Culturificio
pubblicato 6 mesi fa in Recensioni

Mura amiche

Mura amiche

Un giorno passerà

il tuo bene

nella mia bocca

In mezzo ai sassi,

sopra la pineta

dopo lo svincolo

A ripensare alle frasi

a tracciare i contorni

a chiarire niente.

Passerà solo un giorno

come incoronato,

dalla sua parte

per rimanere senza

[di me.

Mura amiche (Transeuropa, 2019) è l’ultima raccolta poetica di Alessandro De Santis, poeta romano del 1976.

La dedica alla madre, sorridente pietra angolare, compone quasi un dittico in opponendo rispetto a Metro C (Manni, 2013), scritto invece per il padre, e il «Cristo che non ha saputo essere». Ecco uno dei temi fondanti del libro: l’affetto che si plasma fino a diventare una costruzione fisica, si fa materia e crea le eponime «mura amiche».

La prima sezione della raccolta, intitolata Camera oscura – il riferimento, e contrario, è alla Camera chiara di Roland Barthes – inizia così:

La stanza d’ingresso:

anticamera del vissuto

primavera silenziosa

dieta.

Questi componimenti di apertura, senza titolo come se non servissero altre parole fuorché quelle degli stessi testi, sembrano suggerire al lettore – più avanti De Santis si riferisce a un generico «tu», ricordato per il sorriso (p. 33, 35) – di abbandonarsi a occhi chiusi, danno il rovescio delle cose. La pura superficie descrive quasi il negativo fotografico della realtà:

La pura superficie:

  nessun albero morto

  hortus conclusus

  alveare cucito

Nera come luce pura. 

La casa separa e unisce, apre a confidenze e intimità familiari e insieme traccia una distanza. La sensazione del contrario si ripercuote anche nelle scelte lessicali dell’autore: «la forma creata che s’oppone all’agonia», «fino a prova contraria», per esempio. Le mura, non a caso, se da una parte racchiudono, dall’altra tendono a escludere chi resta al di fuori. Forse per queste poesie possiamo prendere in prestito un’espressione di Kristeva: si presentano quasi come un «mosaico di citazioni», sono brevi momenti inseriti in una narrazione – tanto che i brevi componimenti poetici sono intervallati da due intermezzi prosastici chiamati Sporcizia.

Sembrano fotogrammi, istantanee fatte di parole e dense di contrari: dentro e fuori, buio e luce, alto e basso, silenzio e parola, sacro e umano – l’elemento religioso attraversa tutta la breve raccolta: l’apparizione di una madonna (Santino), un salmo (Tegola), oltre a parole come «benedetta», «incoronato», «acquasantiera». Sono tutte coppie minime, di elementi contigui e diversi. Nella postfazione di Andrea De Alberti, si legge che

Le mura amiche di Alessandro De Santis dipendono molto più dal divenire che dall’esserci, possiedono una dimensione che va in profondità, scopriamo che hanno una superficie, un fondo e una soglia che fissa un limite o più limiti. Di qua dal limite la sorgente della nostra vita, al di là il nostro sapere, le nostre possibilità d’incontro con l’altro.

Il lessico della raccolta è spesso comune e moderno, serve a restituire la dimensione della quotidianità: «tg», «lego», «al risveglio / da un gran premio d’Australia», «s’illumina il display», «e già twittato». Lo stile, padroneggiato con disinvoltura, permette a De Santis di osare accostamenti arditi, e talvolta desueti. I nomi si accompagnano a parole particolarmente espressive e inusuali: esempi tra i tanti possibili sono «mani inosservate», «tarli cigolanti» «pesci smaglianti», «verdicanti intagli».

La seconda sezione, Harri-jasotze, si riferisce a uno sport popolare nei paesi baschi in cui vengono sollevate pietre di varie dimensioni: la forte componente fisica del titolo trova riscontro inoltre nel trittico Nicchia, Ombra e Tegola, dove viene dato molto rilievo alle percezioni sensoriali, in particolare a quelle delle orecchie e degli occhi, alternate e ricongiunte. Nicchia è infatti basata sull’udito («il rumore del mantello »; «la parola, matrice di un discorso »; « sfrigolare» «muto»); Ombra sulla vista (il poeta mette in guardia contro la luce e poi scrive «Ti ho visto / affondare / con poco /come un cane tra due anse / nei fuochi di stagione / Per mano mia / orfano bianco del tuo orlo»); mentre in Tegola tornano elementi dell’uno e dell’altro senso: la luce, il grido, l’eco.

