Culturificio
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

Ragazza, donna, altro

Bernardine Evaristo

Ragazza, donna, altro

Bernardine Evaristo, scrittrice di origini anglo-nigeriane, è la prima donna nera ad aver vinto il prestigioso Man Booker Prize (2019) grazie al romanzo Ragazza, Donna, Altro (ex-equo con I testamenti di Margaret Atwood). Attiva da molti anni Evaristo ha pubblicato poesia, prosa e testi teatrali ed è la co-fondatrice del Theatre of Black Women (compagnia teatrale attiva dal 1982 al 1988 a Londra).

Il testo, pubblicato in Italia da Sur nella traduzione di Martina Testa, si potrebbe definire un romanzo-mondo, corale e sociale e fin dalla dedica inclusivo:

For the sisters & the sistas & the sistahs & the sistren & the women & the womxn & the wimmin & the womyn & our brethren & our bredrin & our brothers & our bruvs & our men & our mandem & the LGBTQI+ members of the human family.

Evaristo, attraverso le azioni e le esperienze dei dodici personaggi, quasi tutte donne nere inglesi, riesce a trattare argomenti estremamente complessi quali razzismo, femminismo, diritti civili, stupro, maternità, toxic e abusive relationship, famiglia, identità non-binary, sessualità, colonialismo con estrema attenzione, intelligenza e humor.

Le storie interconnesse di undici donne e di Morgan/Megan (non-binary) sono un ritratto vivido di una società, quella britannica, che fa i conti con il suo passato coloniale e con un presente in continuo mutamento socio-politico-culturale. Il romanzo è ambientato proprio in Inghilterra, a Londra. Tutti i personaggi hanno vissuto e vivono sul suolo britannico, ma nella narrazione sono presenti molti altri luoghi come alcuni stati dell’Africa o i Caraibi.

Dato che si tratta di un libro in cui i personaggi hanno un background specifico (black British women), il punto di vista è quello di una minoranza in un paese a maggioranza bianco e patriarcale.

Le dodici persone rientrano in un’ampia fascia d’età – dai 19 anni di Yazz ai 93 di Hattie –, appartengono a diverse classi sociali e, scardinando i limiti del binarismo, si riconoscono in orientamenti sessuali e identità diverse.

Leggendo l’evoluzione dei personaggi, soprattutto di quelli imparentati, si capisce che anche la loro condizione sociale muta. Prendiamo ad esempio Carole: nata a Londra da immigrati nigeriani, riesce con grandi sacrifici e uno studio assiduo ad iscriversi a Oxford e costruirsi un importante carriera. È un esempio di chi, figlio di immigrati di prima generazione e nato in un contesto di povertà, riesce a migliorare le proprie condizioni di vita.

Waris, un’amica di Yazz, è un’immigrata di terza generazione con radici somale e nel suo flusso di coscienza ci dice che «papà lavora in fabbrica, mamma ha due lavori» («Dad works in a factory, Mum has two jobs»); e ancora

io non ho sofferto, in fondo, mia madre e mia nonna sì perché hanno perso la loro famiglia e la loro terra, ma la mia sofferenza è più che altro una questione mentale […] io sono nata qui e in questo paese ce la farò («I haven’t suffered, not really, my mother and grand-mother suffered because they lost their loved ones and their homeland, whereas my suffering is mainly in my head […] I was born here and I’m going to succeed in this country»).

Waris è musulmana e, nella sezione del libro dedicata a Yazz, evidenzia come il problema sociale si intersechi con quello religioso:

lei era troppo piccola per ricordarsi «il prima», quando sua madre le ha raccontato che la gente guardava le donne velate con sorpresa, curiosità o pietà

da quel momento c’è stato «il dopo», quando la madre ha detto che hanno cominciato a guardarle con un’aperta ostilità, che peggiora ogni volta che un jihadista fa saltare in aria dei bianchi, o li falcia con un furgone.

