Francesca Belfiore
pubblicato 2 mesi fa in L'angolo russo

Una voce che si spegne: “Ultimi versi” di Marina Cvetaeva

Una voce che si spegne: “Ultimi versi” di Marina Cvetaeva

È tempo di togliersi l’ambra,

è tempo di cambiare parole,

è tempo di spegnere la lanterna

sul portone.

È il 7 marzo 1941 quando Marina Cvetaeva annota questi versi. Qualche mese dopo, il 31 agosto, rimasta sola nella sua casa di Elabuga, si toglie la vita, impiccandosi. La sua è una morte annunciata, come lasciano presagire i componimenti di Ultimi versi (edito da Voland nel 2021, tradotto e curato da Pina Napolitano). Tranne che per alcune eccezioni, le poesie della raccolta sono versi strozzati, monchi, che si spengono sul nascere. Cvetaeva perde progressivamente la sua voce di poeta e ammutolisce, come scrive Pina Napolitano.

La produzione poetica di Marina Cvetaeva è sempre stata copiosa e soprattutto intrisa di una vitale passione. Questo perché la vita, per lei, aveva senso solo nella manifestazione artistica, nella poesia. Dopo il ritorno in patria, scrive invece:

Per tutta la vita ho scritto – per eccesso di sentimenti. Ora provo in eccesso – quali sentimenti? Offesa. Dolore. Solitudine. Paura. In quale quaderno posso scrivere versi così? […] Ma la cosa principale è che tutto questo è successo a me, allegra, vitale, in grado di amare (tutti e chiunque) […] – ho solo smesso di scrivere – e di esistere.

Gli ultimi anni di Marina Cvetaeva non sono per niente facili. Dopo un lungo periodo da esule, prima in Cecoslovacchia, poi a Parigi, nel 1939 decide di lasciare la capitale francese e rientrare in Unione Sovietica insieme al figlio Georgij (Mur). Raggiunge il marito, Sergej Efron, e la figlia maggiore Alja, che avevano fatto ritorno a Mosca già nel 1937, perché sostenitori della causa sovietica. La famiglia, però, rimane unita per pochi mesi: il 27 agosto viene arrestata Alja, che rimarrà in un campo di prigionia per diciassette anni; il 10 ottobre è il turno del marito Sergej, che invece verrà fucilato due anni dopo.

L’unico filo che la tiene ancora attaccata alla vita è quindi Mur, che però con il tempo cresce, si arruola, si fidanza. Non ha più bisogno della madre. E Cvetaeva perde la sola ragione che ha di sopravvivere, dal momento che di esistere – come lo intendeva lei – aveva già smesso da un po’.

Parlare solo di morte, però, non sarebbe corretto. Ci sono ancora avvenimenti in grado di risvegliare il suo slancio poetico e vitale, e si riscontra in particolare nella sezione Versi per la Boemia. Tra le poche poesie complete della raccolta, vengono scritte in un momento di forte eccitazione: il 30 settembre 1938, dopo la conferenza di Monaco, la regione dei Sudeti viene annessa alla Germania di Hitler. L’avvenimento è per Cvetaeva un vero e proprio affronto, perché l’amata Boemia, patria di suo figlio (Mur era nato infatti proprio durante il periodo di esilio in Cecoslovacchia), è occupata e venduta senza alcun rispetto per il suo popolo. Quello che porta la poeta a scrivere questi versi, pieni d’amore e sdegno, è un impulso quasi primordiale, violento, a cui cerca di resistere invano, come si legge nella lettera ad Ariadna Berg:

Per un anno non ho scritto poesie […] Ed ecco – gli avvenimenti della Boemia, e da un mese, persino un mese e mezzo – cerco di sottrarmi: mi turo quelle orecchie, non voglio: di nuovo scrivere e tormentarmi (perché è un tormento!), voglio fin dal mattino lavare e rammendare: non esistere! […] siccome nessuno li ha scritti e nessuno li scriverà, è toccato scriverli – a me.

E poi c’è l’amore, che ha sempre ispirato i versi migliori di Cvetaeva. Per un breve istante fa di nuovo capolino la donna che amava “tutti e chiunque”, nonostante si senta ormai troppo vecchia:

Basta! per questo fuoco

sei vecchia!

Purtroppo, questi ultimi due amori non sono e non possono essere corrisposti. Ed ecco che quando Evgenij Borisovič Tager, insegnante e studioso di letteratura, rifiuta le sue attenzioni e torna dalla moglie, Cvetaeva si sente svuotata. La vita, dopo una breve parentesi luminosa, torna a essere non-vita, digiuno. Lo stesso accade con Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij, padre del famoso regista, a cui Cvetaeva dedica Per sei la tavola ho preparato… (Ja stol nakryl na šesterych…), la penultima poesia della raccolta.

La poesia di Cvetaeva riprende quasi letteralmente il titolo del componimento che Tarkovskij aveva dedicato ai suoi cari scomparsi, La tavola preparata per sei (Stol nakryt na šesterych). Intorno a una tavola di spiriti, Cvetaeva rimprovera il giovane poeta per non averla invitata, lei che «Piuttosto che spauracchio tra i vivi — / uno spettro voglio essere — con i tuoi»

È interessante notare l’atteggiamento di Cvetaeva nei confronti di quello che non c’è più. Come scrive Pina Napolitano nella sua prefazione, Cvetaeva ama solo in assenza. Quindi la Boemia diventa la sua patria quando lei è ormai già a Parigi; Parigi, che in una poesia del 1931 è descritta come «noiosa e brutta», è invece l’emblema della Douce France quando lei rientra in Russia; Tager e Tarkovskij si trasformano nell’oggetto ossessivo dei suoi desideri quando sa di non poterli avere. Tutto diventa più bello e più intenso una volta che se n’è allontanata. Gli eventi vengono filtrati da una lente che combina la disperazione, frutto dell’infrangersi delle speranze e dei bei sentimenti, e l’idealizzazione, che, a posteriori, amplifica situazioni ed emozioni.

La potenza delle sue emozioni e il filtro amplificatore che Cvetaeva applica alla realtà si riverberano anche nella lingua. Le poesie sono ricche di ripetizioni quasi ossessive, che riguardano sia il lato semantico, sia quello fonetico. Significato e suono per Cvetaeva non sono elementi distinti, ma un tutt’uno, perché la poesia non può esistere senza il suono. La ricerca della parola perfetta è anche uno dei motivi che porta la poeta a lasciare questi versi incompiuti: se durante la gioventù le parole fluivano spontanee, adesso Cvetaeva fa fatica.

La traduzione di Pina Napoletano riesce bene a rendere quelli che in russo suonano quasi come sortilegi, come la traduttrice stessa li chiama. Tuttavia, il linguaggio incantatore di Cvetaeva si percepisce, in modo più puro, solo in russo.

Gli Ultimi versi di Cvetaeva sono lo slancio finale di una voce poetica che va spegnendosi, ma che, anche nella sua ora più buia, non riesce del tutto a placare quell’ansia di scrivere, a reprimere l’istinto che già da ragazza l’aveva spinta verso la poesia. I versi di Marina Cvetaeva sono l’espressione di un’anima che sentiva più intensamente di tutti, che amava in modo più passionale di tutti, e che alla fine si arrende a un destino che, forse, era già scritto.