Culturificio
pubblicato 3 anni fa in Recensioni

“Notte fedele e virtuosa” di Louise Glück

dare forma a ciò che è stato

“Notte fedele e virtuosa” di Louise Glück

Eppure la mia mente riandava sempre più spesso a questo incontro,

lo studiava da ogni prospettiva, convinta ogni anno più

intensamente,

nonostante la mancanza di prove, che contenesse un segreto.

Continua la pubblicazione delle opere di Louise Glück da parte di il Saggiatore; dopo The wild iris (L’iris selvatico), Averno e Ararat, è il turno dell’ultimo libro della poetessa e accademica americana, Faithful and virtuous night (Notte fedele e virtuosa), pubblicato nel 2014 e vincitore del National book award, proposto ai lettori nella traduzione di Massimo Bacigalupo.

Glück, poetessa dalla voce essenziale e precisa che non tenta mai di accattivarsi facilmente il lettore, riflette sullo scorrere del tempo e sull’arrivo della vecchiaia, l’ultima parte di una vita scandita da «infinite conclusioni», un momento durante il quale ci si può allontanare da ciò che è stato e riscoprire il silenzio.

Tuttavia l’impressione generale che emerge da questo penetrante, denso (ma mai oscuro) libro, fitto di rimandi narrativi interni tra i vari testi, non è quella di un percorso rettilineo giunto al termine, quanto piuttosto di un inspiegabile e confuso senso di stasi alternato a movimenti casuali, imprevedibili; le poesie esistono tra sonno e veglia, tra realtà e immaginazione. In questo clima sognante si procede con passo incerto guidati da colui che parla, che può essere un anziano o un bambino, un uomo o una donna.

Si può individuare un arco narrativo che attraversa alcuni testi e che riguarda due fratelli che si allontanano e poi si ritrovano da adulti; la voce narrante di molte poesie è proprio quella di uno dei due, un pittore ormai anziano che ricorda e riflette sulla sua vita, ma tutto resta avvolto in un’atmosfera nebulosa, a tratti fiabesca, che rende difficile decifrare precisamente ciò che è avvenuto, spesso lasciato non detto.

La vecchiaia e le altre fasi dell’esistenza diventano parte di una grande nebbia (una delle immagini-simbolo della raccolta), nella quale passato, presente e futuro, come all’interno di un caleidoscopio, si sovrappongono, si sfiorano e si distinguono con difficoltà. I volti delle persone amate perdono consistenza per poi apparire più luminosi; momenti isolati risplendono nel presente per un attimo («punti di chiarità in una nebbia, intermittentemente visibili») e vengono immortalati in lunghe, toccanti poesie dal forte impianto narrativo: una notte trascorsa ad ascoltare il fratello che racconta una favola, una gita in battello, una passeggiata in un parco in compagnia di una persona anziana.

Qual è il significato di questi eventi su cui si ritorna continuamente, in maniera ossessiva? I suggerimenti che arrivano dal passato offrono una nuova chiarezza o confondono la percezione del presente, gettandola in un miasma nel quale muoversi (o rendersi conto del movimento) si fa impossibile?

[…] ma quel momento passava sempre, sicché

(dopo molti anni) eravamo ancora a quel primo stadio, come

 preparandoci al viaggio, e nondimeno eravamo cambiati.

I ricordi hanno ormai perso ogni sfumatura idillica e ogni presagio inquietante, sono apparizioni incerte, impalpabili ma forse illuminanti; non è un caso che un’altra immagine che ricorre spesso e rappresenta i testi di Notte fedele e virtuosa sia proprio quella del raggio di luce che attraversa le persiane e illumina enigmaticamente la stanza. Alla base di queste rievocazioni c’è sempre il dubbio, la ricerca instancabile e ossessiva che sfiora il paradosso e si riavvolge su sé stessa: può il passato parlare di nuovo e diventare qualcosa di realmente significativo?

Il titolo della raccolta si spiega proprio in virtù di queste riflessioni: infatti in inglese Faithful and virtuous night suona esattamente come Fatihful and virtuous knight (Il cavaliere fedele e virtuoso), titolo del libro di favole che appare nel testo eponimo (uno dei più memorabili della raccolta), e che il narratore richiama alla memoria nella forma sbagliata.

Questo titolo rappresenta pienamente il meccanismo che si cela dietro molte di queste poesie: la rievocazione dell’infanzia, e più in generale del passato, che può essere vissuto nuovamente, interpretato e manipolato in maniera più o meno (in)volontaria, e che può subire slittamenti di senso rivelatori o destabilizzanti. La costruzione di un senso passa quindi per il confronto diretto con la memoria e con l’incertezza, con la consapevolezza che forse il silenzio della mente a cui si mira durante la vecchiaia è, in fin dei conti, impossibile da ottenere.

Il continuo interrogarsi di Glück infatti non riguarda solo il significato di ciò che è accaduto, dell’esperienza e del vissuto personale, ma la possibilità stessa di parlarne. Anche in quest’ambito le suggestioni offerte sono contraddittorie e ambigue, in bilico tra accenti più pessimistici, come in Avvicinamento all’orizzonte – un’altra delle poesie più riuscite del libro –, e attimi in cui si fa strada una debole speranza, immortalati in testi come Un romanzo. In questa breve prosa l’autrice sembra suggerirci infatti che sia rimasto qualcosa di tutte le pagine lette e scritte, di tutti i momenti ricordati o immaginati e ora scomparsi, che, forse, possono acquistare dignità e consistenza, diventare nuovamente veri.

In numerosi componimenti di questa raccolta vengono quindi chiamati in causa poesia e linguaggio, strumenti privilegiati per l’esplorazione della realtà e per la creazione di un senso, forse capaci di offrire solo un surrogato della conoscenza e della chiarezza a cui si tende («Noi artisti / siamo solo bambini con i nostri giochi»).

Tuttavia, man mano che si va avanti con la lettura, i confini tra autenticità del reale e riflessione illusoria su di esso si fanno sempre più sfumati, fino alla constatazione finale, a metà tra speranza e rassegnazione, di Un giardino d’estate, penultima poesia che riassume tutte le tematiche del libro: «Era il mondo della sua immaginazione. / Vero o falso non importava». Di fronte all’impossibilità di definire con certezza ciò che è accaduto, ci si può soltanto abbandonare alla percezione, avere fiducia nella capacità creatrice del linguaggio poetico.

In questo gioco di specchi tra presente e passato, vero e immaginario, silenzio e parola che appare per dare una forma al mondo, le poesie di Glück interrogano perentoriamente chi legge senza offrire certezze. Forse, sorprendentemente, si può ancora intravedere una luminescenza che ci guidi mentre si avanza insicuri («Ma in fondo qual è il senso del faro? / Questo è il nord, dice. / E non: sono il tuo porto sicuro»); forse si può credere per un attimo nel potere comunicativo dell’arte, capace di emergere anche in una tela bianca, o nel canto del nipote dell’anziano pittore, ascoltando il quale «sembra che una grande porta / si spalanchi».

di Alessandro Farris