Federico Musardo
pubblicato 1 settimana fa in Recensioni

Romanzo in forma di escrescenza – “Riproduzione” di Ian Williams

Romanzo in forma di escrescenza – “Riproduzione” di Ian Williams

The startling brilliance of Ian Williams stems from his restlessness with form. His ceaseless creativity susses out the right patterning of story, the right vernacular nuance, the right diagram and deftly dropped reference – all in service of vividly illuminating the intermingled comedy and trauma of family.

David Chariandy

La pratica d’ospedale non sta solo nell’assistere a complicate operazioni intestinali, nell’incidere peritonei, nel pinzare lobi polmonari, nell’amputar piedi, non sta davvero soltanto nel chiuder gli occhi ai morti o nel tirar fuori bambini per farli venire al mondo. La pratica d’ospedale non è soltanto questo: buttare con noncuranza nel secchio smaltato gambe e braccia intere o tagliate a metà. Non sta nel continuare a correr dietro come un cretino al primario e all’assistente e all’assistente dell’assistente, far parte del codazzo durante le visite. Né può consistere solo nel nascondere la verità ai pazienti e nemmeno nel dire: «Il pus naturalmente si scioglierà nel sangue e Lei sarà completamente guarito». O in centinaia d’altre simili fandonie. Nel dire: «Andrà tutto bene!» – quando non c’è più nulla che possa andar bene. La pratica d’ospedale non serve soltanto a imparare a incidere e a ricucire, a far fasciature e a tener duro. La pratica d’ospedale deve anche fare i conti con realtà e possibilità extracorporee.

Thomas Bernhard, Gelo, traduzione di Magda Olivetti

Qualche mese fa per Keller è uscito Riproduzione di Ian Williams (traduzione di Elvira Grassi), autore nato a Trinidad e stanziato a Brampton, sobborgo di Toronto. Leggerlo per me è stato come strozzarmi col cordone ombelicale, come raschiare senza unghie – e con le cuticole lacere – una botte ingrommata. Tra le mani mi è sembrato di tenere una clessidra screpolata, una sacca di sangue agli sgoccioli, un romanzo paradossalmente rincuorante, rassegnato e solare, aortico e varicoso, terminale e metastatico, metonimico e primordiale – un romanzo residuale, scampato alla fine.

I fatti, gli eventi, i temi, i rapporti narrati sono talmente tanti che alcuni tra quelli che mi sono illuso di carpire li ho già dimenticati, altri non li avrò capiti: gli amori, la famiglia e il sangue, la grammatica della genetica, la creolizzazione degli immaginari, la militanza linguistica; le mutazioni latitudinali della sofferenza, le differenze, la morte, le nostalgie impossibili, l’abbandono e la perdita, il cancro – anche quello ontologico; la condensazione e lo spostamento, la violenza carnale, la mascolinità e le proiezioni di genere, la genitorialità culturale e biologica; la sopravvivenza. Forse, più di tutto, la sopravvivenza.

Siamo a Brampton, Canada, alla fine degli anni Settanta. In una stanza d’ospedale Edgar e Felicia si prendono cura delle rispettive madri, sulla soglia dell’aldilà – o quasi. Da questa convergenza verso i capezzali inizia una saga che fende le generazioni e si snoda per quattro decadi, una storia d’amore corale in cui si ibridano alterità sociali, culturali ed etniche. Williams ara il tempo dei suoi personaggi, dalla metà degli anni Novanta all’inizio dei Duemila, fino al presente, e smotta qua e là qualche zolla.

Edgar è un uomo bianco di mezza età con origini tedesche, benestante e dedito al lavoro, spiritualmente povero e senza troppe velleità interpersonali. Felicia è una diciannovenne nera più matura degli anni che ha, approdata sul suolo canadese da un’isola caraibica senza nome. I due iniziano presto una frequentazione – Felicia lascia gli studi per accudire la madre dell’uomo – e diventano una famiglia, finché non hanno un figlio: un parto che rimanda al titolo di un libro dove tutto – fabula, intreccio, sintassi, lessico, interpunzione, pause – è ripetizione. Quando nasce Armistizio, detto Army, Edgar scompare (per diversi anni) e Felicia lo cresce da sola.

Nelle quattro parti che lo compongono Riproduzione cresce esponenzialmente, si reduplica, soprattutto da un punto di vista grafico e stilistico. Non smette di farlo neanche a ridosso del finale, dove il testo stesso verrà sconvolto da una moltiplicazione di cellule e segni.

«Mi rendo conto che non è un romanzo normale», spiega proprio Williams in un’intervista rilasciata a Leonardo Luccone, uscita su Rivista Studio. E aggiunge: «Credo che qualche volta i libri debbano rivelare il loro meccanismo». I segmenti di Riproduzione sono strutturati secondouna progressione matematica. La prima parte consta di ventitré capitoli che si snodano a coppie, corrispondenti ai quarantasei cromosomi del dna umano: XX è Felicia, XY Edgar. La seconda parte è filtrata dalla prospettiva di quattro personaggi (2×2), ovvero Felicia, Army e altri due che non nominerò, attraverso sedici sottosezioni (4×4). La terza parte è composta da duecentocinquantasei sottosezioni (16×16), sempre raccontate dagli stessi quattro personaggi. Dalla fine della terza parte e per tutta l’ultima il cancro, per usare una metafora scadente, divora il libro: le masse tumorali si abbarbicano sulle singole righe e vengono tradotte su carta tramite parti di testo parallele alla narrazione, in apice e pedice rispetto alla retta della frase principale. Le condizioni di salute del testo si aggravano, i lessemi hanno la flebo:

Volevo fare qualcosa che fosse ambizioso a livello concettuale e complesso a livello strutturale […] La struttura e la storia dovevano crescere insieme. […] Il problema che avevo era questo: come può un libro ammalarsi di cancro? Come può un libro riprodurre sé stesso? Mi sono documentato sul cancro cercandone l’equivalente letterario. Doveva essere qualcosa di disturbante. Il cancro non è piacevole, quindi quella parte di testo doveva essere un’esperienza difficile (Ian Williams intervistato da Marsha Lederman, Canadian poet Ian Williams on his debut novel, and finishing it as real-life controversy swirled at UBC, «The Globe and Mail», 22 gennaio 2019).

Riproduzione sonda le dinamiche che si innescano quando due estranei decidono di dare vita a una famiglia, di diventare gli antenati di qualcuno, quando l’amore si macchia di sangue, e di radice in radice si plasma, si ramifica un albero genealogico. Ogni segmento del romanzo, soprattutto verso il finale, sembra l’elettroencefalogramma sgualcito di una cartella clinica.

Un romanzo trainato da relazioni intrecciate in un micromondo plurale fatto di persone perlopiù ordinarie, abbastanza indaffarate con la loro quotidianità, la stessa da cui si schiudono i temi che ho sommariamente elencato all’inizio e si diffonde la malattia. Ma Riproduzione, ed è una contraddizione solo apparente, resta al di qua della malattia, viene tratto in salvo: il testo a poco a poco si scorpora, la trama implode, i personaggi sbiadiscono, le frasi rantolano sempre più affannosamente, in limine mortis, fino alla fine. E una volta sfogliata l’ultima pagina tra le mani mi resta un libro che non ho ancora letto.