Tonia Samela
pubblicato 3 anni fa in Everyday tips

Ricorda che dimenticherai

o "sulla triste convinzione che ci porta a credere di essere macchine fotografiche"

Ricorda che dimenticherai

Che cos’è un ricordo?
Proust ha risposto a questa domanda col libro più lungo del mondo.
“È quello che hai o che hai perduto per sempre?” Si chiedeva Woody Allen in uno dei suoi film.
Guicciardini intitola “Ricòrdi” la sua raccolta di riflessioni su quanto sia difficile trovare l’unità nel molteplice della vita e, più in generale, della storia.
Cosa accomuna questi tre personaggi? Forse il fatto che, probabilmente, c’hanno preso.
La psicologia definisce il ricordo appellandosi a tutte le caratteristiche che Guicciardini, Proust e Allen hanno individuato.

161598-004-0FA9DA0CI primi studi sulla memoria risalgono ad Ebbinghaus, filosofo ed uomo di scienza del milleottocento, che per primo tentò di studiare la memoria in maniera sistematica e controllata. L’esperimento a cui si sottopose fu molto semplice: memorizzare una lista di sillabe e vedere, a distanza di tempo sempre maggiore, quante parole fossero rimaste in memoria e quante, invece, fossero andate perdute. Insomma, un esperimento a metà tra la lista della spesa che compili ma che dimentichi a casa e i giochini di gruppo che si fanno agli scout.
Risultato? L‘oblio funziona in modo strano: più ripeti, più ricordi; è vero, tuttavia la maggior parte delle informazioni andrà in fumo nella prima parte del tempo che passi dopo aver smesso di ripetere, mentre ciò che ti rimane impresso nella prima parte di latenza di ripetizione sei destinato probabilmente a tenertelo nel cervello a vita, soprattutto se è qualcosa di estremamente particolare perché fa ridere, ti turba, è fondamentale, è inutile e non sai come mai te lo hanno fatto imparare a memoria, ha la rima o suona bene, hai faticato ad impararlo o ti si è fissato immediatamente. Insomma, te lo ricordi perché… perché sì!
Il ricordo è un apprendimento: ciò che hai vissuto diventa esperienza; l’esperienza è la materia grezza grazie alla quale riusciamo ad orientarci nelle situazioni nuove. Il ricordo è il paio di occhiali che mettiamo per vedere meglio il mondo, per leggere i fenomeni in chiave personale.
Ovviamente non sto sostenendo che il passato ci marchi a fuoco, come se l’uomo fosse rinchiudibile in un rigido determinismo, però è anche vero che, da quella volta che c’era fila al bancone e hai fatto la battuta sui baristi per sembrare brillante ma la persona che avevi puntato non ha riso per niente, a te quella barzelletta non fa ridere più.
Ma cosa è, quindi, un ricordo? Alcuni neuroscienziati lo chiamano “traccia mnestica”. Per traccia mnestica si intende un percorso che si è formato nel cervello e che ha messo in comunicazione dei neuroni in un determinato modo. Il ricordo è una strada, più la percorri, più questa diventa grande, le si aggiungono corsie, aiuole, spartitraffico colorati.. finché quella informazione non diventa un automatismo, e allora a quel punto costrmarcel_proust_likes_madeleine_by_sloppypancake-d6uqamjuisci una scorciatoia, una connessione diversa, più veloce, per raggiungere l’obiettivo efficientemente anche se c’è traffico, piove e c’è lo sciopero dei mezzi.
Cosa c’entra Proust? Marcel ha il merito di aver inconsapevolmente trovato il “Tuttocittà” del cervello. La rubrica, l’archivio generale del cervello è l’ippocampo. L’ippocampo è vicino alle aree del cervello che elaborano gli odori. Ecco perché gli è bastato sentire l’odore delle madeleine per ricordarsi abbastanza materiale da scriverci millemila pagine. Ecco perché se, dopo tanto tempo, usi il profumo che mettevi al liceo ti sembra, per qualche frazione di secondo, di avere di nuovo sedici anni. Le strade del cervello che si sono formate a proposito di quell’odore vengono nuovamente percorse, i rovi vengono diradati, vengono accesi i lampioni e, come se niente fosse successo, un tratturo di montagna diventa una superstrada.
Ma cosa accade ai ricordi più strutturati? Ebbene, se il ricordo di un odore è una superstrada, quello di una esperienza di vita vissuta è un’autostrada a sette corsie per senso di marcia.
Il problema delle strade grandi, però, è che a causa della loro estensione, diventa difficile tenere sotto controllo il loro stato di salute. Più l’esperienza è ricca, è insolita e straordinaria, più sfuma, si sfoca, diventa conforme a come noi ci ricordiamo sia stata, non a come è davvero andata.
A questo proposito ha ragione Woody Allen: il ricordo è qualcosa che hai, poiché è esperienza vissuta e narrabile; tuttavia è nel medesimo istante qualcosa che non hai più, poiché quella porzione di vita non appartiene più al mondo dei fenomeni presenti, bensì esiste soltanto dentro di te.
Questo meccanismo che macera la vita e ne fa tanti pezzettini tutti uguali a come noi siamo è disarmante, ma necessario: l’uomo ha bisogno di una storia da raccontarsi e da raccontare quando si riferisce a sé. Altrimenti saremmo solo frammento, contingenza, molteplicità, non avremmo identità. Ecco come mai per Guicciardini – e certamente non solo per lui – è fondamentale riportare il tutto ad un principio unico e ordinatore.
Il prezzo che paghiamo al cosmo per non disintegrarci è, in certa misura, la menzogna.
Ogni volta che ci ricordiamo di qualcosa, non stiamo ricordando la cosa in sé, bensì l’impressione che noi abbiamo avuto di essa l’ultima volta che ci è venuta in mente.