Francesco Del Vecchio
pubblicato 5 mesi fa in Recensioni

Un paese lontano

di Franco Moretti

Un paese lontano

In un momento storico in cui a farla da padrone sono i boundaries (i confini) piuttosto che i bonds (i legami), confrontarsi con altri Paesi e culture appare quantomai complicato, persino se si tratta della nazione che più di ogni altre ha egemonizzato (culturalmente e non) la parte del globo in cui viviamo: ovviamente, gli Stati Uniti d’America.

È questa la sfida con cui si confronta Un paese lontano, saggio che racconta molte delle sfaccettature della cultura stelle e strisce. D’altronde, chi meglio di un ex Professore di letteratura a Stanford (ora a Losanna) poteva raccontare gli Stati Uniti per noi altri italiani. Franco Moretti spiega gli USA partendo dalla sua esperienza accademica, suddividendo il saggio in lezioni basate sul corso di Literary History tenuto all’università californiana.

Una riflessione accurata, pervasa da un’analisi non solo prettamente artistica e letteraria ma anche storico-sociale. In questo senso, acquisisce importanza il metodo angloamericano di indagine dell’arte, legato sì alla posizione dell’opera nel complesso delle esperienze contemporanee ma anche al suo valore per la comprensione di un periodo storico o di un contesto sociale. Tra le pagine di un romanzo non c’è solo l’insieme dei modelli letterari che ne compongono l’ipotesto ma anche le caratteristiche di un’epoca. Sarebbe impossibile limitarsi ad un aspetto esteriore dell’opera nell’analizzare la letteratura, perché dietro la scrittura di un libro ci sono varie motivazioni che possono trascendere il mero gusto intellettuale. Ciò che distingue un grande capolavoro da un esercizio di stile è il suo legame con il mondo che la circonda e con gli elementi extratestuali.

Dunque, appaiono più chiare le intenzioni di Moretti quando si sofferma sull’analisi di Hemingway, legandola da una parte alle costruzioni terminologiche adoperate dallo scrittore americano e dall’altra tendendo lo sguardo verso il disagio postbellico che si respira nelle ambientazioni che paiono americane, ma che invece sono quantomai rappresentative della trincea franco-belga.

Gli Stati Uniti sono inclusi in un mondo senza confini in cui anche un Paese lontano può sembrare vicino, costruendo una rete di legami o di opposizioni tali da riuscire ad integrare la cultura americana in un discorso globale; ciò che serve è integrare i capisaldi del Nuovo Continente con qualcos’altro, qualcosa di diverso. Quindi, un mondo ideale in cui è possibile parlare di Whitman partendo da I fiori del male e dimostrare quali siano le due risposte alla crisi della lirica tardoottocentesca: il cantore della produttività americana e il decadente parigino trovano spazio nella stessa epoca e ci aiutano a comprendere la grandezza di Song of Myself. Due intellettuali che sono agli antipodi per formazione, nazionalità e gusto ma che hanno superato il blocco di un’epoca (ognuno con la propria personalità), liberandosi dalle catene del passato.

Senza che nulla accada, senza che nulla possa cambiare nell’interpretazione individuale, anzi: arricchire l’orizzonte critico significa tenere conto delle differenze (geografiche e non) che contribuiscono a fare di un’opera un esemplare unico ed irripetibile nella continuità storica. Soltanto in questo quadro è possibile comprendere il valore che assume la prosa di Hemingway con il suo numero misurato di parole, nell’espressione di un panorama disarticolato dall’individuo, in cui le azioni sono ben calibrate e raccontate in sequenza. Pur sottintendendo che dietro le trote da pescare ci sia una devastazione causata dal conflitto mondiale.

Con questo punto di vista è possibile condurre tra le righe una disamina estremamente articolata della società americana, compresa tra il periodo prefordista raccontato dagli elenchi di Whitman, in cui ogni lavoratore viene colto nella sua individualità e indipendenza rispetto al sistema economico, fino alla completa desolazione novecentesca, dove al tranquillo operaio che lavora per il sostentamento della famiglia si sostituisce l’impiegato soffocato da un ritmo di lavoro che ha totalmente soverchiato il proprio sistema nervoso, lasciandolo solo. Dunque, una storia che presa dall’entusiasmo si trasforma in decadenza, che fa delle proprie debolezze un cardine del racconto culturale: le stesse liste di Whitman nascondono l’esigenza di costruire una realtà da catalogare, da ordinare in precise parti. Le contraddizioni sono tutte qui, in una nazione che rimbalza dall’ideologia del Destino Manifesto con annessi e connessi (la società più giusta costruita dai più giusti) fino al disgustoso tardocapitalismo con il suo annullamento del singolo e delle peculiarità individuali all’interno del tessuto sociale.

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