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pubblicato 3 mesi fa in Recensioni

“Petali e altri racconti scomodi” di Guadalupe Nettel

“Petali e altri racconti scomodi” di Guadalupe Nettel

Petali è la raccolta di racconti (scomodi, secondo il sottotitolo) della scrittrice messicana Guadalupe Nettel, pubblicata nel 2019 da La nuova frontiera e tradotta da Federica Niola.

Le sei storie di differente lunghezza sono ambientate in diverse parti del mondo: si passa ad esempio da Ptosi, che si snoda tra i vicoli di una Parigi addormentata a Bonsai, che affonda le sue radici nei giardini ordinati e silenziosi del Giappone, per poi arrivare fino a Città del Messico e Santa Helena in Oltre il molo.

L’impianto fortemente globale della raccolta permette a Nettel di racchiudere in poche pagine tutto il macrocosmo dell’uomo e di catturarne anche le più piccole sfumature.

Protagonista assoluto è infatti l’essere umano in quanto tale, imperfetto, alle prese con le sue idiosincrasie e i suoi dubbi esteriori e interiori nella sua quotidianità.

Le voci narranti variano di volta in volta, desiderose di raccontare storie piene di contraddizioni e parzialità. Ci sono adulti che non sanno lasciarsi andare (e si perdono tra di loro e in loro), persone che cercano convinte la solitudine e finiscono per trovare un’amicizia piena di drammi, giovani che si innamorano di sguardi o tracce che non esistono più, come il primo protagonista, un ragazzo che fa il fotografo medico specializzato in oftalmologia e testimonia il pre e il post operatorio dei pazienti. C’è il signor Okada, che invece scopre una grandissima affinità con i cactus e da quel momento prova a conoscere e riconoscere l’alterità solo paragonandola alle piante, e allora anche il suo rapporto apparentemente perfetto con la moglie è destinato a cambiare.

Ma, al di là della barba, mi parve che io e i cactus avessimo qualcosa in comune (non per niente li trovavo così commoventi, benché mi facessero un po’ pena). Quanto erano diversi dalle altre piante, come le felci espansive o le palme. Più guardavo i cactus, più li capivo. Di sicuro si sentivano soli in quella grande serra, incapaci di comunicare tra loro. I cactus erano gli outsider della serra, outsider che non condividevano altro se non il fatto di essere tali e, quindi, di stare sulla difensiva. “Se fossi nato pianta,” riconobbi tra me e me “sarei appartenuto senz’altro a questo genere.” La domanda era inevitabile e non si fece attendere: se io ero una cactacea, che pianta era Midori? A quanto pareva la donna con la quale avevo scelto di condividere la mia vita non era un cactus. Quelle piante non avevano nulla che mi ricordasse Midori. Anche lei era fragile, ma in un altro modo, non stava sulla difensiva, brandendo spine ovunque. No, doveva essere qualcosa d’altro, qualcosa di molto più morbido e, al contempo, non così inconciliabile. (pp 40-41)

La narrazione in ogni racconto è sempre in prima persona, e l’autrice è capace di ricreare delle vere e proprie immersioni nella psiche del personaggio di turno: in Transpersiana si diventa voyeur e si pronuncia una lunga allocuzione, a tratti rassegnata a tratti fortemente decisa, al tu osservato ormai solo da lontano;in Petali ci si muove tra i bagni dei Cafè e le avenidas dei quartieri e si avvertono gli odori acri delle urine nei bagni delle donne, mentre nel racconto finale Bezoar l’immedesimazione raggiunge l’apice nel seguire perturbati tutto il lungo diario della bellissima e tormentata narratrice.

Ci sono vulcani che rimangono attivi per decenni, al punto che si impara a convivere con la minaccia costante che rappresentano. Io avevo sempre percepito dentro di me una violenza latente che non riusciva a imboccare la porta dell’azione, ed ero persino arrivata a pensare di saperla contenere. Non so se sia uscita per via della mescalina, della reclusione con Víctor o delle fotografie della mia infanzia, ma sta di fatto che un giorno non ce l’ho più fatta. (pp. 112-113)

Mentre si legge Petali si è costretti a fermarsi ogni tanto a fissare il vuoto, sorpresi per l’immagine appena letta. Tra un racconto e l’altro si ripensa con grande vividezza a tutte le imperfezioni dell’essere umano e alle sue bellezze contrastanti; come il titolo stesso suggerisce la lettura scorre leggiadra ma c’è quella scomodità di fondo che in più punti attanaglia lo stomaco e lascia un indistinto malessere. Nettel dimostra una grandissima capacità nel condurre il lettore alla scoperta dell’universo uomo, alternando viaggi profondi tra la sua dolcezza più umana (toccante il rapporto che si crea tra due ragazze in Oltre il molo) e la sua essenza più spaventosa e oscura.

Non resta, una volta richiuso il libro, chiedersi quale pianta si vorrebbe essere.

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