Culturificio
pubblicato 3 mesi fa in Bacchette corsare

“Pechino è in coma” di Ma Jian

di cellule, slogan e pallottole

“Pechino è in coma” di Ma Jian

Questo è il sogno del tuo corpo, e tu vi sei intrappolato dentro. Come un universo che guarda i crepacci di un piccolo pianeta, osservi le ondulazioni sulla membrana plasmatica di una cellula.

Il nostro viaggio nella letteratura cinese contemporanea ci ha finora permesso di incontrare tre autori che vivono e lavorano in Cina. Abbiamo visto come Mo Yan, Yu Hua e Hao Jingfang talvolta siano critici nei confronti della società, ma non per questo osteggiati dallo Stato, né sul piano letterario né su quello personale. Ma cosa succede a quegli scrittori che valicano il limite, spingendosi al di là di quanto tolleri il governo centrale?

Ma Jian è una delle voci dissidenti più conosciute fuori dalla Cina. Nato nel 1953 a Qingdao (città di medie dimensioni affacciata sul Mar Giallo ed ex colonia tedesca), è costretto all’esilio fin dalla pubblicazione del suo primo libro, Tira fuori la lingua (1987), tradotto in italiano per Feltrinelli.

Il viaggio di uno scrittore in Tibet dà luogo a una serie di racconti e descrizioni delle comunità dell’altopiano particolarmente crudi e impressionanti, certamente molto lontani dall’immagine romantica e suggestionata che gli occidentali tendono ad avere del Tibet.  Da questo testo in poi, in Cina sono stati banditi tutti i libri di Ma Jian. La motivazione ufficiale, in questo caso, è che la narrazione dell’autore infanga l’immagine dei compatrioti tibetani con inaudita volgarità. La popolazione cinese è composta per circa il 92% dall’etnia Han, il gruppo etnico più numeroso al mondo. Il restante 8% è a sua volta composto da numerose etnie minoritarie; in totale, i gruppi etnici ufficialmente riconosciuti sono cinquantasei.

Quello tibetano occupa la decima posizione per numero di individui. Ma ha descritto la popolazione dell’altopiano con sguardo tragico, restituendoci immagini di sepolture celesti (antica usanza funeraria che consiste nello scuoiare il corpo del defunto per darlo in pasto agli avvoltoi; fu vietata dai comunisti dagli anni Sessanta agli anni Ottanta in quanto forma di superstizione), pellegrini macchiatisi di azioni terribili, cadaveri lasciati a seccare al vento dell’altopiano e riti iniziatici che vedono la morte degli adepti. Insomma, si tratta di una narrazione che mette in crisi la visione mitizzata e spiritualizzata del popolo tibetano, portando alla luce usi e costumi poco conciliabili con un’immagine di innovazione e progresso.

Il linguaggio crudo di Tira fuori la lingua ha costretto Ma Jian a lasciare la Repubblica Popolare. All’inizio si è stabilito a Hong Kong, per poi spostarsi nuovamente quando la colonia britannica è tornata sotto il controllo di Pechino. Dopo un periodo in Germania, Ma Jian oggi vive e lavora a Londra. Grazie alla collaborazione con sua moglie, la traduttrice Flora Drew, pubblica i suoi libri in inglese. Di recente gli è stata revocata la possibilità di fare ritorno sul suolo cinese.

Come Tira fuori la lingua, anche Pechino è in coma (2008; tradotto da Katia Bagnoli e edito da Feltrinelli nel 2009) affronta un argomento tabù: le proteste di Piazza Tienanmen. Le immagini di studenti e carri armati, ormai entrate nell’immaginario collettivo, testimoniano solo la fase finale di un lungo periodo di mobilitazione da parte di universitari e intellettuali. Le istanze di democratizzazione e le proteste studentesche non erano nuove al dibattito politico cinese; sono celebri i dazibao affissi sul Muro della Democrazia (1978-1979), un esperimento di breve durata, ma dalle profonde conseguenze sulla società. È infatti a causa della mancata gestione di questa fase che Hu Yaobang, leader comunista riformatore e fedele collaboratore di Deng Xiaoping, fu aspramente criticato dai conservatori e allontanato dai ruoli di maggiore responsabilità.

Nel frattempo, il mondo accademico era in fermento; già dal 1986 gli studenti iniziarono a manifestare a favore del riformismo, sostenuti da numerosi professori e intellettuali marxisti. Hu Yaobang venne accusato di avallare le rimostranze e rimosso dalle proprie cariche. In seguito alla sua morte, nel 1989, il mondo universitario scese in piazza, indicando la sua destituzione come simbolo degli abusi di potere da parte dei conservatori. La riabilitazione di Hu non fu concessa e le manifestazioni continuarono.

