Alice Figini
pubblicato 3 settimane fa in Recensioni

“Sogni e favole” di Emanuele Trevi

l’antitesi tra poesia e verità

“Sogni e favole” di Emanuele Trevi

Romanzo o saggio? Sogni e favole (Ponte alle Grazie) l’ultimo libro di Emanuele Trevi, vincitore del Premio Viareggio 2019, appare di difficile definizione: la scrittura scorre fluida, rompendo ogni argine narrativo, regalandoci una prova letteraria ardita e complessa, di alto spessore morale, che si diversifica dal mare magnum – spesso inconsistente – di pseudo-autobiografie solipsistiche tanto in voga nell’editoria contemporanea. Trevi non ha la pretesa di istruire il suo lettore, né tantomeno di manifestare magnificenti doti da letterato erudito, semplicemente si cimenta nel tentativo di raccontare la «favola della vita» con tutto il suo carico di malinconie e contraddizioni. La risposta più esaustiva riguardo al genere di questo libro ibrido – né romanzo, né saggio, né autobiografia – ci viene data dal sottotitolo: «Un apprendistato». Questo, non altro, è il contenuto di Sogni e favole: il tentativo, spesso maldestro e inconcludente, di “imparare la vita” affidandosi agli inganni dell’arte, alla testimonianza di uomini celebri, oppure alle verità intuite da alcune esistenze singolari, eclettiche, solitarie, e irripetibili. È un libro nato da una promessa, quella fatta al critico Cesare Garboli, che giunto alla soglia dei settant’anni, indebolito nel corpo e nello spirito, prende coscienza di tutti i progetti futuri ormai irrealizzabili.

Per procedere, doveva buttare via della zavorra. O affidarla ad altri. Il libro sul sonetto di Metastasio, per esempio, era roba buona per me. Dovevo scriverlo io. Se avevo pazienza, me lo avrebbe spiegato. 

L’origine di Sogni e favole ci viene svelata solo verso il concludersi della narrazione, aggiungendo così una nota malinconica e struggente all’intera storia. Sembra di udire la voce roca di Garboli mentre soffia l’idea nell’orecchio del giovane Trevi: una specie di passaggio di testimone, un’eredità astratta e, allo stesso tempo, una grande responsabilità affidata a una mente creativa e suggestionabile. Subito appare chiaro che il libro scritto da Trevi non sarà mai il libro-fantasma di Garboli, in questa differenza ineludibile è racchiuso il grande e glorioso enigma dell’arte che, in qualche modo, le pagine di questo «romanzo d’apprendistato» cercano di spiegare.  A partire dal sonetto di Metastasio, intitolato Sogni e favole per l’appunto, Emanuele Trevi inizia il suo pellegrinaggio tra le vie di una Roma piovosa e malinconica che sembra correre indietro nel tempo, riavvolgendosi su se stessa come una vecchia pellicola.

La riflessione dell’antico poeta-drammaturgo sull’artificio insito nell’arte: «sogni e favole, io fingo» appare come un pretesto per raccontare lo scarto tra mondo e visione, la presa di coscienza della follia della vita «Tutto è menzogna e delirando io vivo!». Le parole di Metastasio sono il vero filo conduttore della narrazione che si alterna tra il saggio esistenzialista, l’analisi psicologica e la critica letteraria.

«Sogni e favole» è la sintesi magica della vita, di qualsiasi vita: a dimostrazione che senza l’artificio dell’arte, la spinta del sogno, lo stimolo ineludibile del desiderio, l’esistenza apparirebbe come un palcoscenico vuoto e privo di senso. Trevi scava a fondo nel senso del tempo trascorso, nella atroce evidenza della solitudine umana, nell’equivoca bellezza delle cose e riesce a mostrarci la profondità del vivere in tutta la sua commuovente e straordinaria unicità.

Tutti i personaggi che appaiono in Sogni e favole sono degli artisti, dotati di una capacità unica e singolare di cogliere il mondo: rivivono così le esistenze del fotografo Arturo Patten, della poetessa Amelia Rosselli e del critico Cesare Garboli chiuse nella loro parabola peculiare di follia, malinconia, autodistruzione. Dei tre, Garboli sarà l’unico che non morirà suicida; ad accomunare queste traiettorie esistenziali è proprio, in un certo senso, la presa di coscienza contenuta nel sonetto di Metastasio: la catarsi resa possibile dall’arte.

Patten, Rosselli e Garboli sopravvivono nell’immortalità delle loro opere, che ancora conservano i contorni del volto dei propri autori, come una sacra sindone. L’aspetto senz’altro più toccante è dato senz’altro dallo sguardo pietoso e del narratore – Trevi stesso – che con estrema grazia e compassione resuscita i “suoi” morti, in una specie di dialogo con i fantasmi del proprio passato, fa rivivere i suoi maestri, queste persone straordinarie che per caso o per fortuna hanno incrociato la traiettoria della sua esistenza.

