Alice Figini
pubblicato 3 mesi fa in Recensioni

Viaggio nell’epica di Kent Haruf

il canto di Holt

Viaggio nell’epica di Kent Haruf

Si conclude con La strada di casa (NN Editore, 2020) la pubblicazione italiana dell’opera di Kent Haruf, il prodigioso scrittore statunitense scomparso nel 2014, autore dell’ormai nota Trilogia della pianura che ha incantato i lettori di mezzo mondo.

Quest’ultimo libro – in realtà il secondo scritto, in ordine cronologico, da Haruf – si accompagna a un sentimento acuto di nostalgia condiviso da un altissimo numero di lettori appassionati che nel dare il proprio «addio a Holt» scrivono parole struggenti, pervase di sincera commozione e gratitudine per il mondo creato dall’autore.

La strada di casa è un libro che si divora in un paio di giorni, uno di quelli che non vorreste mai smettere di leggere. È una storia che si consuma tra le polverose strade di Holt e la penombra dei diner americani. Una storia di giustizia e di vendetta legata ad un controverso personaggio di nome Jack Burdette: senza dubbio una delle figure più complesse e sfaccettate create dalla mente di Haruf.  La trama si dipana con il ritmo incalzante di un poliziesco, che tuttavia lascia aperto uno spiraglio alla tenerezza umana. Per gli amanti della Trilogia della pianura questo romanzo segna davvero “un ritorno a casa”; pare di ripercorrere strade già note, di rivedere posti conosciuti, si prova un sentimento confortante nel lasciarsi cullare dal susseguirsi avvincente delle pagine e c’è qualcosa di epico in quel cartello che annuncia: «Benvenuti a Holt».

Lo stesso traduttore, il bravissimo Fabio Cremonesi, nella post-fazione si concede un attimo di sentimentalismo nel salutare, per l’ultima volta, la leggendaria cittadina del Colorado teatro di tante indimenticabili storie. 

Ma che cos’è Holt? In molti se lo saranno chiesto, assistendo stupiti al fenomeno continuo di «passaparola» che da qualche anno ruota attorno alle opere dello scrittore americano. Perché la maggior parte delle persone parla di Holt come di un luogo reale, di una città esistente; quando in realtà non esiste, non è segnata su nessuna mappa o carta geografica, sebbene Haruf la descriva come una sperduta cittadina del Colorado situata nei pressi di Denver.

La verità è che creando il microcosmo di Holt, Kent Haruf ci ha regalato una geografia interiore: un luogo simbolico che racchiude in sé tutte le città del mondo, il bello e il cattivo tempo, l’esplosione calda dell’estate e il gelo invincibile dell’inverno; in sostanza, il senso stesso della vita.

Holt è fatta materialmente delle storie semplici dei propri abitanti, da un coro di voci e personaggi che la penna di Haruf ha reso vivi, palpitanti, indimenticabili: nel primo capitolo della Trilogia, Canto della pianura, conosciamo Victoria, i fratelli McPheron, l’insegnante Tom Guthrie, Maggie Jones, i piccoli Ike e Bobby, e li sentiamo vicini alla stregua di nostri amici e familiari.

Il primo titolo edito in Italia da NN Editore è stato Benedizione, il più romantico e potente dei romanzi di Haruf; tuttavia è Plainsong (1999) (Canto della pianura in edizione italiana) il volume iniziale della cosiddetta «loose trilogy», la trilogia sciolta, slegata, di Kent Haruf. I tre romanzi possono essere letti in maniera indipendente l’uno dall’altro, anche se è innegabile un tratto d’unione profondo tra Canto della pianura e Crepuscolo che – per continuità di temi e personaggi – si consiglia di leggere seguendo l’ordine indicato.

I libri della Trilogia, inoltre, possono essere interpretati secondo uno schema preciso, una struttura che potremmo definire in evoluzione: Canto della pianura è stato definito un «inno alla vita», Crepuscolo, invece, segna il passaggio attraverso «il cambiamento, la morte e il dolore», infine Benedizione in un qualche modo sembra chiudere il cerchio, rappresenta una sorta di «assunzione», narrando il processo inesorabile della morte avvicina lo sguardo del lettore al mistero di una (possibile) eternità.

I libri presentano tra loro notevoli differenze stilistiche e formali: Benedizione, in particolare, contiene numerosi flashback e salti temporali, mostra una struttura articolata con il contrappunto di un’aggettivazione più scarna, forse frutto di una maturazione nell’Haruf narratore. I primi due romanzi danno spazio alle vicende dei diversi protagonisti, ma allo stesso tempo indugiano nella descrizione armoniosa della natura e della vita rurale; sono infatti memorabili i passaggi dedicati agli animali – cavalli, mucche, vitelli, tori – le cui vite in un qualche modo paiono intrecciarsi alle faccende umane, addirittura incidono fortemente su di esse e sembrano contenere una sorta di morale, una lezione implicita che favorirà una nuova presa di coscienza nei personaggi. Benedizione, invece, si concentra più sul lato introspettivo: non a caso si apre narrandoci gli ultimi giorni di vita di un uomo, Dad Lewis; in un certo senso il finale è già scritto, fin dalle prime righe, ma nel mezzo Haruf ci racconta molto di più. Passato, presente e futuro si incontrano in queste pagine, svelandoci quella melodia silenziosa e impercettibile che è alla base dell’esistenza.

