Culturificio
pubblicato 9 mesi fa in Primulètte

Mondadori: La verità su tutto di Vanni Santoni

Mondadori: La verità su tutto di Vanni Santoni

Le primulètte sono le prime letture dei libri che leggeremo, quelli che non ci vogliamo dimenticare. E per questo vogliamo seminarli prima che fioriscano tra gli scaffali delle librerie. Ecco la primulètta numero sette, La verità su tutto di Vanni Santoni (Mondadori).


Più tardi, in cucina, mi trovai invece a pelar patate accanto a un altro vecchio. Era allampanato quanto Antonio ma l’incarnato era pallido e flaccido, e gli occhi, grandi e languidi, attorniati da vaste occhiaie azzurrine:
– Lei è la nuova? Bene, bene…
– Sì, io…
– Io, io… Meno “io”, più patate da pelare. Non mi guardi così: va da sé che è una facezia.
Non si presentò ma dopo un po’ che pelavamo cominciò a ridere da solo. Quando lo guardai, cosa che pareva attendere, disse: – Pelapatate! Forse alla fine, di cambio in cambio, approderò a questa disciplina. Più adatta a me, al livello del mio talento. Vede… Cleopatra?
– Sì.
– Ecco, ricordavo bene. Sa che è un nome greco, Κλεοπάτρα, non certo egizio…
– Secondo lei? Ha idea di quante prese in giro, e quanti commenti, mi sono beccata, da bimba?
– Chiedo venia! Mi dia pure del tu, Cleopatra… Sa cosa ho sempre trovato rimarchevole? Il fatto che la sua omonima più nota, la regina Cleopatra VII, Cleopatra Tea Filopatore, per capirci, è più vicina, molto più vicina a noi nel tempo di quanto la Grande Piramide non lo fosse a lei… Che specchietto da allodole, quella costruzione, ma quante suggestioni! Vede, Cleopatra, quando dagli studi storici ho deciso di virare su un’altra disciplina, qualche attenzione l’ho data anche alla Piramide, per la nota questione delle sue misure, dove ognuno vede quel che vuole: e anch’io volevo ritrovarvi quelle dei miei oggetti speciali, il mio nuovo campo di studî!
– Ovvero?
– La scatola di Lemarchand. I Peradam. I Silmarilli… Cose che hanno a che fare con la matrice della realtà, delle possibili realtà. Sayori, qua, mi ha indicato il Beherit. Sa, da quel fumetto orientale… E, certo, l’Aleph e lo Zohar.
– O Il libro di sabbia!
– O Il libro di sabbia, certo. Era appunto un po’ frustrante che su sette, ben tre fossero di Borges… Così ho lasciato cadere l’idea di scrivere di essi e sono passato all’oniromantica.
– Sarebbe l’oniromanzia?
– No, no. Capisco che il termine possa dar adito a equivoci… No. È un mio modesto, e come si vede imperfetto, neologismo, per il quale intendo semantica dei sogni. Vede, tanto tempo fa feci un sogno. E fin qui mi dirà: Embè? Ma aspetti, aspetti. In quel sogno c’era una parola. Un verbo. Valverare. Qualcuno, nel sogno, lo pronunciava, me lo ripeteva ridacchiando… Capirà che non ci sono occorrenze nell’italiano. Cosa significava? Cosa fa qualcuno che valvera? Incespicai nel buio, presi la prima matita che trovai e scrissi VALVERARE su un foglietto che piegai e ficcai nel portafoglio. Me lo portai dietro per un paio di lustri, finché ne sognai un’altra: sutulatore. Chi era mai il sutulatore, cosa faceva? Questa implicava anche un verbo, presumibilmente sutulare. C’era una connessione tra sutulare e valverare? Esisteva un valveratore? C’era da scervellarsi – o da riderne, certo, e accantonare tutto, tornare ai miei studi precedenti, ma mi sarebbe stato difficile dato che arrivarono altre parole. Tra la prima e la seconda erano passati diversi anni; tra la seconda e la terza ne passò soltanto uno. Sapporchi. La sognai che ero già qui, bloccato nel mio lavoro sugli oggetti speciali. Stavolta sapevo di aver fatto un passo avanti: il sogno mi diceva cosa indicasse, almeno in generale, la parola. Il sapporchi era un colore. Mi forniva anche un esempio: le porte sapporchi. Un dato che, volendo prendere sul serio l’oniromantica, non poteva essere ignorato. Erano gloriose? Le gloriose porte sapporchi del paradiso? O terribili, le oscure porte sapporchi dell’inferno? L’intuizione mi faceva propendere per la prima ipotesi, ma in questi casi bisogna fare attenzione al carico distorcente delle nostre attese, delle nostre aspirazioni… La quarta parola arrivò il giorno successivo. Sarcobighella. Perturbante, nevvero? Infatti la sarcobighella è una sorta d’insetto, o forse di artropode – non abbiamo una parola, in italiano, che li includa tutti, come “bug”, a meno di ricorrere a “bacarozzo”, ma che bestie bisogna essere per definire “bacarozzo” un ragno o, che so, una cimice? Sicuro poi sarebbe inappropriato per la sarcobighella, che è una sorta di miriapode alato, si immagini una crasi tra scolopendra e libellula… Mi esaltai. Un mondo in cui si valvera, popolato di sutulatori, di sarcobighelle che fuoriescono in sciame da porte sapporchi… La parola crea il mondo e io stavo creando mondi, ma non col gesto banale e presuntuoso dell’invenzione: non guarderebbe forse con occhi diversi un uovo di Fabergé prodotto dall’officina di un gioielliere e uno rinvenuto al mattino, comparso sul tavolo dell’assemblaggio mentre i locali erano chiusi per la notte? Non sognai altre parole per un po’, motivo ulteriore per studiarle. Ma come si potevano studiare parole che non avevano apparenti connessioni col contesto in cui mi muovevo, ma solo col campo sottile a cui accedevo nel sonno, parole scaturite direttamente dall’Akasha, dall’archivio universale immaginato dai teosofi? Conclusi che l’unica condotta possibile era ripeterle, farne dei mantra – non fui mai sicuro se le si dovesse mettere all’opera in frasi, coagulandole su questo piano con la forza dell’uso…

