Eleonora Reggiori
pubblicato 2 settimane fa in Recensioni

Scavare: nella memoria, nel fango

Scavare: nella memoria, nel fango

La prima fatica letteraria di Giovanni Bitetto, classe 1992, esce per Italo Svevo (nella nuova collana Incursioni) ed è un romanzo difficile, che a prima vista non si lascia scoprire dal lettore poco attento.

Non sono solita parlare delle trame e anche qui lo farò molto in breve: in seguito alla morte dell’amico, lo scrittore nichilista che dà voce alla narrazione ripercorre la propria vita, segnata sia in positivo che in negativo dall’amicizia e dalla presenza/non presenza del filosofo che ha saputo superare il marxismo. Metaforicamente scava la tomba del proprio amico – di cui non sappiamo e non sapremo mai il nome – buttandosi con le sue mani nude nel fango della memoria, con un coraggio che prima non aveva avuto.

Quello che di questo romanzo colpisce subito è la prosa quasi barocca, non semplice, involuta, dal gusto antimoderno. Di fronte a sempre più narrazioni costruite sulla durezza e sull’immediatezza della parola colloquiale, Bitetto si distingue per una scelta troppo particolare per non essere presa in esame. Il romanzo è un lungo monologo notturno, ma le parole scelte sono complesse, nei momenti di maggiore profondità ancora di più, e anche quando sulla pagina si accampa il turpiloquio non fa che far emergere ancora di più il sapore poco familiare delle parole inusuali, stride. Non è per tutti. Lo stile senz’altro contribuisce a cristallizzare la vicenda in un tempo altro, e non abbiamo appigli.

Gli unici che ci vengono dati sono il Meridione e Bologna, a fare da sfondo a un’amicizia che fin da subito si muove sul delicato equilibrio che separa la simbiosi dalla rivalità più strenua. È l’ambizione a reggere sulle spalle i destini dei due, scrittore uno, abbiamo detto, filosofo l’altro.

Il Meridione è «chiesa, televisione, droga», una triade di panacee per non essere soffocati da una vita che non ha riguardo per niente. L’ambizione li fa sentire diversi, eletti, ma la provincia non è qualcosa che ci si può lavare via come uno strato di sporco. E infatti ritorna, anche quando quella stessa ambizione li porta a Bologna, a scontrarsi con un ambiente accademico dal quale usciranno entrambi, ma in modo diverso.

La provincia italiana è uno dei grandi temi di Scavare, un luogo dal quale emergere annaspando in mezzo a tutti gli altri corpi che lottano per venire a galla. E anche quando nella provincia non ci sei più, lo stesso meccanismo di sopravvivenza è sempre lì, a ricordarti cosa sei e da dove vieni.

Nelle città si è tutti uguali e nessuno ci fa caso. In provincia, dove si deve essere tutti uguali, è una maledizione. Naturale cercare di costruirsi attorno un mito, dalle fondamenta fragili, poggiato su un bisogno di diversità a tutti i costi.

E l’ambizione nella città li separerà, perché è ormai tardi e il tacito accordo è stato infranto: essere diversi dagli altri, sentirsi migliori in provincia era facile, un sentimento che aveva base in un rapporto esclusivo e profondo; ricreare la stessa identica dinamica a Bologna, dover dimostrare di essere ancora una volta migliori, è impossibile. Il riflesso più immediato porta a prendere le distanze da ciò che è vicino, così subentra la gelosia, il silenzio, un rapporto che non si basa più sul reciproco, ma sulla rivalsa.

Oltre che essere un ritratto struggente di un rapporto sincero e poi corrotto, carnale anche, Scavare è uno sguardo a tratti lucido (a tratti invece rabbioso) di un mondo intellettuale che vive sulle spalle speranzose di chi cerca invece un modo di esprimere il proprio io. Lo scrittore non fa mistero del proprio modellarsi gommoso sugli spigoli di un ambiente che non sente come il suo d’elezione, ed è qui che si consuma lo strappo che in qualche modo prova a ricucire con il lungo monologo. L’ambiente accademico non è mai stato da lui percepito come su misura, ha comportato difficili prese di coscienza e racconti intrisi della sua incapacità nel trovare il proprio posto. Il filosofo invece vive l’esperienza universitaria come se l’ateneo avesse sempre tenuto libero un piccolo spazio nell’attesa che arrivasse lui a colmarlo. Prende l’ultimo posto che c’è e non resta più niente. Diventa un altro, altro soprattutto rispetto all’amico scrittore, che non glielo perdona.

Non glielo perdonerà mai, comunque, perché il filosofo è morto. Per quanto il monologo assuma una cadenza ossessiva, quasi come una vanga che seguendo un ritmo antico scavi la fossa per l’inumazione, per quanto la morte sembri aver colmato ogni metro, non ci sarà mai il modo di riappacificarsi con la parte di se stesso che ha lasciato all’altro (e nemmeno con l’altro).

In definitiva, Giovanni Bitetto ha scritto un romanzo molto difficile sulla volontà di distinzione e sulla contraddizione insita nell’uomo che tenta di elevarsi a unico nella sua sofferenza e che poi di questa solitudine non sa che farsene, sui meccanismi di autoconservazione e su quelli che invece attaccano alla radice la propria ferrea volontà di vivere. Temi simili, anche se affrontati con tutt’altro stile, li ho ritrovati in parte della produzione di Philip Roth (La macchia umana, Everyman su tutti): la morte come paciere, il bisogno di emergere prima di ogni altra cosa, le maschere indossate come plastilina sulla pelle, in grado di dare altra faccia, altra vita. Sono tanti i punti che danno da riflettere, alcuni su cui forse varrebbe la pena insistere di più in un futuro; lo stile – forse un po’ claustrofobico – risulta comunque funzionale al tipo di suggestione che si vuole raggiungere. Esordio che, senz’altro, convince.

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