Culturificio
pubblicato 1 mese fa in Di parola in parola

Ricrescita

termine funzionale alla rappresentazione simbolica del quotidiano in letteratura

Ricrescita

Lo scrittore Sergio Nelli ci parla di “ricrescita”, una parola che nella sua opera ritorna di frequente a segnare le metamorfosi, le svolte, gli “adattamenti a cui il vivere ci costringe”


Ricrescita

“Ricrescita” è una parola d’uso comune quando si parla di capelli, di barba, di lozioni, di unghie o di pasta e riso.

Se invece la si usa in senso più ampio, al singolare o al plurale, è una parola dal profilo ridotto rispetto ad esempio a “metamorfosi” che pure per certi versi e in alcuni contesti richiama. Ho intitolato così un mio diario, Ricrescite, alludendo ai cambiamenti, alle svolte, agli adattamenti a cui il vivere ci costringe. Mentre i bambini crescono, gli adulti in qualche misura ricrescono. Dopo mutazioni, potature, congiunture; tutte cose, non c’è da dimenticarlo, partite da una condizione originaria e primitiva, una dotazione a cui non si può sfuggire. Si tratta di eventi di diversa natura come l’operare nel lavoro, la condizione sociale, le relazioni familiari, quelle sentimentali e sessuali, la nascita dei figli, lo scorrere del tempo, gli infortuni, le malattie, la casualità ecc.

Se si segue questa linea in modo radente, dal mio punto di vista, la scrittura riduce le sue pretese narrative e di costruzione di trame a favore di un tentativo di capirci qualcosa o almeno di essere vicini alla propria esistenza.

Nel diario a cui ho fatto riferimento, la parola viene preannunciata dalla potatura in giardino di diverse piante e si estende ai tempi di un bambino (che cresce) e di un padre, visti nella loro vita concreta e  immaginifica.

“Federico cresce, io ricresco” vi si dice.

Nel romanzo intitolato Orbita clandestina è un incontro fortuito a generare una traiettoria importante e imprevedibile, mentre in Albedo è una residenza in una comunità di recupero a mettere in moto la vicenda di un giovane troppo sensibile al richiamo dell’alcol. In ogni caso, un qualcosa di nuovo si forma: che sia una specie d’amore o una svolta e un nuovo inizio.

Stare accanto, a stretto contatto con il cambiamento, con la mutazione, con l’adattamento, ci obbliga in qualche modo a tenere sempre viva l’attenzione sulla natura, a soppesarne il carico: la natura in noi e la natura fuori di noi, quella finanche dei vulcani e quella inafferrabile dell’anima.

Se poi ci si impegna in quella che viene giornalisticamente definita autofiction, allo scrivente si offre l’ovvia opportunità di imbastire una sorta di antropologia personale capace (si spera) di parlare ad altri, quello che qualcuno ha definito “romanzo personale”, ricordandoci che il modernismo in letteratura ha fatto oggetto di racconto anche l’equilibrio di un uomo (si veda, per esempio, a questo proposito, l’importante Teoria del romanzo di Guido Mazzoni).

Nel libro di prose brevi, quasi istantanee, intitolato Il primo mondo è la stessa intenzione che mi ha guidato: una ricerca più che di ricrescite di emersioni. E le immagini diventano qui metafore e fili conduttori: la ricrescita dei rami di un albero  o, ne Il primo mondo, il ruotare veloce di una girella (o girandola) con petali colorati che vorticando uniforma, diciamo così, in un solo colore la diversità delle storie di chi parla raccontando in prima persona.

“Ricrescita”, ho detto, ha un profilo basso rispetto a “metamorfosi” che pure richiama. Questo profilo è però necessario per la dimensione a cui fa riferimento la letteratura quando solca il quotidiano, in cui il mutamento non è lo stesso come quello di forma e di struttura che vediamo in un bruco che diventa farfalla, in un mito o in una favola in cui si ha una trasformazione di una cosa in un’altra, per esempio di un essere umano in animale, fiore, pianta, o anche in letteratura come nel burattino nazionale e nel racconto kafkiano (i quali ci insegnano, tra l’altro, quanto sia limitante il prospetto di ridurre sempre il dettato a ciò che è direttamente esperito).

Anche “rinascita” non è la stessa cosa e dà luogo a equivoci, mentre rigenerazione ha una connotazione solo positiva.

Soppesare il carico della natura, affondare nella singolarità, togliendo qualcosa o molto alla narratività, implica invece, piuttosto, per il mio sentire, un di più di tensione verso il poetico, cioè verso un elemento e una risorsa per estendere conoscenza, immaginazione, incisività, ascolto, eleganza, appeal.

Sergio Nelli


Da S. Nelli, Orbita clandestina, Einaudi, 2011

Forse gli esseri umani hanno bisogno che nasca qualcosa, devono sentire la nascita, avvertire la vita. Il periodo migliore per me con la mia ex moglie fu proprio quando aspettava Leonardo. Eravamo abbastanza felici, o almeno mi sembra. Le massaggiavo le gambe, i glutei e anche la pancia, con creme rassodanti e anti-smagliature. La casa non era mai stata tanto in ordine, pulita, con i muri ridipinti, con le cose rinnovate, bicchieri, stoviglie, lenzuoli, copriletto. Anna non lavorava e aveva tempo per tutto. C’era un odore di pulito e di benessere. Cucinavamo con cura, facevamo tardi vedendoci due film a sera. Anche dopo la nascita di Leonardo mi trovai bene per parecchio tempo. Non sentivo nemmeno la fatica. Arrivavo alla sera e bramavo il tepore del letto, quel sapore dolciastro neonatale non mi disturbava per niente. Anzi, era il culmine stesso di una fatica trionfante. Sarà stata la forza fisica della giovinezza che però non andava in un solo senso. Cosa abbiano in comune infatti quell’uomo lì e quello di dopo, sempre giovane, sempre irritato, verbalmente abbaiante, scostante, perennemente allupato…  […]

Mio padre già sonnecchia in poltrona, come un vecchio cane pulito e profumato. C’è fresco per via del condizionatore. Fumo una sigaretta. Mio padre lascia il suo corpo a fare un pisolino. La vecchiaia ci separa da noi stessi…Ho notato che le generazioni di oggi si accorgono dell’invecchiamento anche attraverso i corpi dei loro attori preferiti, che non cessano di calcare il set o di apparire in tivù. Qualche tempo fa, mio figlio mi diceva: “Harrison Ford mi fa un po’ pena. In Star Wars era giovane e ora è sempre più vecchietto.” In effetti Harrison Ford è passato in un battibaleno dall’astronave che salta nell’iperspazio all’automobile italiana per signori brizzolati ed eleganti. Mio padre fa delle smorfie, tira su con il naso. Ho aperto un po’ la finestra e con l’aria arriva un odore dolciastro, come se vicino ci fosse in azione una macchinetta per lo zucchero filato.


Sergio Nelli vive a Firenze e attualmente collabora con riviste ed editori. Ha pubblicato tra le altre cose, Ricrescite (Bollati Boringhieri, 2004), Segnavento Pontormo (Titivillus, 2008), Prima dell’estinzione (Effigie, 2008), Orbita clandestina (Einaudi, 2011), Il primo mondo (Gaffi, 2014), Albedo (Castelvecchi, 2017). Nel 2018 la casa editrice Tunué ha riproposto, a quattordici anni dalla prima uscita,  Ricrescite.

È fra i fondatori del blog e della rivista «il primo amore».


Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela MontiDalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita finora in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».