Dopo una complessa fase di indecisione, il presidente Deng finì per cedere ai sostenitori della linea dura e acconsentì a dispiegare le truppe. A nulla valse la mediazione dell’ex premier Zhao Ziyang, recatosi in prima persona dai manifestanti per incitarli ad abbandonare la piazza pacificamente. L’intero processo di occupazione, iniziato a fine aprile, cessò tra il 4 e il 5 giugno. Questo avvenimento costituì uno spartiacque nella storia letteraria e culturale cinese; molti intellettuali di quella generazione scelsero di abbandonare la Cina.

Il racconto di Ma Jian ripercorre le varie fasi di tali vicende dal punto di vista di Dai Wei, un manifestante ridotto in stato di coma in seguito al colpo di pistola ricevuto al termine delle proteste. Alle trasformazioni interne al suo organismo si accompagnano i ricordi legati al padre defunto, gli echi delle proteste di piazza risalenti a dieci anni prima e la voce della madre. Dai Wei ricostruisce fedelmente lo sviluppo delle manifestazioni a partire dalle loro premesse. Ricorda i legami personali con i compagni di lotta, chiama in causa personaggi storici, rievoca le tappe salienti dell’occupazione. Ai drammatici racconti di scioperi della fame e fratture interne agli stessi gruppi studenteschi si alternano quelli degli aspetti più intimi, i dubbi e le inclinazioni personali di ragazzi poco più che ventenni, protagonisti di uno degli eventi più controversi della storia cinese. Ne emerge un mosaico ricco, lirico e vivo, paradossalmente ambientato nella testa di un corpo quasi morto.

La narrazione è intervallata dalla descrizione dei processi fisici nel corpo di Dai Wei, descritti con perizia scientifica. Attorno alle sue memorie, cristallizzate nel momento dello sparo, Pechino e le vite delle persone sono andate avanti. Sono gli anni della campagna contro il Falun Gong e della rapida modernizzazione della città, Deng è morto, all’orizzonte si intravedono le Olimpiadi e la prosperità.

Pechino è in coma non rappresenta solo una critica sferzante al potere comunista, colpevole di aver calpestato i diritti dei propri concittadini; contiene un messaggio più profondo, una rappresentazione tragica della coscienza del popolo cinese. Ma Jian adotta uno stratagemma ampiamente diffuso nel repertorio cinese, quello dell’inversione dei punti di vista. Se ricordate, lo stesso espediente era stato scelto da Mo Yan in Il paese dell’alcol, e abbiamo già evocato il grande Lu Xun come modello di questo topos. Il punto di vista di un personaggio in coma diventa l’unica prospettiva vigile e realistica sul mondo. Dal proprio stato di distacco, di astrazione dalla vita del presente, Dai Wei ci illumina sulla condizione comatosa di una società anestetizzata e incapace di reagire di fronte agli abusi di potere. Allo stesso tempo, rappresenta il dolore provato da chi è cosciente di una situazione ma non può fare nulla per dar voce alla propria consapevolezza.

Dal 2008, anno di pubblicazione di Pechino è in coma, sono passati molti anni. Ma Jian ha continuato a scrivere; il suo ultimo romanzo è Il sogno cinese (2018, traduzione italiana del 2021). Anche la Cina è andata avanti, scrollandosi di dosso le condanne da parte degli altri paesi e raggiungendo livelli di benessere e prestigio internazionale mai visti prima. Eventi come quelli del 1989 sembrano lontanissimi; sono pochi i cinesi che continuano a parlarne, in un perenne braccio di ferro con la censura. Quello che sembra chiaro è che la Cina non ha nessuna intenzione di intraprendere un percorso di democratizzazione, né di tornare indietro sulle tappe sociopolitiche conseguite negli ultimi decenni, nonostante Tienanmen. Il governo è riuscito a rinnovare il contratto sociale con la popolazione.

Tra luci e ombre, sulla più grande piazza di Pechino oggi coesistono l’ingresso alla Città Proibita, il Museo Nazionale, il mausoleo di Mao, i palazzi del governo, il monumento agli Eroi del Popolo e le folle di turisti con ombrellini parasole. Pregna di storia e di vicende controverse, piazza Tienanmen resta un luogo solenne, tra i teatri più affascinanti della storia cinese.

Il mondo in cui vivevo si è trasformato come la farina che dopo la cottura diventa pane. Devo masticarlo molto lentamente prima di recuperare il senso di ciò che era in origine.

di F. Ceccarelli