Giovanna Nappi
pubblicato 3 settimane fa in Recensioni

Senza ali né speranze: la generazione di oggi in “Sono fame” di Natalia Guerrieri

Senza ali né speranze: la generazione di oggi in “Sono fame” di Natalia Guerrieri

In La società della stanchezza (nottetempo editore, traduzione di Federica Buongiorno) si legge: «Secondo Arendt la società moderna annienta, in quanto società del lavoro, ogni possibilità di azione, poiché degrada l’uomo ad animal laborans, ad animale che lavora. […] Tutte le forme della vita activa, tanto il produrre quanto anche l’agire, degenererebbero nel lavoro».

In queste brevi affermazioni del filosofo Byung-Chul Han, emerge un aspetto rivelatore delle nostre vite: concetti come performatività, reperibilità, spirito di sacrificio hanno subìto una tale deriva che sono ormai applicabili soltanto nella loro accezione negativa. Dalle proteste dei rider che hanno affollato i quotidiani nel 2021 ai licenziamenti in massa che, post pandemia, hanno attraversato il paese, abbiamo assistito a veri moti, se non di ribellione, perlomeno di rifiuto, di questa tendenza predicata da Han.

Ritrovare queste stesse tematiche all’interno di un romanzo è non solo ben accetto, ma anche e soprattutto di grande interesse, specie se a scriverlo è una giovane autrice italiana, Natalia Guerrieri: il suo ultimo romanzo, Sono fame (Pidgin), è un racconto generazionale, più contemporaneo di molte storie pretenziose in cui è capitato di imbattermi.

La protagonista è Chiara, una “rondine”: vengono definite così le persone che lavorano per un servizio di delivery che promette, tra le tante cose, massima libertà. Le rondini possono scegliere di accettare o meno l’ordine ricevuto, di lavorare tutto il giorno o di mettersi offline, senza alcun vincolo. Per una ragazza laureata in filosofia, le cui esperienze lavorative si esauriscono in uno stage con promesse di assunzione mai realizzate, sembra quindi essere la soluzione più congeniale per vivere nella capitale – lasciando il tetto familiare ad alto tasso di problematicità –, e ottenere la tanto agognata indipendenza.

In verità, come ci si potrebbe aspettare, la realtà è meno rosea: è, piuttosto, una landa oscura, sporca, asfissiante, che inghiotte i suoi abitanti trasformandoli in mostri dall’aspetto riprovevole, pericolosi nella loro passività, ostili nei confronti del prossimo. La città è complementare a questa contemporaneità così spaventosa: la sua aria è sporca, irrespirabile, un grande essere tentacolare che in questo romanzo prende vita attraverso stretti vicoli e appartamenti putridi.

Arrivo in un quartiere dove le strade sono spoglie e larghe e i passanti sono scarafaggi che corrono a nascondersi dalla luce dentro alle automobili, ai palazzi, ai bar malmessi. Un grande centro commerciale con le insegne azzurre promette di accogliere chi voglia abbandonarsi al sollievo dell’aria condizionata.

Così come l’esterno, anche l’ambiente privato che Chiara abita mantiene un senso angosciante di esistenza esaurita, un minuscolo sgabuzzino ricavato all’interno di un appartamento già occupato da altri tre inquilini. Neppure a loro è concesso spazio di manovra, e pur comparendo di soppiatto per brevi scene di “pausa” dalla trama principale, nessuno di loro pare cavarsela meglio.

La vita di una rondine, a bordo di una bicicletta sgangherata, è scandita dal ritmo del dito più veloce: il più veloce ad accettare l’ordine, e quello dopo ancora, così per tutto il giorno e per ogni giorno della settimana. La presunta libertà decantata durante i colloqui di lavoro e nelle pubblicità è in verità un posto buio in cui giovani ragazze e ragazzi sprofondano, spinti tanto più in basso quanto è il peso dei loro sogni tutti uguali: l’indipendenza economica, un lavoro soddisfacente, il coronamento dei propri studi devono fare i conti con l’indice di gradimento espresso dopo ogni consegna, che sale e scende in virtù della pedalata più veloce. Neppure nelle poche ore di riposo, però, è possibile liberarsi dalle vesti di rondine. Non c’è riscatto per Chiara e per nessuna delle altre centinaia di migliaia di ragazze come lei.

Se questo status symbol non fosse già narrativamente convincente – e lo è – grazie alla vividezza della resa stilistica, Guerrieri aggiunge un’ulteriore componente violenta, quasi insita nella scelta di una protagonista giovane e donna, e che viene qui esasperata attraverso una storyline parallela. La mortificazione intellettuale spesso viaggia con quella carnale: fino a che punto si è disposti ad andare per riscattare la propria condizione? Quanti compromessi si possono accettare prima di toccare il fondo?

Cammino da sola nella capitale e vorrei allontanarmi da ogni parte di me, vorrei dire ciao gambe, ciao braccia, ciao pancia io me ne vado e invece resto qui e mi viene da piangere. Mi chiedo cosa avrei pensato vedendomi ora qui, da fuori, quando ero ai primi anni dell’università, quando credevo che il mondo mi stesse aspettando, quando mi dicevo che qualsiasi posto sarebbe stato meglio di casa. Trovo una fermata della metro, scendo sottoterra e aspetto il treno.

A sostenere una trama che non presenta pecche, si staglia una scrittura scarna, essenziale, estremamente vivida, arricchita dalla prima persona singolare, che, accompagnata dalle atmosfere della capitale, ricorda certe storie d’oltreoceano, come quelle di Roxane Gay e delle sue Donne difficili.

Non manca nemmeno l’elemento per così dire giallistico, che – bisogna ammetterlo – fa ciò che è giusto che faccia, spingere a proseguire la lettura: iniziano a susseguirsi sui notiziari, infatti, storie di rondini uccise, inspiegabilmente, da uno sconosciuto. Dall’altro lato, in Sono fame si rinviene un certo richiamo alla tendenza letteraria del momento (già dibattuta ma non ancora tramontata) delle Sad Hot Girls, giovani protagoniste che passano per depressione e altre tremende esperienze pur restando, a loro modo, bellissime.

La bellezza di Chiara – nel suo senso più ampio e non puramente estetico – viene più volte compromessa, depredata, e comunque la sua essenza permane a suo modo, ridotta a ombra, in un tentativo di sopravvivere alla giungla della vita, nel ricordo di sua madre, di sua sorella e della casa abbandonata. Come se tra le macerie qualcosa possa ancora nascere, forse.