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pubblicato 11 mesi fa in Recensioni

Su “Paese perduto” e “La prima pietra” di Pierre Jourde

romanzi incrociati

Su “Paese perduto” e “La prima pietra” di Pierre Jourde

Noto in Francia tanto per i romanzi quanto per gli scritti di critica letteraria, Pierre Jourde ha ricevuto in Italia meno attenzione di quanto meriterebbe. Destinatario in patria di numerosi riconoscimenti, tra cui spicca il Gran prix de la critique dell’Académie Française per il suo saggio La Littérature sans estomac, Jourde è professore di letteratura presso l’Université Grenoble-Alpes. Dei suoi numerosi lavori in prosa, quattro sono stati pubblicati in traduzione italiana: Paese perduto (2019, traduzione di Claudio Galderisi), Il Tibet in tre semplici passi (2020, traduzione di Silvia Turato), L’ora e l’ombra (2021, traduzione di Gabriella Bosco) e, proprio quest’anno, La prima pietra (2023, traduzione di Silvia Turato), tutti editi da Prehistorica Editore.

Sarebbe forse impossibile recensire La prima pietra esulando completamente da Paese perduto, innanzitutto per una ragione di natura biografica: il primo è infatti incentrato su una serie di vicende scaturite in seguito alla pubblicazione del secondo. Il legame tra i due romanzi non si limita tuttavia alla sola dimensione extratestuale. In questa riflessione proveremo dunque a indagare la dimensione intrinsecamente testuale di entrambi, cercandone i punti di incontro e, soprattutto, di distanziamento.

Cominceremo col fornire un breve quadro cronologico dei fatti in questione. Nel 2003 viene pubblicato Paese perduto, romanzo di ispirazione autobiografica in cui Jourde dà una descrizione crudamente realistica e al contempo profondamente lirica del suo paese di origine, un villaggio sperduto tra le montagne dell’Alvernia. Due anni dopo l’uscita del romanzo, quando l’autore torna alla sua casa alverniate in compagnia della famiglia, alcuni abitanti lo coprono di insulti, tentano di picchiarlo e finiscono per bersagliarlo con una sassaiola, arrivando a ferire il figlio di appena un anno.

Motivo dell’aggressione è l’offesa percepita da alcuni abitanti riguardo a quanto scritto da Jourde tra le pagine del romanzo. A seguito dei fatti, della denuncia alle autorità e del successivo caso giudiziario, gli autori dell’aggressione vengono condannati per violenze di gruppo, con l’aggravante di essere state commesse su minori, e per gli insulti a carattere razziale rivolti alla moglie e ai figli. La vicenda dell’aggressione, così come le sue conseguenze giudiziarie, mediatiche e infine private, diventano oggetto della narrazione di La prima pietra (ed. orig. Gallimard, 2013).

Ripartiamo a questo punto dal romanzo da cui trae origine tutta la vicenda. In Paese perduto Jourde narra di un suo ritorno al paese natale, inizialmente finalizzato a visitare una proprietà ereditata da un cugino. Fauconde – nome fittizio dietro al quale si celano i luoghi in cui crebbe l’autore – è perduto in molteplici sensi, primo tra tutti quello spaziale, di paese “sperduto”. La descrizione della tortuosa strada di montagna che permette di raggiungerlo genera un fenomeno simile all’effetto nebbia descritto da Umberto Eco in Le brume del Valois, saggio in cui quest’ultimo analizzava la Sylvie di Nerval – non è un caso che proprio Nerval sia l’autore prediletto di Jourde, che in L’ora e l’ombra fa una riscrittura di Sylvie. Un effetto di spaesamento che immerge nell’indefinito i luoghi e gli abitanti di Fauconde, trasformandolo in uno spazio liminale.

Al suo arrivo in paese, l’autore riceve la notizia di un altro decesso, quello di una ragazza che conosceva sin da quando era piccola. Dalla visita ai genitori della defunta e dal funerale si originano numerose sotto-narrazioni, spesso dedicate ciascuna a uno specifico abitante o a una famiglia del paese. Vengono così ripercorse le vicende sia dei vivi sia dei morti di Fauconde.

Ecco quindi che, oltre ad essere “sperduto”, il paese è anche “perduto”, ossia destinato a scomparire. Intere località limitrofe sono ormai pressoché disabitate, se non per una singola persona. Il paese stesso è esistito pienamente soltanto in un tempo che ora non è più. Il suo presente è costituito solo di vestigia. Le case dei morti restano intoccate, quasi nelle stesse condizioni in cui si trovavano al momento del decesso del proprietario.

