Claudio Musso
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

“Vita degli anfibi” di Piero Balzoni

quando il ricordo inventa la memoria

“Vita degli anfibi” di Piero Balzoni

Una bambina perde il padre il giorno del proprio compleanno e così una parte della sua giovinezza, con quel pensarsi al plurale per meglio affrontare il mondo accanto a lui, si atrofizza. Quell’uomo, che anni prima si era già dileguato senza motivo, è nuovamente scomparso. Le tracce si sono perse, le indagini sono infruttuose, il paese mormora la sua verità, le valigie e i documenti sono rimasti in camera, le sigarette nell’armadio. Dove è andato?

La moglie resta piuttosto indifferente all’accaduto, trincerata dietro una risata inquietante che sfiora lo squilibrio o forse un senso di liberazione. La figlia, di cui seguiamo l’evoluzione da adolescente a donna, attende quel ritorno come ripristino di un equilibrio bruscamente interrotto. In lei si apre una crepa dentro la quale allignano supposizioni e, soprattutto, un senso di colpa che la prende alla schiena. Quella stessa schiena su cui le forti mani del padre si sono poggiate per l’ultima volta, prima di sparire, per spingere l’altalena in quei tanti giochi condivisi. Allora perché il senso di colpa? Spesso, quando qualcuno che ci è caro scompare dal nostro orizzonte quotidiano e decide di lasciarci, siamo propensi, dopo il pungente senso di vuoto, a vedere in noi, nei nostri comportamenti, nelle nostre eventuali mancanze, le cause di questa fuga. Ed è su questa strada che la figlia senza padre conduce i nostri pensieri:

Le nostre esistenze erano diventate i giorni senza papà, l’infinito conto alla rovescia sul calendario, i profili delle ombre che si allungavano e arriva la sera e lui non c’era. L’attesa di lui si trasformava in mancanza di lui e io che quel giorno al lago potevo prenderlo, afferrarlo tenendolo stretto a me, non l’avevo fatto. Io che potevo dirgli resta, non fa niente per il regalo ne ho già tanti, ho preferito tenermi forte all’altalena volando a occhi chiusi, più forte più forte.

Ci troviamo in una zona non precisata, probabilmente nell’agro laziale, non lontano dal mare. Centro delle vicende è un caseificio abbandonato, affacciato su un lago dormiente, che accoglie nei suoi abissi una cattedrale dove, secondo le voci del paese, risiede una potente divinità. Quel lago parla al paesaggio circostante, coinvolgendolo in atmosfere di non detto o detto a mezza voce, in suoni di natura sinistra, quasi malati di febbre, che si perdono nel buio e che richiamano, in alcuni punti, le ambientazioni di Malombra di Fogazzaro. Un paesaggio inoltre che reca evidenti segni di guasto e desolazione, con modernizzazioni mai portati a termine, un luogo dove non cresce niente e si intravedono «cadaveri di edifici in costruzione, fondamenta come fili d’erba, cattedrali senza fedeli abbandonate in mezzo a una campagna di cenere», uno spazio che è stato ma che non sarà mai.

In fondo tutto parte da quel caseificio dove si lavorava il latte che ha smesso di produrre vita. E tutto torna là dove l’unica vita è data dal continuo rosicchiare di animali che rendono quell’edificio instabile, senza prospettiva di futuro, con un rimando cifrato a una famiglia che non ha più la possibilità di nascondere le proprie tare.

Alla protagonista e voce narrante non resta che volgere lo sguardo indietro e colmare l’assenza con i ricordi di esperienze vissute con il padre, con il suo eroe, a cui volentieri perdona diversi errori, ma probabilmente, lascia intuire, non l’ultimo. Il suo è un viaggio nella memoria, in ciò che ha deciso per lei essere: una selezione arbitraria di ricordi in quel rapporto unico che probabilmente solo le figlie hanno con il proprio padre, a differenza dei figli con le madri. Lei, novella Antigone, mette davanti a tutto e a tutti la sua legge naturale e si prende il diritto alla parola su quel padre – ricordato con «lo sguardo di chi è spaventato dal mondo ma è disposto a guardarlo in faccia» – che ora vive dentro di lei con l’immagine che ha voluto imprimere ai propri occhi.

La donna diventa, per così dire, biografa di un uomo discutibile per gli altri, ma per lei dalle forti connotazioni positive. In questa operazione attinge dal serbatoio della memoria e seleziona brandelli di ricordi secondo un personale disegno, dimenticando che quello che per lei è ricordo nella connessione con una data persona potrebbe essere smentito da quello di un altro. Tuttavia si fa sorda alle voci che intercetta in paese, non apre una lettera che le è stata spedita e che potrebbe fare luce sull’enigma della sparizione, si rifiuta di dare peso a una serie di coincidenze che aprirebbero nuove piste nelle indagini. Rimane, in ultima analisi, fedele alla sua verità, alla sua immagine di padre. Al contempo accumula come reliquie oggetti a lui appartenuti, indossa il suo maglione sgualcito nei momenti di nostalgia per sentirne l’odore della sua pelle e di tabacco, tutte azioni di salvataggio di una figura che non è stata solo un padre ma l’accesso al mondo della fantasia, di quella che può creare dal nulla storie che si rincorrono lungo le sponde del lago e che lo abitano di un’altra realtà.

Nel suo ricordo di bambina e donna poi suo padre era:

… quell’uomo che amava senza condizioni e s’innamorava ogni volta ma ricacciava indietro l’amore per proteggere un amore più grande, che soffriva per niente e per un niente cambiava umore, che prendeva in mano un attrezzo qualsiasi, uno scalpello una sega a motore i pennelli per l’acquerello e già in pochi minuti si credeva un esperto, quell’uomo che benediceva le arti senza averne mai davvero in pugno il segreto profondo, se un segreto esiste nell’arte, quell’uomo che piegava tutto con forza e guidava male ma non lo avrebbe mai ammesso, quell’uomo era mio padre e avremmo potuto ancora trovarlo. E il giorno in cui alla fine pensavo di aver capito che cosa fosse successo davvero, dove fosse mio padre e dove avremmo potuto cercarlo dall’inizio, ero stata io a doverle chiedere scusa.

Ma la donna che racconta, a conferma della sua natura anfibia, ci sta mentendo…

In Vita degli anfibi (Alter Ego Edizioni, 2023), Piero Balzoni rivela una scrittura tersa che ricorda la lezione di Anna Banti per la quale la chiarezza nello scrivere non è semplicità, ma usare parole chiare per raccontare l’oscurità e l’ambiguo e rischiararli. Con una profondità chirurgica l’autore, che è anche un padre, affronta il tema dell’assenza di una persona scomparsa esaminando le conseguenze morali e materiali in chi è rimasto e, al contempo, scandaglia quei sentimenti che spesso siamo abituati a colorare con una tinta a nostro piacimento.

Che cosa corrisponde alla realtà? Quello di Balzoni è anche un romanzo sulla memoria e sulle sue incongruenze perché per fare il ritratto di qualcuno non è più sufficiente soffermarsi solo su un lato viso, come quello di Federico da Montefeltro dipinto da Piero della Francesca, ma anche lasciare intuire l’altro, quello che non si vede e non si intende mostrare, sfigurato da un incidente. Perché l’incidente in queste pagine non è tanto un padre che scompare ma la menzogna di chi rimane, e che da un incosciente stato larvale passa a una deliberata coscienza da risacca.