Tonia Samela
pubblicato 4 anni fa in Everyday tips

Storia superficiale e semiseria su come funzionano gli esseri umani

Sul perché non è detto che chi nasce tondo non possa morire quadro

Storia superficiale e semiseria su come funzionano gli esseri umani

Uno dei problemi più grossi della psicologia dello sviluppo e della pedagogia di un po’ di tempo fa consisteva nel decidere se i bambini nascessero già in qualche modo strutturati – e se sì, da cosa? – oppure fossero una tabula rasa su cui l’educatore e, in generale, la società, potesse imprimere senza alcun problema un insieme di nozioni e insegnamenti.

Negli anni sono state sviluppate diverse teorie e modelli di funzionamento. Sono stati condotti tantissimi studi, sono stati sprecati fiumi d’inchiostro, diversi studiosi si sono cimentati in dibattiti accesissimi. Risultato!?

Nella lotta tra natura e cultura, stiamo a pari; cinquanta e cinquanta. Di base non nasciamo puri – la genetica conta e nei nostri geni sono impresse anche le scelte evolutive e non dei nostri avi- ma anche le esperienze ambientali sono in grado di modificarci in maniera rilevante.

Fin qui nulla di nuovo. Già Freud, rigido determinista, aveva sancito che le esperienze precoci fossero fondamentali per lo sviluppo del futuro -nevrotico- adulto. Tuttavia, le numerose ricerche che sono state condotte nel corso degli ultimi anni ci dicono che non si smette mai di cambiare. I nostri pensieri, i nostri comportamenti, le nostre sinapsi si modificano e ci cambiano radicalmente. Per tutta la vita.
Passano gli anni e la scienza avanza. I modelli teorici diventano più aggressivi, più controllati e sistematici. A partire dal 1913, anno della pubblicazione del famosissimo lavoro di Watson “La psicologia così come la vede il comportamentista” , nasce “la scienza del comportamento”. Con questo termine i comportamentisti intendono una cosa ben precisa: il comportamento degli esseri viventi – e quindi anche quello degli esseri umani – segue leggi determinate che lo psicologo può studiare. Attraverso la conoscenza di queste leggi, inoltre, un dato comportamento si può elicitare, estinguere, modificare, modellare. Come? Modificando al giusto momento delle condizioni ambientali.

Poniamo che sia venerdì sera e che vi manchi qualcuno, che chiameremo per comodità “x”. Prendete il telefono, controllate l’ultimo accesso di x. State lì a fare su e giù per il corridoio di casa. Poi vi decidete a chiamare. Questo, tecnicamente, prende il nome di antecedente, ovvero di un evento che può capitare nella vita e che vi vede più o meno protagonisti. Cosa succede dopo? Succede che se la persona decide di rispondervi e riuscite -tra l’imbarazzo generale- a combinare un appuntamento, allora sarete più propensi a richiamare quella persona qualche giorno dopo. Tecnicamente questo si chiama rinforzo. Un rinforzo è una risposta che il soggetto riceve dall’ambiente e che lo invoglia a mettere in atto il comportamento rinforzato. Poniamo invece che questa persona non vi risponda e che, nello sconforto, a voi venga in mente di scavare una buca e sotterrarvici. E’ abbastanza improbabile che il comportamento “telefonata a x” venga rimesso in atto a cuor leggero e con serenità – a meno che non siate ubriachi o disperati- perché? Perché il cervello umano è previdente, ci fa mettere in atto meno facilmente comportamenti che hanno avuto per noi un risvolto spiacevole, non rinforzante. Questo è un esempio di legge del comportamento. Alla lunga ( e fidatevi, anche se ve lo sto raccontando in maniera estremamente semplificata), tutti i comportamenti che mettiamo in atto e che ci vengono rinforzati, saranno messi in atto nuovamente. Tutti i comportamenti che invece saranno ignorati o puniti – se vengono davvero intesi da noi come punizioni e non come rinforzi stravaganti – saranno invece evitati. Ecco a voi un processo di apprendimento. Per chi volesse approfondire queste meravigliose leggi, ho giusto qui per voi dei nomi: Watson, Skinner, Tolman, Bandura ma anche Beck e Ellis.
Una prova in più rispetto a favore di questo ragionamento è stato compiuto dai lavori di Kandel che, tra gli altri, ha pensato bene di vedere cosa succede nel cervello quando un comportamento viene appreso attraverso l’esposizione a stimoli rinforzanti e piacevoli oppure punitivi e spiacevoli. Il problema di Kandel però era uno, e grosso: studiare il cervello umano è difficilissimo, ancor di più quando si parla di processi di questo tipo. Montare uno studio del genere vuol dire combattere contro variabili intervenienti, problemi di localizzazione, effetti strani non controllabili in laboratorio. Poi, l’illuminazione: Kandel decide di condurre i suoi studi sull’Aplysia californica, la lumaca marina dell’isola di Catalina. I suoi neuroni infatti sono simili a quelli dell’uomo ed i segnali elettrici che questi si mandano tra loro sono identici ai nostri, pur avendo un sistema nervoso composto da “soli” ventimila neuroni, anziché undici miliardi come il cervello umano. Cosa scoprì Kandel con il suo lumacone? Che le sinapsi, ovvero le connessioni tra un neurone e l’altro, si modificano, si ramificano, si rinforzano, creano percorsi e fanno giri assurdi creando determinate linee di comunicazione tra loro. E a cosa servono queste autostrade neuronali? A mettere in atto determinati “riflessi” (leggi: comportamenti) nel momento in cui l’ambiente ci mette alla prova dandoci degli stimoli. In questo modo saremo in grado di rispondere adeguatamente alle sfide del mondo. Ecco una delle prove per cui le esperienze ambientali modificano il nostro comportamento – e il nostro cervello-.

Fin qui tutto bene. Ma che succede quando i rinforzi ambientali sono disadattivi? Ovvero quando l’ambiente (la famiglia, gli amici, le esperienze, le contingenze, il caso) ci insegna a rispondere in maniera non adeguata agli stimoli? Succede che metteremmo in atto dei comportamenti irrazionali, poco produttivi o addirittura nocivi per la nostra salute -mentale e non-, convinti invece di aver fatto la cosa giusta.

Questo, a occhi poco attenti, potrebbe apparire come un dramma. C’è però un possibile lieto fine: il cervello è plastico, i comportamenti si modificano, così come le sinapsi. Questo vuol dire che, con i dovuti accorgimenti e i dovuti percorsi, è possibile riassettare le credenze e i comportamenti disfunzionali, aprire gli armadi con gli stessi meccanismi che ci hanno permesso di nasconderci dentro gli scheletri che poco ci fanno vivere sereni.