Culturificio
pubblicato 7 mesi fa in Di parola in parola

Talento

l’elemento divino incarnato nell’uomo

Talento

Lo scrittore Giuseppe Munforte ci parla di “talento”, energia che per l’artista diventa “urgenza di ridefinizione del mondo” e costituisce la molla narrativa e il motivo ricorrente dell’opera

Da ragazzo frequentavo una palestra di pugilato popolata da un gruppo molto eterogeneo di atleti. C’erano vecchi pugili che erano stati professionisti e avevano anche vinto qualche titolo, altri meno anziani che non riuscivano a smettere di allenarsi, e poi tanti giovani pugili che ci credevano e ce la mettevano tutta per aprirsi una strada verso il professionismo. Tra questi due estremi, bazzicavano la palestra un branco di irregolari, bulli di quartiere, persone che arrivavano da altre discipline, qualcuno che tentava il culturismo, allora ancora poco diffuso, qualche studente, e tanti altri che se ne andavano dopo un paio di allenamenti. Tra tutti spiccava un ragazzo che di giorno lavorava in una carrozzeria auto. Non aveva la possibilità di riposarsi e prepararsi al duro allenamento come altri potevano, pugili professionisti o studenti. Eppure aveva più energia e scatto di tutti, più intuizione e naturalezza. Era veloce, imprevedibile, leggero. Aveva un talento naturale che la fatica della vita non riusciva a spegnere.

Sarebbe diventato il protagonista del mio romanzo La prima regola di Clay.

Il suo modo di muoversi sul ring ricordava quello del grande pugile. Il suo estro non poteva essere acquistato a furia di allenamento, esercizio, esperienza. Era una distanza che noi, più privilegiati di lui nella vita, mai avremmo potuto colmare. Una forma misteriosa, oscura, di giustizia in quanto seminata a mano libera, indipendente e contraria alle condizioni di ingiustizia che l’uomo riesce a produrre nel mondo. Nel suo caso, la necessità di un lavoro sfibrante e dannoso per il fiato come quello del carrozziere, paragonabile all’edilizia per un pianista.

Cosa è il talento? L’immotivato, l’impersonale, in un certo senso una delle componenti del divino presente negli uomini – la loro parte angelica, per dirla con Harold Bloom.

Il talento è una congiunzione particolare con le cose, con il mondo. Nella scrittura questo medium è costituito anzitutto dal linguaggio. Certo occorre anche molto lavoro, dedizione e determinazione alla fatica della lingua, per arrivare a qualcosa quando si scrive, ma solo a partire da quell’imprescindibile fattore estraneo. Il talento. Perché davvero un’opera riesca a espandere il mondo.

Il talento è ciò che rende giustizia all’opera strappandola da ogni possibile narcisismo. È la possibilità stessa dell’opera, quell’energia prelinguistica che l’artista sente circolare come un’urgenza di ridefinizione del mondo: come suo compito divino e dunque, in quanto non umano, come fuoco da custodire, affidato da altri proprio a lui, non suo.

Certo con il solo talento si fa poca strada. Occorrono esercizio, dedizione, fatica, capacità di imprimere forma alla materia, di vedere imperfezione e limiti in quello che si è fatto. Il Martin Eden esprime in modo meraviglioso tutto questo. La giustizia oscura della dote naturale di un giovane marinaio, la sua determinazione a coltivarla, la fatica, l’ostinazione di fronte ai fallimenti, il coraggio di contrapporsi al mondo. Come tutto questo possa invece soccombere alle forze contrarie della società e della vita, è mostrato in un altro grande romanzo, Giuda l’oscuro di Thomas Hardy.

