Peppe Giorgianni
pubblicato 3 settimane fa in Altro

Yoshiharu Tsuge – Chi è “L’uomo senza talento”?

Nascere diamante in terra di grafite, nascere grafite in terra di diamanti

Yoshiharu Tsuge – Chi è “L’uomo senza talento”?

Prima di tutto poniamoci un’altra domanda essenziale. Chi è Yoshiharu Tsuge?
È costume occidentale, quasi naturale, non riuscire a dare un volto certo, o anche solo dei tratti definiti, a un giapponese. Un giapponese è facile scioglierlo nella massa indistinta degli altri giapponesi, così lontani, così diversi da noi, così imperscrutabili. Sembra che alle nostre percezioni non parlino solo un’altra lingua, sembra che vivano una vita altra dalla nostra. Sullo stesso pianeta ma un’altra vita che quella di noi occidentali non influenza, e che dalla nostra vita non è influenzata.
Cerchi, il lettore di comprendere questa sensazione di estraneità, di lontananza. Prima della trattazione vera e propria, cerchi di interiorizzarla e immaginare che questa sensazione sia comune a ogni uomo e che ogni uomo provi questa sensazione di fronte ad egli stesso.
Si immagini da solo.
Yoshiharu Tsuge, prima di tutto, è un uomo, naturalmente giapponese, poi un mangaka, arte principe della terra del Sol Levante.

Yoshiharu Tsuge è un uomo isolato, isolato per nascita. Infanzia straniante, come per molti altri “giovani Yoshio” – nomignolo che dà il titolo ad una delle sue opere principali – figli della desolazione post-bellica, della povertà assoluta dei bassifondi di Tokyo, dell’obbligo di rinuncia all’infanzia, nel suo caso in particolare, per aiutare economicamente la famiglia in assenza del padre deceduto. Destino comune a tanti, che Yoshio accompagna ad un carattere remissivo, solitario e distaccato, al limite dell’autismo. Si pensi che verrà espulso dalla scuola d’infanzia che frequentava per la sua asocialità. Altri tempi.
Quella che è la sua salvezza, quella che è la sua condanna, l’arte del fumetto, la incontra come molti altri ragazzini all’età di circa undici anni nei pochi manga che riesce a raccattare con difficoltà nella periferia della Capitale.
Il rapporto di Tsuge con il fumetto è più che amore-odio. È vita-morte.

Con te io sono vuoto con te mi sento pieno
Perché tu stessa sei l’antidoto e il veleno
Con te io mi vergogno però mi sento fiero
Perché io stesso amore sono falso e vero
Dargen D’Amico feat. Perturbazione – Con te

In esso sfoga le sue frustrazioni e i suoi fantasmi e in esso li rivive, vividi e crudeli. “Non esiste cosa più paurosa delle scadenze” – “Il giorno prima della consegna ero totalmente pazzo”.
Antidoto alla scomparsa dal mondo, veleno che lentamente lo divora.
Passiamo all’argomento centrale. L’uomo senza talento. Il suo capolavoro indiscusso.

Tsuge lo pubblica nel Dicembre 1986. Sei mesi dopo, il suo ultimo racconto, “Betsuri” (distacco), segnerà il suo addio definitivo al manga.

Sukesan Sukegawa, protagonista del gekiga – fumetto drammatico – e alter-ego di Tsuge, è un emarginato. Un reietto auto-esclusosi dalla società, uno sconfitto. Abbandonata la sua unica vera strada, quella del mangaka, si rifugia in mille progetti chimera, tutti morti in culla.