Nel libro finale della Trilogia prende corpo e voce la narrazione di un’intera comunità: ogni domenica, infatti, gli abitanti di Holt si recano in chiesa, ma questo non appare come un luogo di assoluzione, anzi, diventa paradossalmente il simbolo dell’indignazione della gente che – malgrado i buoni propositi non è affatto disposta a perdonare – e si rivolta addirittura contro il parroco. Narrando le vite semplici degli abitanti di questo sperduto lembo d’America, Haruf ce ne racconta anche le meschinità: conosciamo tutti i segreti di coloro che vivono a Holt e sono proprio queste sottili discrepanze, i lati d’ombra – che poco si addicono all’epica intesa in senso tradizionale – a farci amare le storie di Kent Haruf, un autore in grado di raccontarci la vita in un susseguirsi di emozioni dolceamare.

Le pagine di Benedizione sembrano scorrere in una luce soffusa, calante, come il bagliore che precede il tramonto: è senz’altro il libro più bello e intenso della Trilogia, sembra condurci sulla soglia di una rivelazione, per poi lasciarci lì, in attesa, eppure con la certezza che qualcosa si sia manifestato.

C’è un sottofondo calmo e riposante nella prosa di Kent Haruf, la scrittura sembra sussurrarci il canto di un’epopea sommessa e così invitarci ad un viaggio lungo la strada di casa: le vicende dei vari personaggi – che continuamente si intrecciano in andirivieni costante – ci parlano dello scorrere dell’esistenza con tutti i suoi ostacoli, i suoi piccoli miracoli, le sue contraddizioni.

Nei libri di Haruf troviamo pagine di struggente bellezza, in grado di raccontarci tutto e allo stesso tempo il nulla: sfiderei qualunque lettore a non aver colto una sorta di presagio d’eternità nel bagno delle donne alla luce del sole in Benedizione; o a non essersi commosso percependo la solitudine di Raymond McPheron, mentre si intrattiene tra i tavoli della taverna di Main Street a notte inoltrata, in Crepuscolo; a non aver ritrovato la spensieratezza della propria infanzia nelle corse in bicicletta di Ike e Bobby che, in Canto della pianura, pedalando in bilico su due ruote scoprono il mondo perdendo a poco a poco l’incanto dell’innocenza.

Non troviamo colpi di scena o drammi epici nei romanzi della Trilogia, piuttosto una poesia fatta di giorni lenti, felicità brevi ed inattese, dolori che lacerano il cuore, ma poi passano, riconciliandosi con il procedere inarrestabile del tempo, capace di donare fiori ogni nuova primavera. Tra queste file di case basse, disperse nei campi, tra i negozi di ferramenta e i supermercati allineati lungo la Statale, gli infiniti silenzi e le torride estati passa il calore e il dolore, la ragione e la morte, il silenzio e il grido.

Holt è un “non luogo” che tuttavia esiste più della vita stessa e, proprio per questa ragione, ci appartiene. L’azzurro limpido di un cielo che sa di ghiaccio, l’ingiallirsi lento delle foglie in autunno, il vento che soffia da ovest come un presagio. Tutti noi, in fondo, abbiamo vissuto in questo piccolo lembo di mondo, ne conosciamo i contorni, proviamo nostalgia per le luci delle case che si accendono sul far della sera come a indicarci la via del ritorno.

La Trilogia della pianura ci narra una serie di momenti che accadono, come tante cose nel corso del tempo, il susseguirsi delle stagioni che torna sempre uguale, eppure ogni volta diverso.

Ciò che ho visto è la gentilezza e la dolcezza reciproche tra le persone. Lo scorrere lento del tempo in una notte d’estate. La vita normale.


Il segreto dei romanzi di Kent Haruf è racchiuso in una parola che abbiamo dimenticato: la tenerezza. Ciò che emerge con forza, il filo conduttore che lega tra loro tutte le storie scritte dall’autore, è una fiducia inesausta nell’agire dell’uomo. Viviamo in un’epoca pervasa di cinismo, ed è un bene che la letteratura ci ricordi i sentimenti puri, l’importanza degli atti di accudimento, l’attenzione per l’altro. I libri dedicati a Holt riescono a trasmetterci una specie di pace interiore raccontando i fatti piccoli della vita, persino le sensazioni più impercettibili di benessere e contentezza come il calore improvviso del sole sulla pelle. In queste pagine troviamo inevitabilmente tanti avvenimenti, ricordi, situazioni che ci ritroviamo a sfogliare con nostalgia, come vecchie foto di famiglia.

La narrativa di Haruf non è consolatoria, del resto sappiamo che non sempre i buoni vincono e il più delle volte non è il giusto a trionfare: esiste la morte, così come il dolore e la disperazione, ma ciò che ci muove a compassione nel leggere le vicende di Holt è proprio il profondo senso di umanità che trapela tra le righe.  La vera poesia si nasconde negli atti più insospettati, come la mano rugosa di un vecchio che si posa sul volto di un bambino e sembra dischiudere un presagio di eternità.

Leggendo le parole di Kent Haruf, tra il sorriso, il rimpianto e la commozione, si avverte un forte bisogno di appartenenza: in verità siamo stati tutti a Holt, solo che non ce ne ricordiamo.