Anche Massimo, uno dei personaggi del mio ultimo scritto Il fruscio dell’erba selvaggia ha un dono per la scrittura. È un ex carcerato che in prigione si è salvato la pelle proprio grazie a questa dote. Ma il richiamo della vita è troppo forte in lui perché possa dedicarsi davvero ai libri e alla scrittura, mettendo sulla pagina tutto quello che la sua grande sensibilità e empatia nei confronti degli uomini gli fa percepire e comprendere. La vita, il desiderio del mondo lo spingono altrove. È forse soprattutto un libro a farlo avvicinare a Abele, il personaggio che narrerà la sua storia. Le Memorie da una casa di morti di Dostoevskij, abbandonato sulla sua branda in una corsia d’ospedale. Abele vive ai margini di una vocazione letteraria che non si realizza. Studia, traduce Dabit, insegue un sogno sempre più lontano, nel tempo libero dal lavoro. Gli manca l’innesco, quella precondizione fatta anche di una “percezione da insetto che nelle pagine grandi si mescola alla pietas”, che riconosce in Massimo, il quale gli regalerà la stilografica che usava in carcere, quella con cui si è salvato la vita – passandogli in questo modo, simbolicamente, il testimone, per scrivere di una vicenda che altrimenti si sarebbe persa, perché Massimo se la sarebbe lasciata alle spalle, senza farne nulla.

Il vero talento, credo, porta più facilmente all’umiltà che non alla superbia. Perché è a sua volta una forma di ingiustizia, di privilegio.

Con il tempo, tuttavia, dopo quel romanzo di molti anni fa, ho sentito che esiste una grazia ancora più preziosa, forse, del talento. L’ho compreso pensando a chi si dedica con passione ma senza troppa speranza a un’arte, pittori, uomini e donne che hanno vissuto la poesia come una vocazione possibile; osservando il lavoro di gruppi teatrali persi nella periferia della città. Ho compreso che l’arte, se sentita in modo autentico, è sempre una forma di resurrezione, indipendentemente dal valore dell’opera. Ho scritto di questo in un romanzo intitolato La resurrezione di Van Gogh. Può sembrare un’idea opposta a quella cui accennavo poco sopra, una concezione che rifiuta quell’aura di elezione e di inarrivabilità raffigurata dal giovane pugile del mio romanzo. Credo che in realtà non sia proprio così, e che le due visioni si affianchino e rimandino una all’altra – che le due condizioni di chi si dedica a un’arte si compenetrino. Di più, che non potrebbero esistere una senza l’altra.


Giuseppe Munforte

Da La resurrezione di Van Gogh, Barney, 2015

Era quasi immobile, dava l’idea dei saltelli solo con un leggero movimento della punta del piede e con una mano a cucchiaio, appoggiata alla gamba, che frullava all’indietro come una coda. Che buffone, pensavo infastidito, osservandolo, che geniale capobranco di tutti noi mentecatti. L’irritazione stava salendo a ondate dentro di me. Il pomeriggio rovente, quel gruppo di sbandati appesi a un briciolo di talento, il cortile squallido e il nostro maestro che a volte vedevo solo come un ciarlatano avvolto da un rispetto incomprensibile, stavano facendo da collettore al peggio della mia vita. […]

Per la prima volta quella sera ho capito che non è il talento la questione. Chi se ne fotte del talento, ho pensato, di fronte al coraggio. Il talento non può essere un discrimine, per nulla. […]

Sfacchinando, rimuginavo quell’idea nuova che mi era venuta a proposito del talento. Nuova per me. Mi faceva sentire di aver ragionato male fino a quel momento, pensandola come in fondo la pensano tutti. Geni da una parte, gregge dall’altra. Salvo che l’investitura la danno da morti. E poi, non si trattava nemmeno di questo. Era l’idea di stare al mondo come se nessuno l’avesse mai fatto prima, così, con tutto il rischio, la bellezza di non esserci magari nemmeno troppo portati all’arte, di sentirsi un Van Gogh sulla strada di Saint-Remy, mentre se ne andava al paese per bere un goccio.

L’idea che ogni vocazione, anche la più stracciona e senza speranza, la più illusoria, se vissuta credendoci, con tutti i rischi, sullo sfondo del mondo è sempre anche una resurrezione.

Giuseppe Munforte è nato e vive a Milano. Ha esordito nel 1998 con il romanzo Meridiano (Premio Assisi per l’inedito 1996). Ha poi pubblicato i romanzi La prima regola di Clay, Cantico della galera, La resurrezione di Van Gogh, Nella casa di vetro (finalista Premio Strega), Dove batte l’onda. Nel 2018, con Neri Pozza, il suo ultimo lavoro, Il fruscio dell’erba selvaggia (Premio Procida – Isola di Arturo). Suoi racconti e scritti sono stati pubblicati da diverse riviste letterarie.

Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela MontiDalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita finora in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».