Gli eredi del vento, terzo “mattone” delle Mura amiche, ha invece tutti titoli che si riferiscono a oggetti quotidiani e domestici, come a raffigurare un appartamento con i suoi bicchieri, il piano, le sedie, in una mescolanza metonimica di plastica, legno e ferro. Questa attenzione alle cose – per dirla con Perec–, vera e propria mise en abyme della casa, si propaga anche nella sezione I sensi lunghi. Qui le suggestioni sensoriali della seconda parte si raccordano con la materialità della terza fino a ottenere versi come «Un nome di scimmia / illuminata dall’interno / Vociferazioni / di angeli minori». Il continuo sconfinamento tra astratto e concreto è favorito dalla ripetuta assenza di punteggiatura di alcuni componimenti e dalla presenza di efficaci enjambement (soprattutto in Casa no e Casa pingue); i versi, il più delle volte brevi, ricreano un ritmo che oscilla tra la frenesia e la quasi assoluta assenza di movimento. Se in Metro C il poeta aveva immaginato un viaggio continuo attraverso la metropolitana di Roma, ora il viaggio è tutto rivolto all’interno, sia di un luogo fisico, la casa appunto, le mura, sia di un luogo interiore, un ripiegamento dentro di sé, nei propri ricordi e nella propria coscienza.

È un modo di fare poesia che procede per sottrazione, come se De Santis volesse scrivere al di sotto delle parole e allo stesso tempo attraversare un varco, una soglia, sperimentare un cammino ascensivo, giocando sulla dialettica tra alto e basso: soprattutto agli inizi della raccolta, un elemento ricorrente è la verticalità dello spazio poetico; mentre altrove, invece, è come se il testo fosse sotterraneo – una poesia della terza sezione, Tagliere, finisce «nelle pozze più profonde».

In Oltremura si assiste a un passaggio netto, un deciso cambio di rotta; l’impressione è che le parole siano più affettuose e personali: una poesia altrove interiore, entropica, qui invece ampia il suo orizzonte espressivo, conquista un altro spazio, come fosse un’eccezione rispetto al titolo della raccolta e si spinge quasi «in una bolla / di un aldilà che non c’è». Interessante notare che una sezione di Oltremura è dedicata A Elliott Smith, quasi ad anticipare un motivo che ritorna in tutta l’ultima parte: Casa d’altri ha infatti un diverso dedicatario per ogni poesia, spesso indicati con il nome proprio, come fosse un amico, un familiare (le uniche eccezioni sono la poesia per il calciatore Davide Astori e per lo scrittore Peter Cameron, omaggio scoperto alla sua Paura della matematica). Sembra in queste poesie, i cui titoli presentano sempre la parola casa,di poter sbirciare nelle diverse abitazioni, come quando si intravede qualcosa dietro le finestre degli altri, con la luce accesa, e di poter rubare uno stralcio di una vacanza, di una armonia, di un ricordo nostalgico dell’infanzia, di una piccola scena di vita. Ma proprio perché tutta la poesia di De Santis è fatta di contrari e contrasti emerge prepotente il tema della morte, per esempio in Difetto, Ai piedi delle madri e in Casa degli sguardi.

Di Casa d’altri, infine, colpisce un’altra convivenza di sensazioni divergenti: se infatti il sentore è che De Santis dissemini il testo di innocue crittocitazioni, di significati sedimentati, allo stesso tempo gli preme guidare il lettore al punto da segnalare le sue fonti. Chiosa la sua raccolta, al fondo, così: «Le Tre Superfetazioni fanno riferimento: il primo frammento al Frammento 111 di Saffo e i due inni successivi agli Inni a David 33 e 35 di Christopher Smart». E subito viene da chiedersi, per gli ignoranti come me: chi è questo Christopher Smart? Ed ecco che il lettore curioso potrebbe continuare a leggere Mura amiche anche una volta finito il libro.

Non voglio più essere un’arma

– nel discorso diretto

Dormire la notte

sognare piccoli coccodrilli

allattare al seno

scattare foto di nudo

Ecco cosa vorrei fare

se solo mio padre fosse vivo

se solo non avessi mai ucciso un uomo

E invece sempre indosso una

smorfia di acciaio,

una cravatta dal nodo

chiodato, e la pelle

del vicino come smoking.

di Felice Pisolino