Rivelazione – Antonio Lillo
lo "squarcio sul mondo"
Lo scrittore Antonio Lillo ci parla di rivelazione, elemento fondamentale delle “storie minime” che costituiscono il suo romanzo più bello
Rivelazione è una parola dei poeti, una delle più importanti per chi fa poesia. Ogni poesia è la traccia di una rivelazione, cioè di uno squarcio sul mondo. Non a caso Leonard Cohen cantava: «c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che passa la luce» (Anthem, in The Future, Columbia Records 1992). Però rivelazione è anche una parola mondana, meglio se declinata al plurale, rivelazioni, con tanto di aggettivi a rimarcarne il peso, «importanti rivelazioni, sconvolgenti rivelazioni», perché alla rivelazione si lega sempre uno scoop, pronto a svelare l’inedito o rimescolare il torbido, utile per vendere i giornali e ravvivare la routine provinciale. Una volta, per quanto adesso abbia perso il suo peso, rivelazione aveva anche un valore importante in termini di fede, rinsaldando il patto di complicità con l’altissimo: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà… Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi…» (Dei Verbum, costituzione dogmatica emanata dal Concilio Vaticano II, 1965).Né va dimenticato che rivelazione è traduzione letterale, dal greco apokálypsis, di apocalisse, perché ad ogni svelamento della materia che nasconde il vero, seguono sempre uno sconvolgimento e un riassestamento.
Per tutti questi motivi mi è cara come parola, al punto da intitolare così quello che molti ancora mi dicono essere stato – visto che ormai, da un pezzo, non si trova più sul mercato – il mio libro più bello e rappresentativo, Rivelazione appunto, pubblicato nel 2014. Già la sua genesi aveva un suo lato favolistico che si sposa bene con la parola. Mio nonno, ormai ottantenne, si ritrovò all’improvviso vedovo. Non essendo più autosufficiente, i miei genitori lo presero in casa e lui, che soffriva di demenza senile, cominciò a scambiarmi per suo fratello morto, Giovanni, iniziando con me un lungo dialogo sul filo teso fra un passato lontanissimo e l’Ade. A questo si aggiungeva, nel presente, la sua necessità di sapere cosa stesse capitando ai suoi amici rimasti in paese. Allo stesso tempo gli amici, che incontravo nelle mie passeggiate, mi chiedevano notizie di lui. È stato quasi naturale, per me, inventarmi una sorta di gazzettino informale in cui portavo notizie, da una parte all’altra del paese, dei vari personaggi che lo abitavano con le loro piccole vicende, i loro tic, le fissazioni, la meraviglia o la malizia nello sguardo, gli odori provinciali, così come di mio nonno raccontavo le visioni, le scoperte, il rapporto delicato con gli animali che abitavano il nostro giardino.
Ad uno ad uno, i personaggi dei miei raccontini presero una loro vivace fisionomia. Bogdan, un artista serbo, sguaiato e donnaiolo, che aveva l’abitudine di toccarsi la patta dei pantaloni ogni volta che incrociava un prete e mi predicava, durante i nostri appuntamenti per un caffè, l’imminente fine dell’Italia, assunse il nome di Dio, ovviamente un Dio dell’Antico Testamento. Un altro originale era il falegname che aveva montato un enorme soppalco sopra il letto dove ammassava gabbie su gabbie di uccelli perché solo nel loro canto assordante riusciva a prendere sonno. E poi c’era Peppe Zedong, ex militante maoista e ora addetto comunale ai bagni pubblici che, con la sua saggezza terrigna, una volta mi disse: «Quando muori, quelli come te non vanno né in paradiso né all’inferno, finiscono sugli alberi a fischiettare con gli uccelli».
