Culturificio
pubblicato 7 mesi fa in Di parola in parola

Torpore

lo stato in cui la coscienza fluttua tra il sonno e la veglia, “specchio deformato” della realtà

Torpore

Lo scrittore Claudio Morandini ci parla di “torpore”, lemma di un ambito semantico che ricorre in modo ossessivo nel romanzo Gli oscillanti

Ci sono parole così belle che, una volta scoperte, vorresti usarle sempre, parole-paesaggio, parole-storia: e “sfasciume” (nel senso di massa di detriti rocciosi) per me è una di queste. L’ho usata per la prima volta nel 2009, nel racconto Fosca, in un punto in cui alcune capre saltavano “come puntini bianchi impazziti sul grigio livido dello sfasciume”. Ho continuato a sfruttarne il valore evocativo in racconti e romanzi di ispirazione alpina, finché non ha cominciato a suonarmi come un manierismo troppo facile. Per questo ne Gli oscillanti non compare più, anche se l’ambiente descritto in quest’ultimo romanzo la presuppone, perché per me il paesaggio alpino di questo è fatto, di detriti, dirupi, smottamenti, crolli.

Ho scritto più di una volta che non sono né un montanaro né un “alpinista ciabattone”, per dirla con Cagna: piuttosto, ecco, un ciabattone tout court. Non ci ho mai pensato seriamente a isolarmi in montagna per sei mesi per raccontarla dall’interno, perché la mia montagna è un luogo soprattutto pensato, sognato, ricordato, immaginato, scrutato da una certa distanza: e riesco benissimo a sentirmi sui monti usando e assaporando le parole che ne definiscono certi aspetti (come “crinale”, un altro di quei termini che userei a ogni pagina, o “puddinga”, “cengia”, che so). La mia montagna, in effetti, è fatta prima di tutto di parole. E ogni parola si porta dietro una storia sua, che attraversa i secoli, è fatta degli usi, delle ricorrenze, delle trasformazioni che ha subito, e, a livello più soggettivo, degli armonici che fa risuonare.

Lascerei però da parte questa montagna ricostruita con parole che spesso sono tecniche, ma finiscono per assumere un’aura più vasta e ambigua, evocano vertigini, si aprono a sinestesie, diventano metafore di un franare, uno smottare, un “oscillare” (appunto) da un lato all’altro del ciglio: perché ne Gli oscillanti c’è un altro campo semantico ricorrente, anzi ossessivo (quindi non calcolato, ma evidente a posteriori): quello del “torpore”, del “dormiveglia”, del “semisonno”, di quello stato fluttuante tra la coscienza e l’abbandono in cui i pensieri si sporcano di analogie improvvise, aggallano reminiscenze, si accavallano impulsi, si scivola in un’altra condizione che è lo specchio deformato di questa in cui siamo. Gli abitanti di Crottarda, il villaggio sempre all’ombra e al freddo in cui è ambientata gran parte della storia, vivono tutti, chi più chi meno, in questa condizione: hanno gesti rallentati, rimuginano a lungo, si imbambolano, faticano a mantenere un filo logico in ciò che dicono e fanno, hanno reazioni incomprensibili, ogni tanto spariscono (in cantina, nei boschi, nelle doline, chissà dove) e allora è come se passassero da un’altra parte. Il loro “torpore”, dovuto forse a una specie di ipotermia dell’anima, forse alla dieta a base di erbe e funghi di incerta provenienza, è contagioso: anche la protagonista e voce narrante, giovane studiosa di etnomusicologia, ambiziosa e metodica, finirà per scivolare in uno stato in cui i contorni sfumano, i tempi si dilatano, il senso critico incespica e i sogni, i sospetti e i timori sembrano prendere consistenza e diventare forme vere, respiranti, minacciose.

Chi ricorda Cuore di vetro, il film di Herzog del 1976 noto perché gli attori vi hanno recitato sotto ipnosi? L’ho visto da ragazzo, poi l’ho quasi dimenticato, ma a quanto pare ha continuato ad agire in me, perché contiene già gli stessi sguardi fissi nel vuoto, le parole pronunciate a fatica, la stessa pena nell’emergere dall’inerzia.