Tutti progetti scelti con metodo e precisione, tutti accomunati dall’esito perdente, tutti accomunati dall’essere “superati”. Il venditore di pietre, di macchine fotografiche usate, l’antiquario. Tutti hanno in comune il loro essere passato. Le pietre, un tempo ricercatissime e pagate profumatamente in Giappone, ora sono appannaggio dei reietti. Chi vorrebbe delle stupide pietre quando dall’Occidente arrivano rampanti il Rock’n Roll, il divertimento sfrenato, la libertà, quei costumi nuovi che si presentano con il volto della vera libertà. Le macchine fotografiche usate, gli scarti di chi non ha più bisogno, di chi non ha più la necessità di quell’oggetto, defilato, estromesso dal mondo. Ormai inutile. L’antiquariato, la radice ostinata ad un passato fuori luogo e fuori tempo che non importa più a nessuno.
Sukesan/Tsuge vive il dramma reale di essere nato in un’epoca non sua. Arriva in ritardo, arriva sempre in ritardo.
E’ umiliato ripetutamente dalla moglie, mai ritratta in volto per i primi tre dei sei capitoli, a volere ulteriormente tracciare il confine netto che c’è tra lui e chi è vicino a lui. Persino da colei che dovrebbe essere la sua anima affine, la redenzione in un mondo di cui è il dannato, esiste lontano, lontanissimo. Separato.
E’ salvato ripetutamente dal figlio, in punta di piedi, unico contatto con la realtà tragica del suo pianeta e unica ancora di purezza incontaminata dal male del “valore a tutti i costi”.
Ecco, sembra che Sukesan cerchi proprio questo. La sua finale svalutazione. In un mondo in cui tutto ha un prezzo, in cui tutto deve essere – imperativo categorico – utile, e se non utile gettato, egli cerca di fuggire dall’etichetta con annesso prezzo che lo attende. Unica soluzione per fuggire è la scomparsa. Egli vuole scomparire e, per farlo, si rifugia, già perdente, in tutto ciò che è andato perso.

La scomparsa e il distacco sono le uniche salvezze che egli riesce a vedere, ed essendogli le uniche concesse di vedere, sono le uniche che riesce a perseguire.
Nell’Hakagure, il libro del samurai, vi è un passaggio molto famoso che recita così:

Lo spirito di un’epoca è qualcosa a cui non possiamo tornare. Esso tende a dissolversi, perché si sta approssimando la fine del mondo. Non può, in effetti, essere sempre primavera o estate, e ugualmente non può essere sempre giorno; quindi, se anche desiderassimo riportare il mondo allo spirito del secolo trascorso, ciò non sarebbe possibile. E’ importante trarre il meglio da ogni generazione. L’errore di chi ha nostalgia del passato sta nel fatto che non afferra questo principio.

A Sukesan sfugge questa capacità. Si dissolve in chimere, in spiriti di epoche probabilmente mai vissute. Si rifugia nella scomparsa perché incapace di vivere nello sbando del suo oggi, che peraltro non sarebbe sicuramente una colpa. Tuttavia è incapace di accettare.
È remissivo con la vita. Accetta le sue sconfitte e le insegue, anzi, ma gli è preclusa la possibilità di trovare una propria dimensione in una società che non riesce a condividere, che lo rifiuta e che da egli è rifiutata.
È un ronin disgraziato. Un samurai caduto, scartato dal mondo dell’utile e della necessità, nel quale egli cerca perennemente frustrato il fine ultimo delle cose, la sostanza più pura. Ricerca vana che genera solo ulteriore frustrazione.
Durante il periodo Edo molti samurai ritrovatisi ronin, decaduti dalla carica a causa della morte del padrone o per la cessata fiducia, trovarono riparo alla loro perdita di utilità e di fine nel Buddhismo Zen, in particolare nella “categoria” dei preti komuso. Caratteristica peculiare dei preti komuso – monaci del nulla – è il loro essere irriconoscibili, giacché recanti sul volto un cesto in vimini ad oscurarne le fattezze. Solo lo spazio per un flauto dolce ad allietare il loro errare, il loro mendicare.
I preti komuso hanno scelto di celare al mondo il loro volto, il loro essere. Dei samurai invincibili e potenti che dimorano sotto il cesto in vimini non traspare nulla. Sono deliberatamente scomparsi. Hanno ucciso il loro talento.
La soluzione alla loro perdita di scopo è la fuga totalizzante dalla società, la resa invincibile e incondizionata.
Qual è la perdita di Sukesan? Quale quella di Tsuge? Forse nati con un pezzo mancante, forse monchi di qualcosa di essenziale.
Forse troppo diamanti per un mondo di grafite, forse troppo grafite per un mondo di diamanti.

 

 

 

 

L’immagine in evidenza è tratta da: https://www.panorama.it/cultura/fumetti/yoshiharu-tsuge-uomo-senza-talento-recensione/