Ne risulta una storia molto umana, che si allontana nettamente dai canoni classici del saggio e della biografia. L’Amelia Rosselli che scopriamo leggendo queste pagine è l’Amelia Rosselli impressa nello sguardo di Emanuele Trevi: la poetessa «anima in pena», come la definiscono i camerieri dei ristoranti romani, che durante il Festival di Castel Porziano viene sbeffeggiata dal pubblico e ciononostante continua a leggere il proprio componimento, ferma e impassibile, eppure magra e fragile come un uccellino caduto dal nido. Scopriamo una donna sola, che vive sdoppiata tra realtà e immaginazione, vittima degli artifici della propria mente, tuttavia ancora capace di gentilezze e slanci di generosità improvvisi come quello di regalare un libro al narratore.  Trevi è ammaliato dalla sua personalità, dipinge Amelia Rosselli come un «enigma irrisolto».

Noi percepiamo una sovrabbondanza di destino gravare su alcune persone, come se l’esistenza che conducono fosse più appropriata, per l’intensità del sentire e il dispendio delle forze, a una moltitudine. 

L’altro grande protagonista del libro è Arturo Patten, celebre fotografo di origini americane, che un giovane Trevi incontra per caso al cinematografo dove lavora alla fine degli anni ’80 per racimolare qualche soldo durante gli studi universitari. L’incontro con Patten è da subito una folgorazione, la scoperta di un’anima affine e segna, in un certo senso, l’inizio dell’apprendistato del narratore. Trevi lo ritrova in lacrime nella sala buia del cinematografo, alla fine della proiezione di un film di Tarkovskij.  

In questo mondo edificato sul decoro e sull’ipocrisia chiunque manifesti le proprie emozioni senza nasconderle dietro una convenzionale cortina di cinismo è un individuo perduto, un esibizionista, nel migliore dei casi qualcuno che è necessario soccorrere. (…) Nella luce cruda del fine spettacolo, quell’uomo piangente era l’incarnazione visibile del potere dell’opera d’arte.

Nel personaggio di Arturo la sensibilità ricettiva viene esemplificata allo stremo: questo giovane uomo di talento segnato da un destino terribile –l’AIDS – manifesta la più perfetta incarnazione dell’artista, in quanto persona capace di rivelare nuovi mondi sotto la superficie del mondo conosciuto. Nei ritratti fotografici di Arturo, dice Trevi, assistiamo alla creazione dell’Io: lui è capace di mostrare attraverso gli scatti il modello che si separa dalla sua maschera. Nelle sue fotografie, fatte alle più importanti personalità del nostro Novecento, è riuscito a catturare l’essenza dei soggetti ritratti: la loro infanzia, le loro paure, lo sguardo che si rivela nudo e sincero.

L’antitesi tra poesia e verità, tra arte e vita, cessa dunque di esistere, proprio come nel sonetto di Metastasio: realtà e finzione sono la stessa cosa, appartengono allo stesso mondo, non c’è conflitto tra reale e immaginario. Tutti noi ci raccontiamo delle storie per vivere, è questa la conclusione di Trevi, la morale insita in Sogni e favole. Ciò che rende possibile la vita sono proprio le storie che raccontiamo: l’arte diventa un principio ordinatore della realtà, il tentativo di afferrare una «linea narrativa» in una infinita serie di eventi casuali che forse un filo logico non ce l’hanno. 

La fugace visione, l’intuizione carpita dal narratore solitario che si aggira per le strade di una Roma spettrale, è infine questa.  Ci consegna immagini in bianco e nero, che sembrano appartenere a un passato ormai lontanissimo, qualcosa che sta rinchiuso in un cassetto odoroso di naftalina insieme ai gettoni del telefono e alle cassette per lo stereo, cose ormai appartenenti a una generazione perduta. Eppure, per quanto i cambiamenti tecnologici abbiano rivoluzionato la nostra vita e le comunicazioni interpersonali, siamo ancora affamati di «sogni e favole» proviamo la stessa indicibile commozione di Metastasio dinnanzi alla «vita raccontata», a tutto ciò che è spettacolo, memoria, e quindi narrazione.

È con una punta di commozione, infatti, che si chiude questo libro, certi di essere giunti nel mezzo di una verità «dove le cose sono vicine a tradire il loro ultimo segreto».

Sogni e favole è una narrazione inusuale, carica di suggestioni, e davvero necessaria in questi tempi in cui stiamo perdendo la facoltà di riflettere, di soffermarci sull’essenza delle cose, sull’importanza dell’umano. Queste pagine compongono una filosofia vera che si discosta dall’urgenza costante dell’apparire, sembrano rispondere a un bisogno – purtroppo sempre meno condiviso – di interiorizzazione. Un Premio Viareggio 2019 meritatissimo.

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