Bernardetta, l’adolescente che è stata affiancata alla protagonista de Gli oscillanti forse per tenerla d’occhio, è maestra e guida nello scivolare da momenti di dissennata frenesia a fasi letargiche: la sua è una vita in semisonno perenne, una condizione di stupore che però diventa frustrante perché non trova le parole giuste per esprimersi – esisteranno, queste parole? Le parole del mondo di fuori, o di sopra, possono funzionare a Crottarda, possono mettere ordine, definire, delimitare, riportare a un senso ciò che sembra sfuggire, colare via da ogni lato? Possono levare il “torbido”? (Sulla subdola somiglianza tra “torpido” e “torbido” varrebbe la pena di soffermarsi, perché a Crottarda si è anche “torbidi”.) La protagonista crede a questo potere ordinatore della lingua, alle virtù ordinatrici della grammatica, verbale o musicale. E non smetterà di crederci anche quando si renderà conto che i crottardesi assecondano il caos dandosi alle beffe e accrescono la confusione contribuendo alla gran burla del mondo.

A me sembra importante questo tentativo della protagonista di orientarsi attraverso la classificazione, la catalogazione, la repertorizzazione. Ci vedo il riflesso di quello che facciamo davvero tutti nel corso di una vita – scovare un senso, e magari scovarlo insieme, per evitare che l’insensato ci travolga. È, a pensarci bene, quello che si fa anche scrivendo: si mette ordine nel magma disorganico degli spunti, si collega e si distingue, si applicano regole e categorie, si seleziona e si sviluppa, si trova una direzione, un ritmo, una tonalità, un po’ di limpidezza. Ci si muove cocciutamente in stato di veglia nei territori del sonno cercando di non cedere all’abbiocco, di non “oscillare” troppo, insomma.


Claudio Morandini

Da Gli oscillanti, Bompiani, 2019

È sera. A cena abbiamo mangiato una zuppa di funghi e patate e chissà cos’altro, acidula e nerastra, di cui continuo a sentire in gola il saporaccio. Bernardetta l’ha ingurgitata con trasporto, commentando ogni cucchiaiata con brevi versetti. Ha anche chiesto il bis, ma la signora Verdiana glielo ha negato senza spiegazioni, così la ragazza si è attaccata a dei tozzi di pane raffermo, che a me sembrava chiazzato qua e là di muffa.

Da quel che ho capito, Bernardetta non studia, non lavora, solo di rado dà una mano in casa. Quando non rimane rintanata per conto suo, neghittosa, sta addosso alle persone, petulante come un parassita, e ne succhia ogni energia senza fare nulla di particolare. Vorrei sapere di più di lei, della vita insapore e strampalata che fa, delle ore torpide in cui sembra dormire con

gli occhi aperti, come i morti, e delle improvvise smanie da animale lunatico. La sua ignoranza priva di rimorsi e rimpianti pare sfidarmi, invitarmi a tentare un approccio pedagogico. Ma quel suo torpore è contagioso, e la ricerca per cui mi trovo qui occuperà gran parte delle mie giornate. Ora, spampanata sul letto, dorme davvero – un respiro affaticato da un raffreddore che sembra cronico, tutto fischi e rantoli, nonostante lei si consideri immune da malattie. Anche quei fischi suonano come segnali, messaggi in codice dal mondo sperduto del sonno, dalle balze a strapiombo dei sogni.

di Claudio Morandini


Claudio Morandini è nato nel 1960 ad Aosta, dove vive e insegna. È autore di racconti e di romanzi ed è tradotto in diverse lingue. Dopo Le maschere di Pocacosa, libro per ragazzi scritto per Salani, con Bompiani ha pubblicato nel 2019 Gli oscillanti, con cui prosegue la sua personale esplorazione del lato in ombra, folle e paradossale, della vita e della letteratura di montagna.

Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela Monti. Dalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita finora in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».