C’era l’universo animale che ci circondava, gatti, tartarughe, topi, uccelli. In molte mie storie gli animali avevano preso a parlare, proprio come nelle favole antiche. La prima volta che ho pensato al titolo Rivelazione è stata quando ho raccontato la vicenda di un topo venuto fuori dalle fogne, rivelatosi per mostrare al mondo la sua vera, violenta, natura. Anni dopo mi è capitato un controcanto di quella storia, di cui non ho mai scritto. Una mattina, nella strada accanto al mio ufficio, ho incrociato un topolino venuto fuori da uno scantinato. Era grande appena un’unghia ed ha cominciato a seguirmi lungo la strada. Mi fermavo, si fermava anche lui, tornavo indietro e mi seguiva, mi fermavo, si sollevava sulle zampette e cominciava a saltellare festoso. Pieno di fiducia nell’umano, si mostrava in piena luce chiedendomi di giocare con lui, mi aveva scelto come suo compagno.
La raccolta è fatta così, di storie minime che si accumulano fino a creare una specie di romanzo per frammenti, arrivando al loro centro con un pugno di poesie scritte per la morte di mio nonno, otto anni dopo quel trasloco. Mi dicono che quelle dei nonni sono figure poco frequentate dalla nostra letteratura. Non lo so. Io ho scritto un libro, con finale aperto, che comincia con un nonno tornato bambino e suo nipote che gli diventa fratello e pian piano si allarga fino ad abbracciare un paese dove l’ordine naturale delle cose viene sconvolto da questa sorta di sospensione che è una forma di pace prima dell’apocalisse. Che si presentò una prima volta, in forma privata, con la morte di mio nonno, una seconda volta con l’epidemia che ci ha chiuso in casa per due anni, e poi una terza, subito dopo l’epidemia, con la malattia e la morte di mio padre. Erri De Luca in un suo testo ha scritto che non essendo mai diventato padre resterà per sempre figlio (A grandezza naturale, Feltrinelli 2021). Vale anche per me. Se mai ci sarà una riedizione del libro, mi piacerebbe aggiungere un capitolo su mio padre e su questa linea familiare interrotta, ma solo per testimoniare il raggiungimento di una nuova maturità che nasce dalla crepa, dalla frattura, e da quella sorta di guarigione che qualcuno potrebbe definire una calcificazione dell’osso, e qualcun altro una particolare forma di kintsugi, che fa di ogni dolore, o cicatrice, o apprendimento – che è sempre frutto di una rivelazione – un elemento di raggiunta bellezza ed equilibrio dell’anima.
Da Rivelazione, Pietre Vive, 2014.
L’intero condominio si riversò in cortile quando si sparse la voce che un topo, un piccolo affarino dal pelo grigio ma con una coda lunga così, si era arrampicato su un cornicione e scorrazzava avanti e indietro per sfuggire ai bambini che lo inseguivano con delle mazze lunghe e sottili, riuscendo talvolta a toccarlo. La signora del terzo, mentre rientrava a casa con le buste della spesa, a vederlo scoppiò in una serie ordinata di piccoli gridi in crescendo, e un tipo del secondo, coi baffi gialli di nicotina e la barba non ancora rasata, si mise a sedere lontano, sui gradini di fronte, e si accese una sigaretta fissando il tutto in silenzio e senza mai intervenire, come fa un vero uomo di mondo. Stefano invece, impietosito, provò a fermarli con la ragione, e quando si accorse che non c’era il modo, salì le scale di corsa a cercare la sua macchina fotografica, così da immortalare il momento, quello in cui ognuno avrebbe rivelato la sua vera natura. Ma non c’era niente da immortalare, nessuna rivelazione. Una creatura del buio, piccola e sporca ma senza difese, stava lì e fissava dall’alto tutti quei nemici che digrignavano i denti e provavano a ammazzarla, per il solo fatto d’essersi mostrata.
Antonio Lillo (1977) vive e lavora a Locorotondo, dove è direttore editoriale delle edizioni Pietre Vive. I suoi ultimi libri sono la raccolta di poesie Mal di maggio (Samuele 2022) e il romanzo Le mani degli altri (Les Flaneurs 2025).
Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela Monti. Dalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita fino al 2019 in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».