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pubblicato 3 settimane fa in Altro \ Settima arte

13 Reasons Why, il bullismo e la responsabilità sociale

13 Reasons Why, il bullismo e la responsabilità sociale

Ciao, sono Hannah, Hannah Baker. Esatto. Non smanettate sul.. qualunque cosa stiate usando per ascoltare. Sono io, in diretta e stereo. Nessuna replica, nessun bis e, questa volta, assolutamente nessuna richiesta. Mangia qualcosa e mettiti comodo, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. Anzi, più esattamente, il motivo per cui è finita. E se tu hai queste cassette è perché sei uno dei motivi. Non ti dirò in quale cassetta comparirai, ma non temere: se hai ricevuto questa simpatica scatola, il tuo nome spunterà fuori, te l’assicuro.

 

L’episodio pilota dell’ultima serie targata Netflix 13 Reasons Why inizia proprio con queste parole, incise su una musicassetta dalla giovane adolescente Hannah Baker. Assumendo il punto di vista di un suo compagno di scuola, Clay Jensen, lo spettatore è destinato a scoprire, nel corso della puntata, che in realtà questa introduzione è solo l’incipit di un lungo monologo, diviso in tredici parti, attraverso il quale Hannah spiegherà le motivazioni che l’hanno spinta a suicidarsi. In tal modo, al pubblico è concesso di ricostruire, frammento dopo frammento, la catena di eventi e, soprattutto, di responsabilità che si intrecciano alla base di una scelta così estrema.
Bastano questi pochi minuti per apprezzare il valore di un “teen drama”, che ha avuto il coraggio di abbracciare molti elementi del thriller psicologico e di analizzare con spietata lucidità problematiche complesse, come quelle legate al fenomeno del bullismo in età adolescenziale. Grazie a un prezioso intreccio di flashback e dislivelli temporali, scopriamo immediatamente che alcune delle motivazioni sono riconducibili proprio ad episodi di abuso, slut-shaming e isolamento sociale.
I punti notevoli del telefilm, che potremo sviscerare senza temere di rivelare dettagli preziosi al lettore, consistono essenzialmente nelle scelte narrative e strutturali dell’opera. Partiamo, innanzitutto, dalla volontà di condurre il pubblico verso il disvelamento della verità, ponendo l’attenzione non solamente sui “chi”, ma anche – e soprattutto – sui “perché”, sulle con-cause. L’idea di mostrare un’eziologia partecipata risulta, difatti, particolarmente vincente ai fini della sensibilizzazione dello spettatore, dal momento che all’elemento puramente empatico si unisce anche una buona componente analitica.
Ci troviamo dinanzi a tredici “motivi”, ma, più precisamente, davanti a tredici “persone”. Lontani dall’idea di voler a tutti i costi rintracciare un capro espiatorio o promuovere una condanna meccanica e incondizionata, l’intento dell’opera, estremamente più profondo, è invece quello di far emergere, in tutta la loro lesività, quegli atteggiamenti, quei comportamenti, così codificati e diffusi nel gioco delle parti della società contemporanea da essere talvolta invisibili agli occhi di molti. O non abbastanza pesanti da essere giudicati atti di (mancata) responsabilità.
Tutti i personaggi coinvolti dalle videocassette sono responsabili, più che “colpevoli”, del suicidio di Hannah. Nel senso che hanno contribuito con le proprie azioni – più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente – a rendere la vita della ragazza un vero e proprio inferno. Per questo motivo, ella decide di costringerli, come in una sorta di contrappasso dantesco, a rivivere grazie alle cassette l’itinerario straziante che ha portato alla sua morte. Il fine non è un mero atto di vendetta, bensì il desiderio di far prendere coscienza delle implicazioni e delle terribili conseguenze che gesti apparentemente innocui o considerati “superabili” hanno sulla vita delle persone, specie in età così delicate come quella adolescenziale.
Da questo regolamento di conti, non sfugge nemmeno l’istituzione scolastica, la quale, a sua volta, appare – come spesso nella realtà quotidiana – estremamente impreparata e goffa nelle sue reazioni immediate. Fioccano ovunque manifesti che inneggiano all’antibullismo, mentre schiere di insegnanti ripetono incessantemente quanto sia necessario “esporre i propri problemi e chiedere aiuto”. Opache manifestazioni di una politica preventiva, volta più a occultare eventuali implicazioni che a costruire nuove fondamenta per una più corretta convivenza tra pari.
Una società che abbia davvero il desiderio profondo di porre rimedio al fenomeno del bullismo, qualsiasi sia la forma nella quale questo si manifesta, non può permettersi il lusso di non portare sul banco d’accusa la propria quotidianità e le proprie abitudini. Se è vero che i maggiori semi della violenza si nascondono proprio nelle scorrette pratiche della vita ordinaria, probabilmente l’unico modo per annientarli consiste nell’evidenziare, nel riportare alla luce i segni della “violenza invisibile”.
Il sociologo francese Pierre Bourdieu usò questo termine per indicare la ramificazione silenziosa del potere maschile a danno del genere femminile. L’importante lezione che derivò dal suo celebre saggio, intitolato proprio Il dominio maschile, fu proprio quella che mostrò al mondo come gli schemi del sopruso si insinuino in modo apparentemente innocuo nelle nostre abitudini, nelle nostre costruzioni di senso, generando così nelle vittime, come anche nei carnefici, la più totale inconsapevolezza rispetto alla portata delle proprie azioni.
Ciò che ci disturba, durante tutta la visione del telefilm, è proprio la familiarità che proviamo rispetto alle dinamiche sociali rappresentate. Riconosciamo perfettamente le pratiche di riferimento, perché magari le abbiamo subite o attuate. Perché sono davanti agli occhi di tutti.
Il fenomeno dello slut-shaming è, forse, tra quelli rappresentati, il più difficile da sradicare. A quanto pare, l’epiteto “puttana” continua ad essere ancora oggi una delle armi preferite del genere umano, il quale, rintanandosi spesso in una tracotante gabbia di moralismo e noncuranza, non si preoccupa di analizzare le dinamiche degli eventi o di empatizzare con l’Altro. Allo stesso modo, non è in grado di porsi criticamente rispetto ai propri atti e si ritrova impreparato dinanzi al boato delle loro conseguenze.
Finché non saremo in grado di criticare ed eliminare tutte le nostre abitudini malsane, avremo ancora molto cassette da dover ascoltare.
Chi ci assicura di non essere uno dei motivi?

 

Articolo a cura di Gloria Basanisi