Culturificio
pubblicato 6 anni fa in Recensioni

Tu l’hai detto di Connie Palmen

Apologia di un carnefice innocente: Ted Hughes che racconta Sylvia Plath

Tu l’hai detto di Connie Palmen

Nome di spicco nel panorama letterario olandese, Connie Palmen torna in Italia per Iperborea, dopo la pubblicazione del suo romanzo d’esordio Le leggi nel 1993 per Feltrinelli, con Tu l’hai detto.
Scrittrice solitamente interessata ad intrecciare fatti e persone reali nelle sue storie, anche questa volta Palmen ci narra di una delle coppie letterarie più celebri di tutto il Novecento: Sylvia Plath e Ted Hughes. Lei poetessa prodigio americana con una ritmica impressionante, lui studente di Cambridge, poeta simbolista e con una fascinazione verso lo spiritismo, la Natura e il suo aspetto violento. È da qui che inizia la conosciutissima storia d’amore e la sua fine ancora più nota: il suicidio della donna e la sua venerazione da parte del pubblico e della critica, e le accuse verso Hughes, violentissime e costanti fino alla sua morte, visto da tutti come vero e proprio responsabile della morte della poetessa.
Non solo storia d’amore, dunque, ma una vera e propria battaglia su diversi fronti: Hughes contro Plath, Hughes contro la percezione di lui come ‘assassino’ e Plath contro se stessa. E se le opere su questa coppia letteraria tendono a muovere accuse verso il poeta inglese, Palmen si schiera dalla parte dell’uomo e si propone di cucire sul suo personaggio mitico l’umanità che gli è stata strappata.

Il libro si presenta come una biografia romanzata e percorre tutte le tappe, numerose e arzigogolate, di questa storia turbolenta e autodistruttiva per tutti coloro che ne furono coinvolti:

«…le nostre reali, complesse personalità sono state sostituite da stereotipi, ridotte a immagini banali tagliate su misura per un pubblico di lettori affamati di sensazionalismo. E così lei era la fragile santa e io il brutale traditore. Ho taciuto. Fino ad ora.»

La scrittura in prima persona ci permette di entrare nella psiche dell’uomo e di spiare, appena dietro la sua spalla, l’incontro con Sylvia, il loro matrimonio segreto da studenti universitari, i numerosi trasferimenti della coppia tra Londra e la campagna inglese, le intense sedute di scrittura poetica condivise, le prime pubblicazioni, il successo di entrambi, il tradimento.
Ma, sopra ogni cosa, il libro si concentra sui demoni di Plath, sui suoi traumi infantili mai risolti nonostante tutti gli aiuti psichiatrici, e sugli svariati tentativi di suicidio. Plath viene dipinta come una creatura estremamente trattenuta, rigida, timorosa ad indagare nella propria interiorità per paura di liberare tutti i suoi demoni; e Hughes, sin da subito consapevole del suo enorme talento poetico, la comprende e cerca di spingerla a scrivere la sua verità, certo di poterla aiutare a non perdersi in se stessa.

Avvenimenti nella vita dei due poeti porteranno questo rapporto simbiotico e complementare, sia dal punto di vista umano che letterario, ad una separazione, che tuttavia non sarà mai tale: Plath si toglierà la vita incapace di sopportare i tradimenti del marito e Hughes non riuscirà mai più a togliersi di dosso la nomea dell’ “assassino” della Plath.

Ma da dove proviene questa reputazione, potremmo chiederci? Plath, poco dopo essersi separata dal marito a causa del suo tradimento, in quelle che saranno le sue ultime settimane di vita, si lancia febbrilmente nella composizione poetica e nella scrittura: da questo periodo ci sono giunti, pubblicati postumi e curati dallo stesso Hughes, la raccolta di poesie Ariel e i suoi Diari (pubblicati da Adelphi nel 1998), pagine dense di rancore verso il marito e cruda disperazione nella sua lotta interiore.

Hughes ammette di aver distrutto un intero volume delle memorie della donna, risalente al periodo della loro separazione: il pubblico e la critica non gli perdonerà mai quest’atto, che lo ufficializzerà come colpevole del suicidio della moglie. Ma il poeta rimane in silenzio per più di trent’anni e non risponde a nessuno, stoico nel suo dolore, neanche quando la sua amante si suiciderà nello stesso modo della scrittrice, in un disperato tentativo di imitazione.

Sarà solo pochi mesi prima della sua morte, ormai malato terminale, che deciderà di dare alle stampe la sua più famosa raccolta di poesie, un vero e proprio testamento letterario e sentimentale, Birthday Letters (pubblicate da Faber and Faber nel 1998), un’elaborazione cruda della perdita dell’amore della sua vita e del dolore del venir associato costantemente alla sua fine.

Palmen assorbe tutte queste informazioni, aneddoti e spezzati di vita, e ci restituisce un uomo intento a scrivere un’apologia sincera e per lui taumaturgica, non solo del poeta Ted Hughes che racconta Sylvia Plath, ma soprattutto di un uomo, e la sua sconfitta con i demoni che dilaniavano la donna che amava.
Nonostante possa risultare a tratti forse sentimentale e stucchevole nella caratterizzazione dei due personaggi e per il suo stile volutamente lirico nel dipanare la storia, Tu l’hai detto si propone come un ottimo libro per iniziare a conoscere questi due immensi autori e le loro grandi pubblicazioni, così intime e dure nella loro sincerità.

 

Articolo a cura di Giulia Marziali. 

 

 

 

 

L’immagine in evidenza è tratta da: https://iperborea.com/titolo/489/