Culturificio
pubblicato 2 settimane fa in Letteratura

Teoria della classe disagiata

Teoria della classe disagiata

Una lettura caldamente consigliata, l’ultimo film d’autore, l’imperdibile mostra sull’astrattismo. Tessere che spesso affollano il puzzle delle nostre conversazioni. Ma al di là degli interessanti dibattiti su quanto Roth abbia raccontato lo zeitgeist della società americana, qual è il rapporto tra consumi culturali e società? E soprattutto, qual è stata l’evoluzione ideologica ed economica di quella che Richard Florida quindici anni fa etichettava come creative class? Raffaele Alberto Ventura ha provato a raccontare questo ed altro in alcune pagine del suo saggio Teoria della classe disagiata, saggio a trecentosessanta gradi su una classe che, sintetizzando, vorrebbe ma non può. E la cultura riveste in questo processo un ruolo di estrema importanza.
Una riflessione, quella di Ventura, che sin dal titolo prende le sue mosse (rovesciandolo) dal concetto di classe agiata esposto a fine Ottocento da Thorstein Veblen nella sua omonima Teoria. La citazione del titolo è soltanto la prima di una sterminata serie: in questo tratto è possibile condensare uno dei cardini del lavoro dell’autore. Ciò che sbalordisce al primo impatto con Teoria della classe disagiata è la miriade di riferimenti bibliografici, di letture e di scuole di pensiero che imbevono le pagine dell’opera. Più che un semplice testo, la Teoria di Ventura è un crogiolo culturale nel quale convivono il liberismo classico di Smith e Ricardo e la Scuola di Francoforte, Hobsbawm e Cechov, Gilles Deleuze e Steinbeck.
Questa enorme quantità di letture sottende una disamina quasi maniacale dei fallaci meccanismi produttivi del modello economico capitalista nelle sue molteplici manifestazioni, dal keynesismo al neoliberismo. Se quello di Ventura fosse un romanzo si potrebbe affermare con tranquillità che il capitalismo industriale rappresenti lo scenario nel quale avvengono le vicende dei protagonisti. Già, i protagonisti: coloro che a fine Ottocento Veblen aveva definito come classe agiata e che un mattino si risvegliano kafkianamente trasformati in disagiati. C’è un punto fondamentale dal quale partono sia le analisi di Ventura che quella di Veblen, ovvero il riferimento ai consumi, anzi più precisamente ai beni posizionali. La critica vebleniana partiva dall’assunto secondo cui la borghesia statunitense utilizzasse i consumi come uno strumento simbolico (e non materiale) per affermare, rivendicare e difendere il proprio status sociale. Attualizzando il discorso, con beni posizionali Veblen non si riferiva al nostro vicino di casa con un parco auto da fare invidia a quello di una concessionaria Lamborghini; sta parlando piuttosto di elementi immateriali e più propriamente culturali, come ad esempio la conoscenza di una lingua morta o dei vari generi musicali. Conoscenze che, a parere di Veblen, sono votate al consumo piuttosto che alla produttività. Infatti, se il capitalismo industriale è un modello economico che rasenta sempre la crisi di sovrapproduzione (in barba a quanto ne pensava Say), la classe disagiata costituisce un enorme “tritaprodotti” che non produce alcunché. In sostanza, un ingranaggio che garantisce il funzionamento del sistema. Partendo da queste coordinate, Ventura ha buon gioco nel sottolineare come l’assottigliamento del gap economico tra disagiati e masse abbia portato all’incremento dei consumatori socialmente orientati, scatenando una corsa al rialzo:

democratizzare l’accesso ai beni posizionali significa semplicemente inflazionarli e lasciare spazio perché altri beni vadano a svolgere quello ruolo di differenziazione. Con l’unico risultato di produrre un’escalation nei consumi senza riconoscere in alcun modo il deficit di riconoscimento che affligge gran parte della classe disagiata.

La conseguenza di questo processo è la semplice sostituzione di alcuni status symbol con altri. Il problema è – prendendo in prestito un pensiero tratto dall’ultimo disco di Tyler, the Creator – “That is the only thing keepin’ me company/ Purchase some things until I’m annoyed/ These items is fillin’ the void/ Been fillin’ it for so long/ I don’t even know if it’s shit I enjoy”. Ma un po’ come per il duca Des Esseintes di Huysmans, anche la classe disagiata disegna con maniacalità i propri consumi, seppur da un altro punto di vista. Potremmo ricondurre a questo processo la crescente attenzione prestata ai prodotti di nicchia piuttosto che a quelli industriali: sembra che ormai un determinato ceto sociale preferisca una birra artigianale rispetto ad un Merlot. Infatti, come sottolinea Elizabeth Cuddith-Halker, la “classe aspirazionale” del ventunesimo secolo si nutre esclusivamente di idee, non di beni materiali, con buona pace dei principi vebleniani. Niente di meglio di un abbonamento a Netflix o al New Yorker per riservarsi un posizionamento sociale soddisfacente, o addirittura guadagnare un posto migliore. L’importante è evitare il declassamento, il vero spauracchio della classe disagiata. Bauman ne parla in questi termini:

secondo quasi tutte le indagini, la generazione dei cosiddetti millenials […] è la prima, dai tempi della seconda guerra mondiale, a esprimere la paura di perdere, anziché migliorare, lo status raggiunto dai loro genitori.

Ma per la classe disagiata l’unica soluzione per evitare di battere in ritirata è l’investimento nella formazione e nell’istruzione. Un investimento che cresce a ritmi spaventosi, per il quale i disagiati sono disposti ad andare all-in. Peccato che, come sottolinea Bourdon, l’effetto principale dell’aumento della domanda di educazione è l’aumento della scolarizzazione richiesta, senza un miglioramento delle speranze sociali. Dunque, Teoria della classe disagiata non ammette alcuna via d’uscita: “la classe disagiata è l’avanguardia di un capitalismo in crisi permanente che ci parla con la retorica dell’emancipazione per venderci stili di vita che non possiamo permetterci”. Un vicolo cieco riassunto da una delle frasi che meglio raccontano il saggio di Ventura e la sua riflessione sulla classe disagiata, una classe “troppo ricca per rinunciare alle proprie ambizioni, ma troppo povera per realizzarle”.


 

Articolo a cura di Francesco Del Vecchio