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pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

Paolo Di Paolo, “Lontano dagli occhi”

Paolo Di Paolo, “Lontano dagli occhi”

Spesso viene da chiedersi: ma perché sono qui, perché mai sono nato – e nato così. Un giorno, quasi distrattamente, ti verrà da chiederlo, a tua madre: mà, mi racconti di quando sono nato?

È questo l’interrogativo che si pone Lucien, il protagonista, nonché io narrante (il suo nome è un omaggio al Balzac delle Illusioni perdute) dell’agile opera prima di Paolo Di Paolo: Raccontami la notte in cui sono nato (Perrone 2008, poi Feltrinelli 2014). Ebbene, questa domanda sul più grande mistero dell’esistenza, quello della vita che nasce, viene ripresa dallo scrittore romano nel suo quinto e più recente romanzo: Lontano dagli occhi (Feltrinelli 2019). Del resto, nella sua ormai ricca e compatta bibliografia, “vita” rappresenta una parola chiave: la troviamo, oltre che nel testo d’esordio, anche nel titolo di due libri, quali Mandami tanta vita (Feltrinelli 2013), incentrato sulla storia di Piero e Ada Gobetti, e in Vite che sono la tua (Laterza 2017). In particolare, in questa sorta di autobiografia dello scrittore da giovane, Di Paolo assegna alla lettura la capacità di “intrattenersi” con «il mistero di ciascun vivente. E con il mistero delle cose, anche». Leggere è «avere quasi sempre le vertigini, per come si spalanca […] non solo lo spazio, ma il tempo». Non è dunque un caso che Di Paolo ponga in esergo a Lontano dagli occhi, una frase tratta da Aspetti del romanzo di Edward Morgan Forster. Eccola: «Ma è tutto visto dal di fuori, le due entità che potrebbero illuminarci, neonato e cadavere, non possono farlo, poiché l’apparato atto a comunicarci le loro esperienze non è in sintonia con il nostro ricevitore». Ed è qui che interviene la letteratura, grazie alla sua capacità di attraversare «gli spazi interstellari dell’immaginazione», come si legge ne Gli ultimi giorni di Fernando Pessoa, racconto del 1994 di Antonio Tabucchi, autore molto caro a Di Paolo. Il quale infatti, sulla scia del suo Maestro, nella Postfazione del 2014 a Raccontami la notte in cui sono nato, dal significativo titolo Mettersi nei panni…, osserva che chi scrive – ma anche chi legge – è mosso da «una misteriosa fame di vite altrui»: «una compravendita di esistenze […] si attiva quando, intorno al fuoco, in un libro, o anche su uno schermo, inizia un racconto».

La scrittura di Di Paolo è dunque mossa dal binomio letteratura-vita, nozioni che stabiliscono tra loro un rapporto quasi identitario: la letteratura è vita, la vita è letteratura. Il tutto in una accezione squisitamente materica, corporea, ben lontana da quella, per così dire, mistica, propugnata negli anni Trenta del Novecento in ambito ermetico. Ci sembra infatti che per Di Paolo, la letteratura sia il luogo dell’‘intimità’, intesa sulla scorta degli studi seminali di François Jullien, come una versione dell’amore che non si accontenta di conoscere superficialmente l’altro o l’altra, di mantenerlo/a accanto o di fronte a sé, ma che ne attraversa le frontiere, preservando la distinzione dei soggetti coinvolti per condividere uno spazio nuovo che si apre tra i due. (Intimità, titolo di uno dei cinque racconti de Il muro di Jean-Paul Sartre, viene significativamente citato in Lontano dagli occhi, dopo essere stato analizzato da Di Paolo nel saggio Piccola storia del corpo, Perrone 2013, dedicato appunto al tema del corpo nell’arte e nella letteratura.)