(«she was too young to remember the ‘before era’, when her mother said people looked at hijabbed women with surprise, curiosity or pity

then there was ‘after era’ when her mother said they began to be viewed with a blatant hostility that gets worse every time a jihadist blows white people up, or mows them down in a truck»).

Il prima e il dopo si riferisce all’11 settembre e anche Waris, giovane ragazza all’università, si trova ad affrontare un razzismo sistemico che vede negli immigrati e in tutti coloro considerati come diversi, tra le altre cose, una causa della disoccupazione:

è che ai miei non piace Londra, ha risposto Courtney, pensano che sia un posto infernale pieno di gente di colore, terroristi che si fanno esplodere, persone di sinistra, teatranti, gay e immigrati polacchi, che privano gli onesti lavoratori di questo paese del diritto a una vita agiata («it’s because my parents don’t like London, Courtney replied, they think it’s a hellhole full of coloureds, suicide bombers, left-wingers, luvvies, gays and polish immigrants, who deprive the hardworking men and women of this country of a chance to earn a good living»).

I problemi della società sono affrontati da diversi punti di vista e con gli occhi di più generazioni, che si confrontano, discutono e creano un dialogo che coinvolge tutti.

Entrando più nello specifico del libro, il lettore si trova davanti cinque capitoli divisi al loro interno in sezioni. Ogni sezione è dedicata a una donna, mentre il quinto capitolo comprende l’after-party e l’epilogo. Il primo è narrato da più punti di vista ed è il momento in cui una parte delle protagoniste si ritrova nello stesso luogo, il teatro dove è in scena The Last Amazon Of Dahomey. In questa sezione è inclusa anche la voce di un personaggio maschile, Roland.

L’epilogo, invece, si concentra sul personaggio di Penelope e si configura come la conclusione del viaggio alla ricerca delle sue radici: il nome rimanda subito all’Odissea, ma è interessante che questa volta a compiere un  percorso da eroe omerico, materiale e conoscitivo, sia una donna.

Muovendoci nel tempo e nello spazio insieme a ognuna di loro scopriamo i rapporti che le legano, che possono essere relazioni di amicizia, di parentela (madre-figlia-nipote) oppure di lavoro, come colleghe, insegnanti-alunne e, infine, persino amanti.

Evaristo, capace di dare a ogni aspetto della realtà la giusta sfumatura, descrive con tatto le esperienze che affrontano le protagoniste.

Nonostante gli elementi comuni, ognuna ha una voce distinta e ben riconoscibile che la rende unica anche essendo parte di un tutto. I personaggi descritti sono reali, subiscono una continua evoluzione e crescita, non rimangono statici perché attraversano trasformazioni sia fisiche che psicologiche.

La storia inizia poche ore prima dell’apertura di uno spettacolo teatrale, The Last Amazon Of Dahomey, messo in scena da Amma, cinquantenne drammaturga lesbica in una relazione poliamorosa che si è fatta strada nel mondo del teatro e ha raggiunto il successo mainstream, nella cui caratterizzazione Evaristo rielabora alcuni elementi autobiografici

Amma ha passato interi decenni nella nicchia, da ribelle, a lanciare bombe a mano contro l’establishment che la escludeva finché il mainstream non ha cominciato ad assorbire ciò che un tempo veniva considerate estremo, e lei si è ritrovata a sperare di entrarci («Amma then spend decades on the fringe, a renegade lobbing hand granades at the establishment that excluded her until the mainstream began to absorb what was once radical and she found herself hopeful of joining it»).

C’è poi Yazz, figlia diciannovenne di Amma e Roland, scrittore nero dichiaratamente gay, che nel suo breve spazio di stream of consciousness

lamenta il fatto che i neri in Gran Bretagna siano ancora definiti dal colore della loro pelle, in assenza di alternative praticabili («he bemoans the fact that black people in Britain are still defined by their colour in the abscence of other workable options»).

Studentessa di letteratura, Yazz ritiene che l’idea di femminismo della madre sia ormai superata, si definische humanist ed è convinta che il gender sia una costruzione sociale e culturale.

