoltare le storie dei partigiani curdi – e delle partigiane curde. Sono andato là, in quel margine del mondo, a pochi chilometri dai territori controllati dall’Isis, per raccontare la vita di un’altra invisibile, La guerriera dagli occhi verdi, una partigiana clandestina, che ha dovuto prendere le armi per affermare la propria Differenza. Come aveva fatto quasi 150 anni prima un’altra combattente, Louise Michel, nel tempo della Comune della Parigi, quello che ho chiamato Il tempo delle ciliegie.  Tutti questi viaggi sono precipitati in un romanzo di pura fiction, La parte del fuoco, dove ho raccontato la possibilità di un incontro di due vite al margine: un giovane migrante tunisino e una giovane italiana. Un incontro che si fa all’altezza della pelle, quel confine/margine tra corpo e mondo, una zona di indistinzione tra interno e esterno. In questa zona della pelle i due protagonisti incidono, con lame, vetri e coltelli, la propria voglia di libertà negata, la propria necessità di essere ascoltati. In mancanza della possibilità di essere ascoltati, nell’impossibilità di parlare, ci si rivolge a sé stessi in quanto corpo: il corpo parla, è scrittura e voce. E questo vale per tutti, è qualcosa di universale.  


Si scopre, dunque, che il margine è chiunque di noi, quando prende coscienza di essere Differenza.


da Il tempo delle ciliegie, Eleuthera, 2018

(Victor Hugo): Louise venne a trovarmi con sua madre nell’autunno del ’51. I Demahis erano morti, e le Michel avevano dovuto lasciare il castello. Mi aveva mandato delle poesie, prima, e io le avevo risposto incoraggiandola. Aveva della musica dentro, Louise, e una bella immaginazione. Un po’ grossolana, talvolta, ma efficace. C’erano fiamme e stelle, nelle sue poesie, rondini e corvi. Fin dalle prime poesie che mi mandò, si leggeva chiaro il suo empito smisurato verso l’infinito. Che questo prendesse il nome di Dio, o della Libertà. O della Rivoluzione. “Sì, se amassi di amore, non sarebbe che Dio / o il demonio ribelle, angelo dagli occhi di fuoco / dalla fronte che risplende di fiamme e di stelle…”. A volte, quando spediva le poesie a dei giornali, usava lo pseudonimo di Enjolras, come il mio amato giovane dei Miserabili. Del resto fu con quel nome che si affiliò all’Alleanza Letteraria. Dove prese, ricordo, le difese di Alexandre Dumas, attaccato dal barone Sirtema de Grovestins per un suo avo di razza negra, e per l’esser figli illegittimi suo padre e lui stesso. Louise prese carta e penna, e si schierò contro quella “infamia”. Certo, era il suo stesso onore, che stava difendendo, anche lei era figlia illegittima, ma la diminutio per un antenato di razza negra era qualcosa che le ripugnava, figuriamoci. Dagli animali agli uomini, Louise ha sempre preso le parti del margine. Ricordo un libretto che mi mandò, nel ’61, si intitolava “Bagliori nell’ombra; mai più idioti, mai più pazzi”.  Era dedicato, oltre che a sua madre e a Madame Vollier, anche a Adèle Esquiros, la scrittrice femminista e socialista che le pubblicava poesie su La Soeur de Charité. E in esergo c’era una mia quartina, a cui rispondeva una sua. Ma non è questo che volevo dire. Piuttosto, come avrete capito dal titolo, era la sua immensa fede nel riscatto umano, che risaltava. Bisogna insegnare agli idioti e ai pazzi a vedere, a sentire, a desiderare, prima che a ragionare. E credo che stesse parlando del genere umano tutto quanto, in realtà.


Marco Rovelli è cantautore, narratore, saggista. Come scrittore ha pubblicato i reportage narrativi Lager italiani (BUR 2006), Lavorare uccide (BUR 2008), Servi (Feltrinelli 2009); Il contro in testa (Laterza 2012) e La meravigliosa vita di Jovica Jovic (con Moni Ovadia, Feltrinelli 2013); vari romanzi tra cui La guerriera dagli occhi verdi (Giunti 2016), Il tempo delle ciliegie (Eleuthera 2018), La parte del fuoco (TerraRossa 2020) e alcune raccolte di poesie. È stato cantante e autore nel gruppo Les Anarchistes prima di intraprendere un percorso solista, con gli album libertAria (2009), Tutto inizia sempre (2015), Bella una serpe con le spoglie d’oro (2018), Portami al confine (2020).  


Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela MontiDalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita finora in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».