A Bessège bassa, Berthe sta lì con i suoi novantatré anni e vecchi dischi fonografici che può mettere a fondo e cantar forte quanto vuole. Il villaggio, nel fondovalle in cui viene a sfociare la stradina che s’insinua fra le rocce, comprende qualche casa vuota, eccetto la sua. Sono tutti morti. (Paese perduto)

Del paese di Fauconde viene data una descrizione cruda e realistica. Non vengono risparmiati gli aspetti più duri della vita di montagna, dall’onnipresenza del letame agli imbruttimenti causati dall’alcol, passando per le menomazioni sul lavoro e la solitudine assoluta degli inverni. E ciò nonostante, degli abitanti del paese Jourde sottolinea anche la profonda dignità, riuscendo comunque a evitare una laudatio populistica del mondo rurale. Lo sguardo dell’autore conserva fino in fondo un equilibrio tra le categorie antropologiche dell’emico e dell’etico: Jourde riesce a osservare il villaggio contemporaneamente dall’interno, con lirismo e partecipazione, e dall’esterno, con oggettività.

La frattura di questo sguardo unificante è tra le prime differenze riscontrabili tra Paese perduto e La prima pietra. Nel secondo, la violenza ha provocato una ferita insanabile, che si manifesta innanzitutto nell’uso della seconda persona: l’autore evita ogni “io” lirico e riporta i fatti attribuendoli a un “tu” che è sia sé stesso, sia altro da sé. Si genera una spaccatura tra un Jourde-personaggio, coinvolto fisicamente ed emotivamente nella vicenda, e un Jourde-autore, che scrive cercando un imparziale distacco. L’obiettivo è di eliminare ogni forma di appropriazione, di personalità lirica, distanziandosi da sé stesso e cercando di mettersi in condizioni di parità con gli altri attori della vicenda:

Ma, che sia in una rissa vera o nelle parole, dovranno [gli abitanti del paese, n.d.r.] poter dire «tu» a chi ha scritto, per assicurarsi che sia un povero ometto tra gli altri, non soltanto quell’«io» intoccabile nel quale ogni libro trasforma il proprio autore. Interpellare colui che ha scritto. Sarà la loro maniera di essere quell’«io» che non dicono.

E l’autore a sua volta, sulla soglia che dà accesso a questa storia violenta, ha deciso di dirsi «tu». L’ha deciso, proprio qui, nel momento di scrivere, poiché gli sembra troppo difficile portare ancora questa persona di cui non sa più come liberarsi.

Tutta la prima metà del romanzo si limita alla descrizione dei fatti. Lo stile, insolitamente asciutto per Jourde, si compone di un periodare secco e paratattico, che si apre a un maggiore lirismo solo a tratti, specialmente nella seconda metà del testo. L’atteggiamento della voce narrante è, per tutto il romanzo, quello di chi cerca di comprendere i fatti e le ragioni che vi stanno dietro. Oggetto di questo sforzo conoscitivo non sono soltanto le incomprensioni degli autori della violenza, ma anche le proprie.

Jourde non si risparmia così un duro processo di autoanalisi, che coinvolge non soltanto le proprie convinzioni generali, ma anche quanto scritto in Paese perduto. Analisi che non giunge a un’abiura – si potrebbe obiettare anzi che Paese perduto ne esca rafforzato – ma che sicuramente implica un certo travaglio interiore.

La prima pietra mostra così una duplice natura. La prima, più evidente, è quella di romanzo autobiografico, la seconda di opera metaletteraria in cui il concetto di “ricezione del lettore” diventa una tematica fondante. Scaturiscono da questa seconda natura le interessanti digressioni che punteggiano il romanzo nelle sue pagine centrali, quali la riflessione sulla recensione di Paese perduto scritta da Josyane Savigneau e uscita su «Le Monde des livres», o il ritratto del comportamento della stampa francese, incapace di comprendere la complessità dei fatti ma interessata a strumentalizzarli per inserirli in narrazioni precostruite.

La prima pietra si dimostra così fino in fondo un romanzo sia della comprensione che dell’incomprensione reciproca. Un’incomunicabilità che coinvolge tutte le parti, dall’autore stesso ai compaesani, dalla critica letteraria al giornalismo, e che risulta sostanzialmente insanabile fino alla fine. Significativamente, l’ultimo capitolo del romanzo è dedicato al presente, allo stato attuale dei rapporti dell’autore con il paese. Un paese che egli continua a sentire come proprio, ma che pure continua ad ostracizzarlo. Resta lo sforzo di comprendere, anche di fronte a chi non vuole restituire il favore, di tentare fino all’ultimo di capire l’altro anche quando non lo si giustifica. Uno sforzo che in Jourde diventa materia prima della scrittura.

di Emanuele Resini