La mia dormita della notte precedente non doveva esser bastata: Antonio passò in cucina – Ah, vedo che hai fatto amicizia col nostro amico Girolamo! Brindiamo! – e versò tre grosse tazze di rosso, ma appena ingollai il vino, che era denso, scuro e pesante, mi prese una stanchezza pure densa e pervasiva, così mi congedai senza cenare, pensando che normalmente, di fronte a un soggetto del genere, avrei avuto più gusto nel dibattere che nello stare a sentire le sue fole… O forse sotto sotto mi sentivo vicina a chi faceva ricerche così deliranti, pensavo mentre salivo al piano di sopra… Ma dov’è poi l’interruttore della luce?, dissi, a quanto pare ad alta voce, visto che una voce dal buio rispose:
– Non c’è.
– Aaah! Ma chi diavolo…
Diavolo? Aver paura del diavolo è uno dei modi di dubitare di Dio, – disse la voce, con un accento latinoamericano, poi ci fu il lampo di un fiammifero e scorsi i contorni di un uomo non molto alto, con un gilè a motivi etnici su una camicia scura di cui vedevo, grazie al punto di luce prima del fiammifero e poi della lanternetta che aveva acceso, che cominciava a emanare un odore petrolino sopra quello puntuto dello zolfanello, la trama di vecchio velluto e i polsini lisi.
– È solo che non l’avevo sentita entrare.
Alzò la lanterna al suo viso, quello di un uomo anziano (ma non quanto il vecchio Antonio) con un cappelletto piatto e ricamato del tipo marocchino, anzi himalayano, occhi vividi e due codacci di capelli grigi che spuntavano dalla nuca:
– Il più bel trucco del diavolo sta nel convincerci che non esiste…