Culturificio
pubblicato 2 settimane fa in Tra immagini e parole

“Per chi suona la campana”

dalla penna di Ernest Hemingway alla macchina da presa di Sam Wood

“Per chi suona la campana”

Il primo articolo della rubrica “Tra immagini e parole”, in programma ogni ultimo mercoledì del mese, è focalizzato su Per chi suona la campana di Ernest Hemingway e sull’omonima pellicola cinematografica di Sam Wood (For Whom the Bell Tolls, 1943). Il contenuto dell’articolo cerca di mettere a confronto le due opere attraverso le rispettive recensioni, chiosando con una riflessione sulle divergenze e le convergenze tra il libro e il film.


Spagna, guerra civile, 1937. Robert Jordan è un giovane intellettuale americano, un professore di spagnolo, volontario nell’esercito antifranchista. Il suo speciale e rischioso incarico ha come obiettivo quello di far saltare, esplodere, un ponte d’acciaio librato in territorio nemico. Per questa importante missione entra in contatto, soprattutto per il loro aiuto e conoscenza del territorio, con la banda di Pablo, ovvero un gruppo di partigiani – Fernando, Anselmo, Rafael ecc… – di cui fanno parte anche due donne: Pilar, forte, esperta ed autoritaria nonché moglie di Pablo, e Maria, una ragazza fragile, che ha dovuto subire le barbarie dei nazionalisti falangisti, ma che paradossalmente non prova rancore, palesando virtù morali innate; motivo per cui un uomo come Robert Jordan non può che rimanerne incantato.

L’arco narrativo dura solamente tre giorni, ma in tali e lunghe ore i racconti si dilatano e proseguono parallelamente, alternando gli incontri tra l’inglés e Maria, le conversazioni durante i pasti tra i partigiani, le vicende passate del protagonista e i successivi monologhi interiori, dove emergono le profonde riflessioni dello scrittore riguardo tematiche come il suicidio, le torture e la vita quotidiana, lontana dal campo di guerra. Robert Jordan si butta a capofitto nella causa, anche se non completamente propria, della resistenza. Travagliato da molteplici dubbi, controversie e problematiche, causate parzialmente da Pablo, darà l’ordine di far saltare il ponte con tutte le drammatiche conseguenze del caso poiché, sposando tale ideologia e consapevole degli orrori della guerra, impersona la morale della non violenza, della pace e della libertà dove gli uomini e le donne non possono rassegnarsi alla sofferenza e all’infamia ma devono reagire combattendo.

Questa grande opera letteraria, scritta nel 1940, è nettamente e profondamente influenzata dall’esperienza di corrispondente di guerra vissuta dallo scrittore, proprio nel 1937 e in Spagna. Tanto è vero che nelle parole e nei dialoghi è subito possibile notare la penetrante descrizione psicologica dei personaggi significativi, sottolineata dagli aneddoti presenti nel loro crudele passato. Una narrazione limpida, diretta e spassionata, contornata dall’intima indulgenza che trapela dalla penna di questo iconico scrittore.

Il romanzo di Hemingway è stato reso sullo schermo nel 1943 da Sam Wood, con protagonisti Gary Cooper, nel ruolo del professore di spagnolo Robert e Ingrid Bergman, nel ruolo della giovane Maria. Gli elementi della storia sono i medesimi della carta stampata: Cooper è un giovane americano che aiuta dei partigiani guidati da un disilluso Pablo (Akim Tamiroff) durante la guerra civile spagnola, tra i membri del gruppo figura Ingrid Bergman, ragazza sottratta dai guerriglieri alla ferocia dell’esercito franchista, il professore si innamora di lei mentre aiuta la banda a sviluppare un piano per far saltare un ponte.

