Tonia Samela
pubblicato 4 mesi fa in Everyday tips

Ricordati delle carezze

Articolo semiserio sul perché è sempre necessario non dimenticarsi della "variabile affetto"

Ricordati delle carezze

In un anno ci sono trecentosessantacinque giorni, ogni giorno è formato di ventiquattro ore; ciò implica che in un anno ci sono ottomilasettecentosessanta ore. Questi numeri possono forse sembrare una eternità; l’esperienza di tutti i giorni invece ci dice che non è così. Il tempo ci manca, il tempo lo perdiamo, il tempo lo sprechiamo…e ci dimentichiamo. Dimentichiamo moltissime cose. Solo le persone davvero routinarie sono in grado di fare tutti i giorni “tutto ciò che va fatto in una giornata”. Sotto esame ci dimentichiamo di pranzare oppure ci dimentichiamo di aver pranzato. Quando il carico di stress aumenta, quando abbiamo scadenze tassative a cui rispondere, quando il nostro tono dell’umore è basso, quando siamo arrabbiati o ancora quando siamo estremamente felici è possibile che dimentichiamo di fare molte cose. Pensa all’ultima volta che sei stato davvero triste: le tue ventiquattro ore di una giornata ti saranno parse mille, eppure adesso, a distanza di tempo, quei giorni bui probabilmente si raggruppano tutti assieme in un grande buco nero fatto di nulla, perché nulla é accaduto in quelle ore, se non il dolore. Pensa all’ultima volta che sei stato felice; anche questa volta, probabilmente, nella tua mente stanno prendendo forma dei https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/564x/07/f6/ec/07f6ecbc380f7f4fed3c972bf6461743.jpgricordi, dei picchi di memorie fatti di istanti particolari, il loro odore, il loro suono, la tua sensazione viscerale di felicità, i dialoghi, la stagione dell’anno… tanti piccoli pezzi di formidabile incanto che, richiamati alla mente, riemergono. Sei davvero in grado di contestualizzare tutto questo? L’emozione, qualunque essa sia, si ritaglia un posticino nella tua esperienza autobiografica e, su quel piccolo territorio, pone il suo impero autarchico.
Sul versante diametralmente opposto a quello che abbiamo appena considerato si collocano invece le azioni di tutti i giorni, indispensabili alla sopravvivenza, prime tra tutte il sonno, il cibo. Dall’etologia e dagli studi sull’attaccamento ci viene però detta una cosa un po’ diversa: gli esseri umani e gli animali superiori in generale, per sopravvivere, necessitano di molte cose; nella top-list dei bisogni fondamentali annoveriamo: il sonno, il cibo, il sesso, la cura.
La cura. Il bisogno di dare e ricevere affetto è fondamentale, ne va della nostra sopravvivenza fisica.
Tra il 1958 e il 1965 i coniugi Harlow studiarono il comportamento dei cuccioli della scimmia Rhesus per tentare di verificare una teoria messa a punto da uno studioso di nome J. Bowlby. La teoria di cui sto parlando è la “Teoria dell’Attaccamento”. Definire adesso cosa si intenda per attaccamento vorrebbe dire scoperchiare il vaso di Pandora. In ragione di questo articolo, ci basti sapere che l’attaccamento è un bisogno primario, innato, ha la funzione di salvaguardare la specie, è presente nell’uomo per tutta la vita e consiste nella propensione a mantenere la vicinanza rispetto a persone selezionate. Ma torniamo ai coniugi Harlow. Harry Harlow nel suo laboratorio elaborò una metodologia assai curiosa per verificare l’effetto sui cuccioli di scimmia della separazione dalla madre (quello che nella teoria dell’attaccamento è il caregiver, ovvero quella figura con cui il neonato -di qualunque specie- intrattiene la propria relazione di attaccamento). Nelle gabbie in cui questi cuccioli erano tenuti, Harlow posizionò due oggetti: un biberon pieno che avrebbe garantito nutrimento agli animali e un peluche che assomigliava ad una scimmia adulta. Questo peluche non forniva alcun tipo di sostentamento ai cuccioli. Cosa avrebbero scelto i cuccioli? Era questo che Harlow voleva scoprire, non solo per confermare la teoria di Bowlby, ma per verificare anche la realtà dell’amore incondizionato. L’esperimento ha dimostrato che i cuccioli preferivano il peluche al biberon, anche se non dava loro alcun nutrimento. Questo permise ad Harlow di confermare l’importanza della relazione -dell’attaccamento- dei cuccioli ai loro caregiver fin da piccoli. Nonostante non ricevessero cibo, i cuccioli di scimmia sceglievano il peluche perché per loro rappresentava una base sicura. Il biberon era, invece, una semplice fonte di cibo che non avrebbe dato loro né calore, né affetto. La cura, la protezione, l’affetto, il calore sono importanti per i mammiferi esattamente quanto è importante il cibo.
Di poche cose gli esseri umani hanno bisogno per poter sopravvivere, una di queste è l’affetto.
La parola “carezza” deriva dal latino carus; e vuol dire “affettuosa dimostrazione di amorevolezza o benevolenza che si fa all’altro con atti o parole”.
Per carezza Woollams e Brown (1978) intendono “qualsiasi cosa, gesto, espressione, parola che equivale a riconoscere l’esistenza dell’altra persona, come dire -ti vedo, so che ci sei!-“. Uno sguardo complice, una stretta di mano che non viene data con eccessiva formalità, il ricambiare un sorriso, ridere in sincrono, dare una pacca sulla spalla, il riconoscere lo stato mentale dell’altro, un abbraccio o qualsiasi altro contatto fisico, in questo senso, significano “dare una carezza” all’altro.
L’altro si riconosce anche grazie alle carezze che riceve e che dà, Tu ti definisci anche in base alle carezze che dai e ricevi. Ora pensa: quanto hanno contato “le carezze” o la loro mancanza nei ricordi belli e orribili che hai richiamato alla mente poco fa?
La verità è che il cervello umano è relazionalità e nessuno è in grado di sopravvivere senza di questa. Allora per quanto Tu abbia tutto l’interesse ad apparire come una cinica, distaccata ed elusiva persona oppure per quanto Tu possa trovarti bene nella tua conviviale e filantropica pietas, ricorda: nei 31.536.000 secondi che esistono in un anno è importante dispensare delle “carezze” (di tutte le nature che preferisci, l’importante è che siano vere) alle “persone selezionate” che ti stanno attorno. Ne va della tua e della loro vita. E Harlow forse direbbe che non sto affatto scherzando.