Francesco Del Vecchio
pubblicato 3 mesi fa in Recensioni

Realismo Capitalista

di Mark Fisher

Realismo Capitalista

L’Oxford Dictionary ha recentemente decretato che la parola del 2018 è “toxic”. Dunque “l’espressione che riflette lo stato d’animo e le preoccupazioni dell’anno in cui ci troviamo e ha il potenziale per distinguersi come un termine culturalmente significativo” è tossico/a. Chimica tossica, mascolinità tossica, relazioni tossiche: queste alcune delle combinazioni principali.

Mark Fisher questo 2018 non l’ha nemmeno visto (si è tolto la vita nel corso del 2017) ma nel corso della sua riflessione ha tracciato un quadro della post-società in piena assonanza con la ricorrenza del termine tossico. Il modo migliore per scoprirlo è leggere il suo “Realismo Capitalista” che Not. Nero Editions (grazie alla traduzione di Valerio Mattioli) ci regala nella sua versione italiana. Un pamphlet (scritto nel 2009) il cui sottotitolo originale recita “There is no alternative”. Perché nel mondo del Realismo capitalista effettivamente, alternativa non c’è: esiste soltanto

la sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente

La realtà di Fisher prende forma dal concetto di Postmoderno di Jameson unendolo al baluardo della critica al capitalismo occidentale, Slavoj Žižek.

There is no alternative: un mantra da ripetere all’infinito mentre si osserva la definitiva e incontestabile affermazione del capitalismo a scapito del clima, delle relazioni sociali, dei rapporti di lavoro. Parafrasando la famosa dichiarazione di Winston Churchill sulla democrazia potremmo dire che il realismo capitalista è il peggior modello economico, “eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”. O almeno è quello che ci inducono a pensare. Ci inducono a considerare normale l’esistenza di un enorme Pac-man che avanza ingurgitando le esistenze dei singoli come fossero piccoli pallini colorati. Dobbiamo accettare il fatto che Pac-man, grazie ai bonus guadagnati lungo il labirinto, possa fare un sol boccone dei mostricciatoli che si mettono sulla sua strada, osando frapporsi tra questo surrogato del Panopticon foucualtiano e la meta. Si chiamino essi cambiamento climatico o salute mentale degli individui.

Oliver James, all’interno del suo “Il capitalista egoista”, ha sostenuto l’esistenza di una correlazione tra la crescita dei problemi di igiene mentale e il concretizzarsi di modelli neoliberali in paesi come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Australia. La punta di un iceberg dalle dimensioni spropositate, depositatosi sulla società umana a partire dal XVIII secolo: già nel 1776 Adam Smith nel suo capolavoro “La ricchezza delle nazioni” (1776) ammoniva riguardo i rischi della produttività. Un’equazione semplice: aumentare la produzione attraverso la specializzazione dei lavoratori significa aumentare la monotonia delle 10 ore passate in fabbrica, siano esse trascorse dietro una scrivania o costretti a conficcare bulloni negli stessi identici fori. Il resto è storia: l’età di Ford e Taylor. Ma anche di Freud e Jung.

Sino ad arrivare alla società postfordista di oggi, protagonista delle riflessioni di “Realismo Capitalista”, dove l’esigenza di flessibilità e di costante riorganizzazione (“razionalizzazione delle risorse”, questo l’orrendo neologismo) fagocita i legami familiari e affettivi, relitti di un mondo che non esiste più, quello della stabilità e della tranquillità.

Un mondo dai tratti kafkiani tendente verso l’indefinito e in cui non esistono traguardi finali, dove similmente al “Processo” non c’è assoluzione definitiva. Esistono solo rinvii, o al massimo assoluzioni apparenti. E come nel caso di Josef K., il vero giudice è dentro di sé:

Una conseguenza di questa forma «indefinita» di potere è che il controllo esterno viene garantito dalla sorveglianza interna: il controllo, cioè, funziona solo quando sei complice

La missione è compiuta. Dimenticate le repressioni, la propaganda, il lavaggio del cervello. La polizia, i dittatori, i poteri forti. Quella è roba della stagione precedente. Adesso ogni individuo è il dittatore di sé stesso, il Panopticon ha perso e Buadrillard ha trionfato. Nessuno è salvo. La cassa integrazione è dietro l’angolo. Il divorzio pure. Dove ci condurrà tutto questo? “Capitalismo e schizofrenia”, come il titolo del saggio di Deleuze e Guattari (1972-80).

 

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