Altra complessa e sfaccettata figura è Dominique, che si trasferisce negli Usa insieme all’amata Nzinga per vivere in una comunità lesbo-femminista. Ma Nzinga, che appartiene a quel sottogruppo di femministe radicali che escludono le donne trans (TERF), trasforma la loro relazione in qualcosa di violento dal punto di vista emotivo e fisico.

Carole, invece, sopravvive a uno stupro di gruppo da adolescente e non trova il coraggio di parlarne, frequenta l’università di Oxford, entra nel mondo della finanza e diventa vicepresidente di una banca. Nonostante la laurea e il suo lavoro di alto profilo, continuerà però a essere vittima di razzismo e sessismo.

Spendo qualche parola per la scena in cui si narra lo stupro: non vi è alcuna descrizione grafica, ma l’autrice si concentra solamente sull’elemento psicologico

poi / il / suo / corpo / non / fu / più / suo / diventò / una / cosa / loro / e lei, che amava i numeri, disimparò a contare («her body wasn’t her own/no more it belonged to them/ and she, who loved numbers, became innumerate»).

La prosa si trasforma in verso, rallenta la corsa della narrazione e l’orrore si espande su undici righe. La stessa tecnica è riproposta quando la ragazza rimane da sola dopo la violenza

e / poi / sparirono / e / sparì / anche / lei («then they were gone/ and /so/was/she»).

Importante inoltre la rappresentazione di Megan/Morgan, gender-free da sei anni, in lotta con il suo corpo e per il riconoscimento di un’identità:

ma per me la cosa che conta di più è che so come mi sento, e il resto del mondo forse un giorno lo capirà, anche se sarà una rivoluzione silenziosa che durerà più di tutta la mia vita, ammesso e non concesso che avvenga («what matters most to me, is that I know how I feel, and the rest of the world might catch up one day, even if it will be a quiet revolution over longer than my lifetime, if it happens at all»).

È Bibi, transexual male to female e intersectional feminist, ad aiutare Megan/Morgan nel suo percorso di riconoscimento.

La scelta di raccontare dodici storie inventate eppure a tratti così vere, dove sono fondamentali la crescita e il riconoscimento di sé come corpo e identità, ha indotto l’autrice all’uso di una prosa sperimentale: il libro è narrato in una terza persona onnisciente, ma limitata, premettendo così a ogni personaggio di presentarsi e lasciarsi conoscere, a volte attraverso l’impiego del flusso di coscienza. La fluidità dello stile fusion fiction, termine da lei coniato, le permette di muoversi liberamente all’interno del testo, spaziando dal passato al presente e da un personaggio all’altro senza le costrizioni della punteggiatura. Questa libertà mette il lettore davanti a una prosa che scivola verso la poesia e il linguaggio orale (un misto di dialetti e slang come ad esempio “booty call” per indicare un incontro in cui si farà sesso casuale; “dyke”, termine offensivo che si usa per riferirsi all’universo lesbico; “codswallop”, ovvero “sciocchezze”; “Cindy” per definire una tipologia di ragazza/donna). L’uso di diversi toni (tragico, umoristico, satirco, ecc.) e registri (alto/basso), e di una fraseologia propria del linguaggio parlato («don’t sass me Mumsy» / «Who’s amaaaazing») serve ad allentare la tensione che si crea all’interno del testo, ma anche a passare dall’empatia al realismo, fino alla satira. L’interpunzione quasi del tutto assente (la troviamo a marcare la fine di una sezione interna o del capitolo), un discorso diretto mai segnalato (come ad esempio in questo passaggio: «mentre erano lì a letto, Yazz ha chiesto a Courtney come mai non era venuta più spesso a visitare la capitale, non sai che ti perdi, amore», «as they lay there, Yazz asked Courtney why she hadn’t visited the capital more often, you don’t know what you’ve been missing babe») e i paragrafi fiume creano un unicum, ottimo per dar rilevanza alla casualità, spazialità e temporalità delle azioni dei personaggi.

Se c’è un libro che vale la pena leggere questo è sicuramente Ragazza, donna, altro.

di Floriana Canadè