Robert è il primo personaggio mostrato allo spettatore, probabilmente per porre le basi del suo protagonismo, che si manterranno per l’intera durata del film. La scelta del regista è di dare inizio agli eventi con perfetto ordine. La trama del film si dipana in maniera sistematica, dando allo spettatore una visione d’insieme molto semplice da captare. Robert rappresenta il fulcro della vicenda, il pretesto attraverso il quale raccontare un pezzo di storia che si specchia negli occhi di un esterno. Interessanti sono infatti i dialoghi in cui alcuni personaggi della banda di Pablo si incuriosiscono circa le differenze linguistiche che intercorrono tra loro spagnoli e il protagonista americano, perfettamente in grado di interloquire utilizzando il loro idioma. «Voi anglosassoni siete tutti freddi» è una delle frasi che Robert ascolta nella grotta in cui sono ambientate gran parte delle sequenze: le differenze culturali emergono in molte conversazioni tra i personaggi e la diffidenza verso lo straniero, l’inglès, si tramuterà successivamente in completa fiducia. Robert viene costruito, tassello dopo tassello, come l’eroe cavalleresco, in grado di aiutare per la causa in cui crede ciecamente e, come in ogni favola, capace di innamorarsi perdutamente della giovane e bella Maria.

La donna rappresenta un frutto acerbo calpestato dalla crudeltà della natura umana. La costruzione narrativa è fondamentalmente basata su un montaggio che fa uso del découpage, tipico del cinema classico hollywoodiano, con tempi che si scandiscono attraverso brevi ellissi, sottolineate da dissolvenze incrociate. Anche nei momenti di flashback relativi ai racconti del passato, è chiara la volontà di creare un ordine mentale per lo spettatore e di fornirgli degli schemi piuttosto chiari rispetto alla vicenda. Tutto il film è inoltre accompagnato da una musica solenne, che si fa spagnoleggiante in certi momenti in cui si vuole sottolineare il patriottismo dei personaggi.

I componenti della banda sono presentati sia a livello estetico, che di enfasi recitativa, con tratti grotteschi e gli unici a differenziarsi nel modo di esprimersi e di apparire sono proprio Robert e Maria che inevitabilmente riescono a plasmare una sorta di captatio benevolentiae nei confronti dello spettatore. La storia ha sicuramente lo scopo di sottolineare le atrocità della guerra e quanto esse portino chi ne fa parte a mutare la propria determinazione (come Pablo) o a mantenere il proprio ruolo, preparandosi anche al sacrificio (come Robert).

E allora non chiedere mai per chi suona la campana, essa suona per te,

questa la frase di incipit sia del film che del romanzo, a sottolineare l’elemento chiave dell’intera narrazione: la morte. Nella primissima inquadratura è proprio una campana che suona ad essere mostrata sullo schermo, per marcare un’aria mortifera che accompagnerà tutta la messa in scena. Ogni personaggio, a suo modo, è conscio dell’arrivo imminente della fine e ciascuno si rapporta in maniera differente con il proprio futuro destino.

La campana potrebbe suonare per ognuno e suonerà, simbolicamente, anche alla fine della storia. Nella pellicola di Sam Wood, la sceneggiatura segue dettagliatamente le parole dello scrittore, dove gli elementi e gli spunti di riflessione caratterizzanti rimangono quasi totalmente invariati, restituendo in immagini la stessa raffigurazione psicologia delle parole dell’opera letteraria. Nel libro però è subito chiara una costruzione narrativa più strutturata, anche solo per quanto concerne il racconto cronologico degli eventi, che si dipanano sia attraverso lo scorrere del tempo che attraverso i ricordi dei personaggi. Le descrizioni paesaggistiche sono sicuramente più dettagliate rispetto al film, che dà meno spazio alla cura delle location. Il finale mantiene la coerenza descrittiva – eccetto per la censura dei momenti di intimità tra Robert e Maria – di tutto il percorso narrativo, differenziandosi solamente per un rumore di mitragliatrice, che lascia aperta l’immaginazione dello spettatore. Pellicola e carta, parole e immagini, personaggi e attori che in questo lungometraggio rimangono allineati, in perfetta sintonia.

di Maria Cagnazzo e Alessandro Foggetti