Dunque Lontano dagli occhi può essere considerato una sorta di opera ‘bilancio’: l’esito di una precisa equazione tra riflessione saggistica, narrazione e scrittura, portata avanti coerentemente dallo scrittore romano nel corso del suo percorso intellettuale e artistico. Da qui forse la scelta di collocare la diegesi del romanzo all’interno di una cornice strettamente autobiografica, quale la Roma della primavera/inizio estate del 1983, suo anno di nascita. Siamo quindi agli inizi dell’amato/odiato decennio dell’edonismo e delle mode, quando una Italia che intende lasciarsi alle spalle gli anni di piombo, sale su quella che Di Paolo con una efficace metafora definisce nel romanzo Dove eravate tutti (Feltrinelli 2011) «una nave da crociera». Nave su cui resterà a lungo grazie all’illusione berlusconiana: finite «le vacanze», «qualcuno deve aver detto che si poteva restare. Si poteva non scendere più. Lui avrebbe continuato ad intrattenere, a sorridere, a cantare». In questo contesto si muovono le tre protagoniste del libro. Tre giovani donne (una anzi giovanissima) ormai prossime a diventare madri al di fuori di una relazione di coppia. Si tratta di Luciana, giornalista quasi trentenne di un quotidiano della sera che sta per chiudere; la diciassettenne Valentina, studentessa alle superiori, che casualmente fugge di casa proprio la notte dei festeggiamenti dello storico scudetto della Roma. E la punk Cecilia, che vive tra una casa occupata e la strada, sempre in compagnia del vecchio cane Giobbe. Nella prima parte del romanzo, intitolata “Vicino”, con una scrittura piana e scorrevole, Di Paolo racconta quasi in presa diretta, secondo una precisa scansione temporale (aprile, maggio, giugno), le loro storie, che potrebbero in fondo essere una sola. Stabilisce con loro un rapporto intimo e simpatetico, ne evidenzia la paura dell’attesa, le incertezze dinanzi alla responsabilità che la nascita di un figlio comporta. E con sguardo diremmo quasi ecografico ne scruta il corpo in costante mutazione.

Ovviamente ci sono anche i padri, cui lo scrittore dedica le prime pagine del romanzo, per poi lasciarli un po’ in secondo piano. I padri sono «dispersi nella folla» («un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente») e possono in fondo «sottrarsi alla parte che a loro spetta nella venuta al mondo di un altro essere umano». Ed è quanto fanno l’Irlandese, padre del figlio di Luciana, intellettuale velleitario (era facile sparire dalla circolazione negli anni Ottanta, senza social e telefoni cellulari…), e il giovane Ermes, che non ha la maturità sufficiente anche solo per «immaginarlo un figlio»: «vede solo il pancione di Valentina». Gaetano è l’unico dei tre padri disposto ad assumersi le proprie responsabilità, anche se tra lui e Cecilia non c’è amore e si sono lasciati. Inchiodato al bancone di una tavola calda in via Taranto, all’uomo non resta che “masticare” domande. «Com’è che mi sono ritrovato qui? – si chiede – Com’è questa stranezza della vita che mi sballotta come un pulmino scassato e mi deposita proprio qua, davanti all’ospedale?»

Nella seconda parte, Lontano, molto più breve della prima, stilisticamente diversa, per così dire, più letteraria, in una stanza di ospedale l’evento è accaduto. In queste pagine l’autore si mette in gioco in prima persona («sono un personaggio di questa storia, un dettaglio nell’angolo in basso della tela»), nelle vesti ‘aliene’ del nascituro, una sorta di omologo della voce nascosta, che scandisce il tempo e le stagioni, di Cosa Dove, Quoi où, ultima opera teatrale di Samuel Beckett (rappresentata per la prima volta a New York il 15 giugno dell’83), il grande drammaturgo, che l’‘Irlandese’ va inseguendo per il mondo nel tentativo di intervistarlo. Questo ‘neonato astrale’ osserva da lontano «il mare della realtà […], immenso, stupefacente e spaventoso». Eppure tra qualche anno, inseguirà uno sconosciuto e gli dedicherà dei versi, sulla scia del Walt Whitman di Sconosciuto che passi! e vivrà attraverso la letteratura vite che diventeranno la sua. Oppure creerà con la sua immaginazione i personaggi protagonisti delle sue storie, i quali sono spiriti erranti, esistenze potenziali, funzioni narrative, e li chiamerà come vorrà: «l’Irlandese, Luciana. Valentina, Ermes».

di Vito Santoro

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